È da un bel po’ che penso a quanto sono fasulli i romanzi. Tutti mi dicono: non hai capito un tubo. E probabilmente hanno ragione. Un romanzo è una storia inventata e raccontata a chi la vuole ascoltare, dunque deve essere fasulla. Se poi uno pretende di campare con la scrittura, bisogna che scriva quel che piace al pubblico. O no?
Riconosco che, per chi vede la faccenda in questa prospettiva, non c’è altro da dire. Ma proviamo a spostare l’osservatorio. Immaginiamo un tizio che sa di aver già avuto tutte le scarse soddisfazioni che poteva ragionevolmente aspettarsi dalla vita; immaginiamo che si domandi cosa diavolo sta ancora al mondo a fare e si risponda che, se finora si è arrabattato per conquistare cose che improvvisamente non gli servono più, d’ora innanzi potrà raccontare agli altri ciò che crede di avere imparato (Beninteso: liberissimi gli altri di fregarsene, naturalmente). Un tizio così scrive con spirito amatoriale. È un ingenuo capace di correre la Milano-Sanremo senza doparsi: spera di avere comunque una possibilità di vincere e, dopo aver perso, dice a se stesso che è stato bello provarci.
Tornando ai romanzi, uno non si mette a scrivere per una scelta razionale o perché quello era il mestiere di suo padre. Lo fa perché ha una storia in testa e finché non l’ha messa per iscritto non può pensare ad altro. Poi però, quando comincia il lavoro di revisione, ci ragiona sopra: identifica gli snodi narrativi, si rende conto di aver applicato questo o quello schema, capisce che in futuro non potrà limitarsi ad aspettare che piova dal cielo la cosiddetta ispirazione. Dovrà costruire le storie in funzione di un’idea. In particolare dovrà scegliere la trama adatta a ciò che pensa di dire.
Ora, più ci penso e più mi convinco che, al giorno d’oggi, le trame possibili sono soltanto due: il giallo e il viaggio iniziatico (o, se preferite, il “romanzo di formazione”). Volere o volare, un romanzo consiste nella proposta di un mistero e nel tentativo di svelarlo: in modo logico con il giallo, in altro modo con il viaggio iniziatico. Se accettate questo punto di vista, sarete d’accordo con me nel ritenere che i romanzi storici e i romanzi d’amore sono quasi sempre viaggi iniziatici. Il caso più noto è “Via col vento”.
L’unico tipo di narrazione che non rientra nell’alternativa giallo-viaggio è quello ottocentesco, in forma di tragedia, centrato sulle contraddizioni interne della famiglia e/o della società. È il genere che ha dominato la letteratura mondiale fino a diventare “il romanzo” per antonomasia e quando i critici parlano di “morte del romanzo” si riferiscono a questo tipo di storie. Ma è un genere che non ha più niente da dire: in un secolo e mezzo i conflitti sociali e familiari sono stati passati al pettine fitto, per dritto e per rovescio, e sono stati osservati al microscopio della morale, del sentimento, della psicologia. Ormai lo sappiamo: il matrimonio non è tutto rose e fiori, la famiglia può diventare un nido di vipere. Emma Bovary e Anna Karenina sono sottoterra, Fjodor Karamazov pure. Cosa resta da svelare? Che risposta si può dare a una domanda che non c’è più?
Restano solo il giallo e il viaggio iniziatico. Ma per dire cosa? Che l’assassino è X e l’ispettore Y lo smaschera e lo manda a Sing Sing? Sono già in mille a scrivere questo tipo di storie. Mondadori ne pubblica un paio ogni settimana. E intanto voi e io aspettiamo ancora di sapere chi ha ucciso Simonetta Cesaroni e la contessa Alberica Filo della Torre, tanto per fare solo un paio di nomi. Ogni tanto qualcuno ricorda il caso Montesi, un mistero che ha più di cinquant’anni e non è mai stato risolto. E io mi domando: che senso ha scrivere storie fasulle nelle quali un investigatore (eroe o antieroe) scopre la Verità e fa trionfare la Giustizia? Perché raccontare al pubblico queste fiabe?
