Nella memoria trovo poeti mai scoperti.
Scritture dimenticate, scrittori che hanno chiuso penne ed anime in cassetti segreti.
Parole che scolorano, che soffocano nell’abitudine alle altre forme di scrittura: quelle scarnificate e violente come il mondo che le genera.
Il nostro.Giovanna Manuppelli, scrittrice antica come una poesia oscura e sapida, che scelse d’essere insegnante.
“Andavamo vicine, avvinte.
La conversazione languiva.
L’anima era stanca.
Andavamo così, come talvolta avviene di andare a la ventura, senza meta, senza predilezione. Così, follemente, poiché più ci piace vagare, poiché questo camminare verso l’ignoto è quasi un bisogno per noi, è quasi necessità.
Ma tacevamo.
Tuttavia nella pausa, la cara anima mi parlava parole ch’io sola intendeva.
E le parole del silenzio erano piene di magia e di oscuro fascino. E nel silenzio parlava la voce del cielo.
Pioveva piano dal cielo.
Passammo accosto ad una fontanella, pe’ viali d’un giardino.
L’erba era verde, bagnata, squallida. Sembrava erba fiorita su qualche tomba antica, lugubre.
I cipressi erano folti immobili e dritti come candelabri oscuri. Erano tristi come i cipressi di una sepoltura antica, lugubre.
Ti sovviene quel giorno, amica?
Poiché ambedue soffriamo e gioiamo del cielo, dei fiori aulenti, delle messi floride. Ti sovviene? La veste del cielo ci attristava l’anima, la sfioriva, la intristiva come una foresta d’autunno.
E tacevamo; e udivamo sulle parole del nostro silenzio piangere la voce delle acque, con una musica concorde e discorde.
Il vespro scendeva senza rose e viole nel grembo, ma con grigia sordida cenere.
Sospirai.
Premesti la mia mano mutamente interrogando.
Dissi: vorrei essere lontana di qui, in un paese misterioso come un convento, lungi dalla folla che passa indifferente e straniera; vorrei essere con te in un dolce paese che potesse guarire il mio male…
L’amica mi sorrise tenue: “Orvieto!…”
Ah sì!… parlava la voce del sogno: “finestre chiuse, vicoli grigi dove cresce l’erba; un cappuccino che attraversa una piazza…
… una torre in un cielo bianco, piovigginoso, un orologio che suona le ore lentamente: d’un tratto, in fondo ad una via, un miracolo: Il Duomo”
Dissi: “ricordi le acqueforti di Umberto Principe?
E mi tornarono alla memoria i paesaggi d’Orvieto, le acqueforti tutte malinconia cupa, alberghi della Poesia e del Mistero, case squallide, nature morte, campanili tristi in un cielo piovono ove un falco stride una sua malaugurata canzone.
Entrare nel Duomo a sera, in una sera come questa, quando s’entra in chiesa per malinconia! E vorrei che il Duomo fosse buio, con qualche lampada rossa che ardesse lieve, senza musiche, senza canto, senza fedeli…
Vedremmo biancheggiare nell’ombra gli angeli di Luca della Robbia, fieri e fiorenti: ma non li guarderemmo. Vedremmo le pitture di Gentile apparire e sparire ai guizzi delle lampade: ma non le guarderemmo.
Soltanto c’inginocchieremmo sul pavimento tenendoci per mano… Non forse dall’ombra ci verrà la consolazione?
La mia amica francescana, che arde col suo cuore lieve pel Poverello di Cristo mi chiede:
“Non ti piacerebbe andare ad Assisi?”
Rispondo: “Mi piacerebbe sì” Una qualunque città del Silenzio, una qualunque città di malinconia: “Prato, Todi (O, Fra Iacopone folle di Gesù!), Narni, Arezzo, Siena, Gubbio, Volterra…
L’amica mi dice misteriosa: “Vieni”
E mi conduce davanti a una scalinata breve e bianca. Saliamo. Entriamo per una porta che si apre e chiude senza stridio di cardini…
E’ come se tutto il mondo fosse lontano. E’ come se un sogno mi prendesse per mano e mi bendasse gli occhi e poi mi sbendasse dicendo: guarda.
Guardo
Vedo tante, tante monache in veli bianchi, prone ad adorare. Le candele sono accese. Un organo suona.
Un canto sui leva armonioso, lento, nostalgico…
Quante monache bianche!
E che turbinio di pensieri!
Mi dice l’amica commossa (sento palpitare il suo cuore come se lo serrassi nel pugno trepido): “per me ogni velo bianco nasconde una sfinge.”
