Zanzotto e il calzolaio

Tutto un giorno piantato nel corpo senza essere raggiunto da nessuno. Primo pomeriggio con stomaco pieno d’ansia e di cioccolata. Due telefonate. La prima con scrittore irpino, la seconda con scrittore milanese. Dopo le due telefonate: faccia bollente, nervi aggrovigliati, voglia di uscire a prendere aria. Incontro dopo un po’ di passi nel grigiore del paese nuovo un vecchio calzolaio.
Gli faccio una foto, poi mi avvicino perché sento che ha voglia di parlare. Si lamenta che ha poco lavoro. Si lamenta dei giovani che portano scarpe che non si possono aggiustare. E anche gli anziani gli danno poco lavoro. Camminano meno e non si fanno più i lavori di campagna che rompevano le scarpe. Mi fa bene ascoltare quest’uomo appassionato al suo mestiere, uno che ha ancora voglia di lavorare, un uomo che parla con ardore di quanto suonava la sua tromba e del suo essere socialista. Alla fine mi dice che è del ventidue, sono ottantaquattro anni “compilati” ci tiene a precisare. Tornando a casa prendo tra le mani un libro di un suo coetaneo il poeta Zanzotto, classe ventuno. Leggo alcune prose che avevo già letto quando leggevo moltissimo, quando ancora non era cominciato questo delirio in cui sono adesso, delirio di scrittura a oltranza, in cui la lettura arriva solo in rari momenti di ispirazione. Mi fa bene anche leggere Zanzotto, mi dà lo stesso piacere che mi aveva dato il calzolaio. Con questo non voglio dire che i più giovani miei interlocutori telefonici abbiano qualche colpa, ma forse il loro essere e sentirsi in gioco li rende interlocutori inabili ad alleviare la mia agitazione. Zanzotto e il calzolaio hanno una vitalità vigorosa, ma fuori gioco, il loro parlare è una lode alle cose che ci sono anche quando è un parlare sgomentato o polemico. Un parlare che mi distrae dalla mia questione, mi permette di dismettere per un’oretta questa proliferazione narcisistica, questa gemmazione perenne dell’ansia dal tronco solitario della mia vita. Il paradosso piuttosto tragico della poesia è in questo suo isolarci per consentirci una ispezione vera della realtà e nel bisogno simultaneo di essere lodati dagli altri, di essere ringraziati per la nostra operazione di salvataggio della realtà. Il poeta quando mette al mondo un verso felice si sente come se avesse appena salvato qualcuno dall’annegamento ed è stupito che nessuno gli esprima riconoscimento e simpatia per il pericolo corso. Il poeta non si è limitato a dire come poteva avvenire il salvataggio, ma si è caricato sul suo corpo la creatura in agonia, l’ha trascinata con sé verso un riva che adesso è calda e riposante per il salvato e non per il salvatore. Nessuno mitizza la sua impresa. Tutti hanno altro da fare. Intanto nelle loro botteghe Zanzotto e il calzolaio lavorano ancora sul cuoio, sul cuore della lingua.

6 pensieri su “Zanzotto e il calzolaio

  1. luminamenti

    Staccare il delirio della scrittura con Zanzotto è un bel staccare. Anche io, spesso, dopo aver scritto per ore, mi riprendo leggendo poesia. Per adesso leggo le poesie di NishiwaKi Junzaburo. Un abbraccio franco

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  2. comunitaprovvisoria

    caro emanuele
    fatti sentire qualche volta
    0827 89259

    non so a te
    ma a me sembra che più aumenta il numero degli scrittori in giro e più sembra che non ci sia più uno scrittore con cui interloquire veramente e intensamente.

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  3. fabry

    roba vera. la comunità è provvisoria ma vi si intravedono lampi di genio.
    un saluto anche da me, e bentornato, Franco.

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  4. enrico de lea

    1. “ei dice cose e voi dite parole”, come scriveva Francesco Berni a proposito della poesia di Michelangelo, rivolgendosi ai petrarchisti del suo tempo

    2. è una prosa splendida questa: mi ha davvero commosso – la chiusa, poi, (“intanto nelle loro botteghe Zanzotto e il calzolaio lavorano ancora sul cuoio, sul cuore della lingua”) tocca il nervo scoperto del tempo presente …

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