Risposta: perché è il pubblico che le vuole. Perché chi paga per leggere vuole essere rassicurato, vuole sentirsi dire che alla fine il Bene trionfa, che chi si fa il mazzo prima o poi avrà la sua ricompensa, e via discorrendo. Insomma: le solite bugie.
È vero. Il pubblico vuole proprio questo. E libri così ne ho letti tanti anch’io, mi hanno consolato, mi hanno fatto evadere, mi hanno tirato su il morale. Ma, come dicevo, ce n’è un’infinità, di tutti i tipi e di tutti i livelli: per militari e ragazzi, per raffinati esteti, per laureati in enigmistica. E ogni settimana ne arrivano nuove infornate. Il bisogno di consolazione del pubblico trova ampie possibilità di soddisfazione.
Ma siamo sicuri che proprio tutti i lettori leggano per evadere e aborriscano l’idea di sentirsi raccontare le cose come stanno? Davvero non esiste una nicchia di lettori stufi di fiabe e menzogne? Dove sta scritto che la verità deve essere monopolio dei poeti e che solo loro abbiano il diritto di proporre una visione del mondo e della vita?
In effetti non sta scritto da nessuna parte, però gli editori (e soprattutto gli editor) ne sono arcisicuri. Se provate a raccontare un viaggio apparentemente senza esito o la storia di un omicidio che non viene risolto, cestineranno sentenziando: bisogna dire chi è l’assassino, bisogna che il viaggio termini con un successo. Altrimenti il lettore resta deluso e pensa che tu non abbia abbastanza fantasia per trovare una conclusione con squilli di tromba e rulli di tamburi. Se obbiettate che solo le fiabe si concludono con “…e vissero felici e contenti”, vi sentirete ribattere: niente affatto! la vicenda si può raccontare anche dal lato del “cattivo”, da un punto di vista amorale, o anche immorale!
D’accordo: narrare una storia dal punto di vista del cattivo anziché da quello dell’investigatore offre più possibilità. L’investigatore deve sempre far trionfare la Giustizia, invece il cattivo può 1) rivelarsi un buono sotto mentite spoglie, 2) essere sì cattivo, ma con un codice morale che lo riscatta, 3) essere sconfitto dalla polizia, da una ragazza di cui si fidava o da circostanze imprevedibili (cioè dalla Giustizia Divina), oppure 4) può vincere e farla franca.
Questo però non risolve il problema. Anche la storia vista dal lato del cattivo, senza l’impianto logico e moralistico del giallo, gira pur sempre intorno al tentativo di spiegare un mistero, o di rendere chiara una situazione ambigua, e conduce a una conclusione strettamente connessa con il fatto che dà origine al racconto. In un certo senso, il noir è una combinazione di giallo e viaggio iniziatico, e i suoi esiti sono sostanzialmente i quattro di cui sopra. Può darsi che esistano altre varianti, ma non credo che cambino il discorso: tutti questi modi di condurre la narrazione tendono a dimostrare che in ogni circostanza esiste una via (morale, amorale o immorale) per cavarsela con successo o, quantomeno, per finire in bellezza. Insomma: per vincere. E questo è falso, falso, assolutamente falso.
Nella vita reale chi segue coerentemente un principio, buono o cattivo, finisce male nove volte su dieci. I buoni che vincono sempre, i ladri gentiluomini, i cattivi che hanno un codice d’onore e quelli che trovano la punizione del Fato in stretta connessione con il loro misfatto, sono più unici che rari. La vita (e tutti noi lo sappiamo bene perché è così anche la nostra), la vita è normalmente incomprensibile. Il successo, l’amore, la felicità, sembrano dipendere dal caso, sono precari e durano poco. Quando finiscono, cerchiamo il perché e non lo troviamo mai. Ma è inutile girarci intorno: la realtà non ha niente a che fare con la morale dei romanzi. Gli amori non corrisposti restano non corrisposti, punto e basta. Gli amori corrisposti durano poco, si sfasciano e i tentativi di rimetterli in piedi procurano solo umiliazioni. Anche la vita professionale è tutt’altro che un susseguirsi di successi: le carriere non decollano o si infognano in qualche vicolo cieco e non c’è verso di capire perché. Le invidie, gli sgambetti, le prepotenze, tutto resta lì, sospeso, senza rivincite, senza un deus ex machina che intervenga a rimettere le cose a posto. I traguardi si spostano sempre più in là e non si raggiungono mai. Eccetera eccetera.