Rispondo: “è vero. E chissà se qualcuna di esse stasera non ci dica il suo motto, il motto de l’enigma…”
Cantano le monache nel coro soave.
Scorgo i loro brevi profili bianchi fra bende di neve…
Scorgo le loro mani pure non insieme congiunte per pregare, ma aperte con le palme verso il Dio…
Cantano tutte.L’amica mi dice: “so di una monaca che ha preso il velo soltanto pochi giorni fa…”
Chieggo fatta ansiosa: “la riconosci? Dimmi: dov’è? E’ fra queste che cantano? Dimmi: è giovine?”
“non è giovine, no.”
“Ah! E… perché….?”
“Non so”
Io guardo. Quale sarà l’anima ch’ha infine trovata la verità e la via?
Sotto quale spoglia bianca s’asconderà?
Chino la testa fra le palme congiunte e penso.
…Forse è nata in una città di provincia, la novella sposa di Cristo.
Forse è nata in una casa di provincia vasta e vuota, ove si trascina una vita grigia ed eguale, ove l’anima si restringe come in una prigione angusta – e par che il cuore si colori di grigio anch’esso, par che il cuore si addormenti come i buoni paesani che a meriggio siedono dinanzi ai tavolini d’un caffè principale su una principale piazza e fumano la loro pipa lenti, e un cane tormentato dalle mosche s’assonna accucciato ai loro piedi e scuote la sua coda senza pace. E un giornale è caduto in terra nell’abbandono.
Piccolo ambiente monotono ove solo vive trionfante lo spirito del pettegolezzo.
Solitaria, assente, diversa da tutto e da tutti, col suo pensiero secreto dietro la breve fronte, con le labbra senza colore senza sorrisi, io penso la nuova sposa di Cristo.
…La sua infanzia non è stata lieta.
Non folli giochi in compagnia d’altri bimbi, non risa gaie, impetuose allegrezze; non favole gioconde, favole di desiderii e di malinconia: la bambina passa sgomenta per le grandi stanze della vasta casa: ha paura delle vecchie stampe sanguinose che pendono dalle pareti, ha paura degli orchi seguaci dei ritratti antichi; ha paura dei rimproveri di una parente vecchia, bisbetica, astiosa.
Non ha la mamma. Non ha il babbo.
L’è mancato il dolce affetto materno, lenitore d’ogni male, le sono mancate le carezze delle mani materne, levi fra le chiome folte, le sono mancati i baci materni, dolci come le più dolci cose: come i petali dei gigli e il nettare dei fiori e le fresche rugiade del mattino.
…Prime pagine bianche nel libro della vita.
La bimba (io penso) viene su come un virgulto: alta sottile flessibile. Non ha la spensieratezza beata dei suoi quindici anni, no, gli occhi sono già gravi di pensiero.
…E come bambina ha sognato la dolcezza dell’affetto materno, da adolescente, ella sogna l’amore.
… L’Amore pel suo cuore tenero e soave, recondito come la gemma purpurea del fiore di melograno; altro non significa che fiducia, abbandono, sacrificio, dedizione intera, eterna.
L’adolescente sogna un sogno dolce e inconfessabile. Forse non s’accorge né pure di sognarlo.
… E non si confida con alcuna delle sue amiche frivole che anelano soltanto ai piaceri rapidi e fuggitivi, che parlano delle grandi città lontane ch’hanno nomi straordinari e fascinatori, che parlano di loro idilli futili con qualche giovanotto impomatato e fiero dei suoi orribili vestiti nuovi, che decantano i loro gioielli falsi come le loro troppo sentimentali anime…
Non si confida, non si affida.
Ma a volte, in certi vespri della primavera nascente, quando il cuore si gonfia di aspirazioni confuse, ella esce sola dalla sua casa triste e reca nella mano un mazzo di violette aulenti ed entra in chiesa e s’inginocchia davanti a quel biondo Gesù che ha gli occhi così dolci e il volto così buono e scioglie le viole ad una ad una e ne ricopre il piede nudo d’argento che sbuca dalla tunica rossa…
A lui, al Gesù biondo come cavaliere di Re Artù, a lui solo piano ella dice il suo sogno di amore.
E pure l’altro sogno confida, l’altro grande sogno che le s’asconde nel cuore, venuto da chissà dove, entrato da chissà quale fessura secreta… il sacro sogno della maternità.