Con questo carico di rancori insoddisfatti ci mettiamo a raccontare una storia che simboleggi ciò che è capitato a noi, e inventiamo un sacco di balle, ci prendiamo rivincite e vendette sui colleghi che ci hanno fregato, sui furbastri che ci hanno bidonato, sulle donne che non hanno voluto fare sesso con noi. Ma mentre uno scrive queste cose dovrebbe domandarsi: che gliene frega ai lettori delle tue personali frustrazioni? Credi che siano tutti meschini come te? Non è possibile!
A quelli che non vogliono leggere soltanto fiabe bisognerebbe raccontare i guai e le stranezze della vita senza farle seguire da incredibili colpi di genio investigativi, o da pestilenze che arrivano al momento giusto per togliere di mezzo tutti i cattivi, o da improbabilissimi conti di Montecristo che trovano tesori abbandonati e si dedicano a far vendetta. Sarò anche duro di comprendonio, ma non vedo perché un romanzo non dovrebbe dire la verità, e cioè che la maggior parte dei delitti resta impunita, che la gente fa finta di credere alla Giustizia perché altrimenti tanto varrebbe spararsi un colpo in testa, che ognuno di noi subisce dei torti, li manda giù e passa oltre, e prova a rifarsi cercando gratificazioni di altro genere. E non solo: un romanzo dovrebbe dire chiaro e tondo che anche noi infliggiamo dei torti a chi non ci ha fatto niente, per pura incosciente cattiveria; e dovrebbe smascherare le bugie con cui ci giustifichiamo davanti a noi stessi, la vergogna con cui comprendiamo quanto siano false quelle giustificazioni, la viltà con cui fronteggiamo il rimorso, l’ipocrisia con cui cerchiamo di espiarlo aiutando altri che magari non se lo meritano.
Ma naturalmente la difficoltà è sempre quella: la maggior parte dei lettori non vuole guardarsi dentro e preferisce essere consolata. A chi ne ha già fin sopra ai capelli dei casini quotidiani come si fa a proporre un giallo in cui non si scopre il colpevole? E qual è l’editore che rinuncia d’acchito al grande pubblico per puntare su una nicchia di lettori? Forse solo Vibrisse.
Be’, se davvero le cose stanno così, non mi resta che sperare nelle alterne vicende del gusto e della moda: i libri di successo non sono quelli che si inseriscono in una tendenza consolidata, ma quelli che ne creano una nuova. Chissà che la critica, dopo aver pianto calde lacrime sulla morte del romanzo bugiardo, non cominci a reclamare romanzi che dicano la verità.

Che le cose vadano male lo vediamo tutti, mi pare.
Che le cose vadano meglio lo desideriamo ugualmente tutti, mi pare.
Ci sono romanzi attraverso i quali veniamo a sapere di metodi per far andar meglio le cose. Così come articoli di giornale, libri di saggistica, trasmissioni televisive, blog in internet… ecc. ecc. ecc.
Raccontare la possibilità che le cose vadano bene, equivale a prendere in giro i lettori? E i lettori che cercano certi argomenti non desiderano altro che farsi prendere in giro? A queste domande mi pare di poter rispondere di no. Conosco lettori che cercano determinati libri non per farsi consolare bensì per cercare spunti utili alla lotta – una lotta che non intendono smettere.
Poi c’è anche da tener conto del fatto che i tempi cambiano. Ciò di cui aveva bisogno un’epoca, nelle successive può essere disconosciuto, o non sembrare più così importante.
In questi anni, per esempio, Stephen King scrive un giallo come «Colorado Kid» in cui non c’è un colpevole. C’è un morto, ma forse non c’è un crimine. Ci sono indagini da parte della polizia, condotte da agenti di abilità diversa, che però non arrivano da nessuna parte. E ci sono indagini condotte da diversi giornalisti, che non arrivano ad altro se non all’elaborazione di una bella storia da raccontare.
Qualche decennio fa Agata Christie o Arthur Conan Doyle sarebbero inorriditi di fronte a un giallo così. Nessuna soluzione, nessuno sbocco per l’esercizio dell’intelligenza. Oggi King con una storia così entra nella classifica dei best seller, e i suoi lettori non si sentono truffati.
Per rispondere alla domanda posta da Ferrazzi (se l’ho capita, ma potrebbe essere di no) ci sono romanzi che sono menzogne, ma in generale i romanzi dicono la verità. O meglio, cercano di dire verità sul mondo come potrebbe essere – un mondo migliore rispetto a quello che ci troviamo di fronte tutti i giorni.
D’altra parte, se c’è una cosa che ci dice la storia è che le cose cambiano. Ogni epoca, finora, è stata diversa da quelle che l’hanno preceduta. E a determinare i cambiamenti, nel bene e nel male, sono le intenzioni e le azioni di chi li produce e si trova a viverci in mezzo.
Guido Tedoldi
Una fatica leggerlo, per il carattere, le spaziature e la vista balenga, ma gran bel pezzo e considerazioni che condivido.
Blackjack.
Ma i romanzi dicono la verità.
Ezio
“la maggior parte dei lettori non vuole guardarsi dentro e preferisce essere consolata”
Concordo e condivido, e non solo su tale affermazione.
Ma prima del finale rassicurante – o certo – le migliaia (milioni?) di lettori in cerca di consolazione dai guai quotidiani devono scorrere una storia che si dipani semplice, intuire un plot privo di tanti complici, fare la conoscenza di personaggi dalle familiari assonanze non tossiche.
Come siamo fatti strani. Non lo so se i romanzi dicano la verità. So invece che vado sempre in giro a seguire piste che mi conducano a storie plumbee, forse per potermi svegliare la mattina e constatare che è meglio vivere fuori, che dentro un romanzo. Probabilmente perché la giornata possiede sempre un inizio e una fine.
Per Guido Teodoldi: uno scavatore dell’inconscio come King può permettersi di scrivere qualunque cosa, è uno degli autori più venduti, più letti e più tradotti in tutto il mondo. Ci sono poi molti romanzi che raccontano invece di un mondo veramente peggiore di quello che ci troviamo davanti tutti i giorni. Per esempio La strada di Mc Carthy in questi lidi commentato.
…Tedoldi, pardon
i romanzi dicono una qualche verità, non “la” verità: che è bene si conservi imperfetta, lontana dalla nostra portata, costringendoci a tappe di avvicinamento-allontanamento. credo che di fronte al romanzo e alla letteratura in genere, purché di un qualche valore (e qui per orientarci possiamo contare solo sull’istinto e su qualche criterio semi-oggettivo “appreso” e talora condiviso), il lettore non chieda propriamente di sentir raccontare cose che gli molciscano le cure o lo sferzino o gli rappresentino per forza la realtà. egli apre il libro, che ha acquistato “annusandolo”, fidandosi di uno scrittore che gli ha già aperto qualche finestra, fidandosi di un’indicazione bibliografica ottenuta in svariati modi, e si mette molto semplicemente a leggere. sui modi legendi si potrebbe riscrivere infinitamente l’intera teoria della letteratura e tutti sappiamo che, oggi con ritmo accelerato e incontrollabile, essi guidano la mano dello scrittore, anche quella di colui che scrive, o crede di scrivere, con mente libera da condizionamenti.
la mancanza di orizzonti del nostro tempo o la presenza di orizzonti mutevoli e costantemente destinati all’occaso, superati da un “nuovo che avanza” inesorabile e che, prima ancora di raggiungerci, è vecchio, impedisce il tempo lungo della progettazione del “senso” e della sua trasmissione attraverso una parola scritta destinata ad essere letta. possiamo soltanto scrivere (e leggere) spezzoni di realtà o di finzione, ma non è questo che rende bello, buono, autentico un romanzo. possiamo parlare di prospettive, di angolazioni di fatti. di pieghe di un sentimento. è la condizione infinita del post-tutto. la “nostra” condizione.
non dopo le ideologie, dopo la modernità, dopo i “valori”, ma dopo-tutto.
io credo che un lettore di un qualche pregio si accosti ad un romanzo di un qualche valore con la consapevolezza che non gli saranno consegnate delle risposte, ma delle domande, dei problemi, non delle soluzioni. credo anche che in questo non siamo diversi dai primi lettori di romanzi: cambiano gli scenari, il gusto, la performance, ma non la struttura profonda, la coazione a ripetere che ci spinge verso l’avventura del leggere (e dello scrivere).
il suo pezzo, ferrazzi, è degno di essere letto e commentato in una classe di liceo composta da qualche testolina ancora pensante, se lei è d’accordo.
l.