Oh un bimbo piccolo, della sua carne, del sangue suo! Oh una creatura tenera da proteggere e da servire, con tante fossette, nelle guance, nei gomiti, nella manine inquiete; con tanti riccioli biondi, come quelli del buon Gesù, con tante graziette selvagge di scoiattolo giovine… Quanto l’avrebbe amata la sua creatura! Ella stessa, con le sue proprie mani, avrebbe preparato il corredino per il benvenuto: un corredino lieve e vaporoso come una spuma, tutto nastri e merletti leggeri…
Ella stessa avrebbe preparato la culla pel nascituro, una culla bianca e rosata con tanti piccoli guanciali di piume, e il bimbo vi sarebbe stato come un uccelletto nel nido tiepido…
Poi la creatura adorata avrebbe in fine balbettato la parola sublime con le labbra di rosa: mamma…
Poi la creatura adorata, in un benedetto giorno, avrebbe camminato i suoi primi passi traballanti e paurosa, gridando di spavento e di allegrezza…
Lei ch’era la sua mamma se la sarebbe raccolta sul cuore e l’avrebbe baciata tanto, impetuosamente, fino a soffocarla…
E tante primavere passarono e tante volte ella andò col suo mazzo di viole per l’offerta devota.
E sempre pregò e sempre il Gesù biondo rimase muto ed immobile.
L’amore le mentì.
Quello che aveva atteso con incrollabile fede per anni e per anni non venne giammai. E il sogno passò.
Così un giorno la dolce anima fu sola nel mondo. E poiché nulla le rimaneva ormai poich’erano morti giovinezza, speranza e desideri, ella entrò volontariamente nel chiostro, vergine del Buon Gesù.
Ora è là che canta, col suo velo di neve, con le palme adoranti. E’ là che canta, è più bianca che le colombe, più pura che i gigli. Ma sotto quale spoglia candida s’asconderà?
Pagine bianche nel libro della vita, pagine vergini come le foreste più profonde, come le montagne inaccesse. Pagine su cui niuno scrisse mai parole d’allegrezza, parole di disperazione.
Come ci si risveglia da un sogno, un poco stordita, mi levai. Le ginocchia mi dolevano. Le monache non c’erano più. Cessato era il loro canto armonioso e lento, cessata la musica sacra. La chiesa era deserta, quasi buia. Andammo verso la porta rapide, senza fermarci. Ma prima di uscire mi strinsi all’amica e dissi: “Ecco una sera che non dimenticheremo”.
La porta si richiuse su quel misterioso mondo strano. E andammo.
Io non ho dimenticato, io non dimenticherò mai l’apparizione della vita in quella sera di malinconia: la vita mi parlò uno sconosciuto linguaggio dolente. Mi disse: in vano.
Io non ho dimenticato.
E tu dimmi, amica dolce e paziente: ancora ti sovvieni?”
A Gabriella Bartolomei
28 gennaio 1919

si entra in altri mondi, come passare la soglia di un chiostro. solo che di là c’è il tempo, con altri sapori e odori. se penso a un secolo fa, penso a sapori e odori diversi. poi magari non è vero.
Wow! Oso dire: una bomba psicoerotica. Seriamente, eh… La galassia di stile dannunziana non scherza, quando sotto c’è una personalità forte e tesa. Forse il pezzetto sulla maternità, vabbè, fa calare un po’, ma chi se ne importa. Cara Isabella, dove l’hai pescata questa autrice? Ce li avevo anch’io un po’ di libri così, dalla biblioteca di mio nonno, ai tempi prolungati in cui non capivo niente, e quando infine ho cominciato a capire qualcosa sono andata a cercarli in solaio, ma se li erano mangiati i topi. Bello, grazie.
Fabry
avevo risposto a lungo sia a te che ad Anna poi non mi ha uppato il commento ed ho perso tutto…
Comunque secondo me l’odore dei chiostri è straordinario e mi è sembrato, visitando le Carmelitane di un paesino vicino Roma di riconoscere gli odori che mi accompagnavano, quasi cinquant’anni fa quando seguivo la bisnonna in vacanza dalle Benedettine di Montefiascone.
Ma forse è solo l’odore del ricordo e dell’infanzia.
Anna
grazie. Sì, il pezzo sulla maternità è un po’ lezioso, ma doveva essere un punto focale per la scrittrice della quale ho trovato anche una lunghissima poesia nella quale, praticamente, ha un transfert con la Madonna.
Sono manoscritti che ho trovato nella libreria di famiglia, ce ne sono altri ed altri ancora più recenti.
Ne pubblicherò qui alcuni perchè credo che la memoria sia importante e che questi scrittori-non-scrittori si sono guadagnati una visibilità nei tempi di internet.;)
concordo, Isabella.