“qual è l’editore che rinuncia d’acchito al grande pubblico per puntare su una nicchia di lettori? Forse solo Vibrisse.”
Non per farmi pubblicità gratuita, ma solo per assecondare il pensiero di Ferrazzi. Anche a me Vibrisse pubblicherà a breve un romanzetto che non è propriamente consolatorio. Gli editori tradizionali, invece, nemmeno a parlarne. Ma mica perchè lo hanno trovato brutto. No, mi dicevano che la scrittura era fluida e agile, e il ritmo buono, ma che davvero non sapevano a chi proporla, una roba del genere. Il guaio è che io non ci credo alle alterne vicende del gusto e della moda e pian piano mi sto convincendo a smettere di scrivere.
Mi piacciono questi post che li puoi commentare dicendo tutto e il contrario di tutto. Come per la faccenda della verità nel romanzo.
A me ricorda un film di Bunuel, L’angelo sterminatore, dove (mi pare di ricordare) ci sono questi personaggi che stanno nel salone di una villa e non escono mai, pur sapendo che la porta è aperta, insomma passano i giorni e questi fanno di tutto finchè un personaggio si avvicina alla porta d’ingresso, la guarda e grida:”Guardate! E’ aperta!”. Così tutti escono e il film finisce con l’immagine di un gregge, e il suono della campane.
Qui a me non interessa l’allegoria, il salone come la vita, i personaggi che pensano di trovar fuori la vera vita, e invece muoiono come agnelli portati al sacrificio. A me interessa capire dove si colloca il narratore. E’ il personaggio che indica agli altri che la porta è aperta? Oppure sta dentro il salone con gli altri ma si rende conto che lì fuori non è la vera vita, perlomeno non come la intendono gli altri, e cerca di farlo intuire?
Ecco, mi piacciono queste domande senza risposta.
P.
@Tedoldi e a Ezio. Davvero siete convinti che i romanzi dicano la verità? Pardon.
@Cannella. Eh, ti capisco. Figurati se non ti capisco! Comunque, finché credo di avere qualcosa da dire, andrò avanti a scrivere.
@Lucy. Non so. Sono del parere che tutto ciò che in un modo o nell’altro viene reso pubblico non appartiene più a chi l’ha fatto, ma a chi dedica il suo tempo a fruirne (e quindi ha tutto il diritto di dirne peste e corna, se è il caso).
@Cacciolati. Sono d’accordissimo: a parte l’intento consolatorio (che, del resto, è un nobilissimo intento e non va certo disprezzato), anch’io trovo che la “letteratura con pretese” dovrebbe occuparsi delle domande che non hanno risposta se non a un livello che si pone al di sopra della vicenda narrata.
Allora, io ho pubblicato quattro romanzi e ad aprile esce il quinto, con quattro editori diversi. Non sono propriamente uno scrittore “facile” o “di genere”, ma un editore con un po’ di pazienza l’ho sempre trovato. Tuttavia anch’io ho un inedito che ho proposto a VibrisseLibri (non so ancora se lo accetteranno), perchè io per primo, avendo qualche esperienza come consulente editoriale, capisco che è “mostruoso” per l’editoria standardizzata.
Il problema vero è che in questo paese scrivono molti e leggono in pochi, la quantità di romanzi pubblicata è esorbitante e la qualità non è altissima, ma ciò che rende difficile distinguere il grano dal loglio è il tradimento dei critici. La critica letteraria non esiste praticamente più, i libri vengono segnalati ma non realmente recensiti, perchè per la critica occorrerebbe un concetto normativo di cultura e di scrittura che l’epoca del nichilismo gaio (come diceva Del Noce) rifiuta per principio. Così il valore di un libro viene a coincidere con la sua visibilità, le sue vendite e la potenza dell’editore (che spesso sono sinonimi), non con la sua verità.
La verità di un romanzo è quella di un simbolo complesso: vi si possono rispecchiare gli stereotipi dell’uomo-massa o i tormenti di un’anima complessa, e questa è la differenza tra “Io uccido” di Faletti e “Dies irae” di Genna, ma ogni libro avrebbe il lettore che si merita, se partissero a pari condizioni di visibilità. Purtroppo non è così.
Valter, hai ragione. Il problema non è tanto pubblicare quanto essere letti, in primo luogo dai critici. Ma perché i critici non leggono? Perché si scrive troppo? Può darsi. Perché si scrive male? Può darsi anche questo. Vuoi vedere che i critici sono stufi di leggere sempre lo stesso libro?
A me una volta è successo che un bravo e noto critico manifestò grande apprezzamento per le mie poesie. Io, contenta, gli mandai in regalo tutti i miei libri. Dopo meso lo chiamai e gli domandai se per caso gli fosse capitato di sfogliarli. Lui, benché simpatico e gentile, mi diede una risposta che non ho mai capito, e che vi giro pari pari casomai me la riusciate a spiegare: “Scusa, proprio non ne ho avuto la possibilità… sai, devi capire che io leggo per lavoro”. Boh!!!
Cara Anna,alcunu critici meglio perderli che trovarli.Ho il sospetto che,nel caso in cui anche loro siano scrittori o poeti,o soprattutto nel caso in cui i testi di altri valgono,loro,i critici,si guarderanno bene dal proporli e veicolarli. Credo che tu,ma qualche volta è capitato pure a me,abbia sprecato una quantità di libri che avrebbero potuto avere un destinatario più onesto o quantomeno più gentile.
un bel saluto
jolanda
Per quanto riguarda il romanzo,e ora mi rivolgo a Ferrazzi,io credo che il giro di interessi economici delle cosiddette grandi case editrici non giovi certo alla letteratura.Se dopo le prime 10,massimo 20 pagine,la lettura non mi imprigiona,io il libro lo metto via e,per quanto mi riguarda,lo può coprire la polvere.
un caro saluto
jolanda
[…] mi ascolti un po’, caro dottor Fileno. E’ lei, si o no, veramente l’autore della Filosofia del lontano?
– E come no? scattò il dottor Fileno, tirandosi un passo indietro e recandosi le mani al petto.-
Oserebbe metterlo in dubbio? Capisco, capisco! E ‘sempre per colpa di quel mio assassinio! Ha dato appena e in succinto, di passata, un’idea delle mie teorie, non supponendo nemmeno lontanamente tutto il partito ch’era da trarre da quella mia scoperta del cannocchiale rivoltato!
Parai le mani per arrestarlo, sorridendo e dicendo:
– Va bene…ma, e lei, scusi?
– Io? come, io?
– Si lamenta del suo autore: ma ha saputo lei, caro dottore, trar partito veramente dalla sua teoria? Ecco, volevo dire proprio questo. Mi lasci dire. Se Ella crede sul serio, come me, alla virtù della sua filosofia, perchè non la applica al suo caso? Ella va cercando, oggi, tra noi, uno scrittore che la consacri all’immortalità? Ma guardi a ciò che dicono di noi poveri scrittorelli contemporanei tutti i critici più ragguardevoli. Siamo e non siamo,caro dottore! E sottoponga, insieme con noi, al suo famoso cannocchiale rivoltato i fatti più notevoli, le questioni più ardenti e le più mirabili opere dei giorni nostri. Caro il mio dottore, ho gran paura ch’Ella non vedrà più niente nè nessuno. E dunque via, si consoli, o piuttosto si rassegni, e mi lasci attendere ai miei poveri personaggi, i quali saranno cattivi, saranno scontrosi, ma non hanno almeno la sua stravagante ambizione.
(L.Pirandello, La tragedia di un personaggio)
forse è OT, ma leggendo post e commenti mi è tornata in mente questa novella.
buona giornata
Caro Riccardo, io credo (nel senso di “sono sicuro”) che i romanzi hanno come obiettivo quello di raccontare la verità (con la minuscola).
Non ha importanza, è chiaro, la quantità di verosimile che contengono.
Molti romanzi mancano l’obiettivo, anche questo è chiaro.
Ciao,
ezio
@Jolanda. In che senso il giro di interessi economici delle grandi case editrici non giova alla letteratura? Ci sono grandi case editrici che si sono sempre fatte un vanto di pubblicare libri di qualità. Si può discutere sulle politiche editoriali di Einaudi e Adelphi, per esempio, ma non si può negare che abbiano dato un grosso contributo alla diffusione della cultura.
Quanto al fatto che molti libri non si riesca a leggerli fino in fondo, sono d’accordissimo (e, ti dirò, nel mio caso, vale anche per un sacco di libri che vanno per la maggiore!). Ma è sempre stato così. Nell’Ottocento, per ogni Balzac, c’erano centinaia di pennivendoli che scrivevano feuilletons.
@Elena F. Non lo so se sei OT. Può darsi che la mia sia una stravagante ambizione. Se è così, pazienza. Pensa: il mondo, tanto quanto, funzionava anche prima di Dante. Figurati se non può fare a meno di quel che scrivo io.
@Ezio. O io non mi sono spiegato, oppure tu sei effettivamente convinto che la maggior parte degli assassini viene scoperta e consegnata ai tribunali. Se questo è ciò che credi, non provo neanche a disilluderti: ci penserà la vita.
No, Riccardo, non mi sono spiegato. Non sto parlando della “trama” del romanzo. Quando un romanzo centra il suo obiettivo (dire la verità) lo fa sia che racconti che l’assassino viene catturato, sia che non venga catturato. Lo stesso: può mancare l’obiettivo anche raccontando, come vuoi tu (e come, detto fra parentesi, piace anche a me) che “l’assassino non viene scoperto”. Che c’entra la trama di un romanzo con la verità o la menzogna? Non è alla trama che lo scrittore affida la sua ricerca della verità. Di poche cose sono sicuro (a parte Quelle Importanti). Questa è una.
Il romanzo è un gioco, e io non escludo di capire molto della confusione della vita, e del fatto che i colpevoli non vengono mai assicurati alla giustizia, più da un romanzo che racconta un mondo palesemente irreale in cui tutti i colpevoli lo sono – assicurati alla giustizia, che in un altro. Perché? Perché magari il primo è scritto bene, e mi fa capire le cose profonde (e mi strizza l’occhio facendomi capire che le cose non stanno affatto come nel racconto) e il secondo, quello che vorrebbe essere “realistico”, è scritto male. E perciò manca il bersaglio. Diventa una robetta inutile.
Ciao,
ezio
Non siamo proprio d’accordo. “Dire la verità” e “essere scritto bene” non sono cose separabili, secondo me. Se la mia storia non è modellata sulle cose come stanno, ma su come dovrebbero essere, non dice la verità, per quanto bene sia scritta. Niente vieta che sia comunque un’opera d’arte (non sono opere d’arte le fiabe?), e mi guardo bene dal dire che non si dovrebbero scrivere romanzi a trama consolatoria, ci mancherebbe! Ma posso dire che queste trame non mi interessano? Che, secondo me, ci vorrebbero anche dei romanzi basati sulla dura realtà?
@ Ferrazzi
E’ vero,mi sarei dovuta spiegare meglio,ma,a quanto pare,non sono riuscita a capire bene il linguaggio del web.Ho sempre l’impressione di avere difronte la persona cui si riferisce il mio commento e in questo cado miseramente.
Certo che anch’io ho letto buoni romanzi editi dalle cosiddette grandi case editrici.Avverto comunque una tendenza che dura da parecchio a privilegiare prodotti che,pur non avendo tutti i requisiti adatti,vengono ugualmente pubblicati perchè hanno un ritorno economico non certo indifferente.Autori che si ripresentano alla ribalta con due tre romanzi nell’arco di poco tempo ed io mi chiedo sempre come questo possa accadere.Mi sembra come una specie di moda o come inseguire a tutti i costi il successo di una prima pubblicazione proponendone altre,scritte allo scopo?, a breve distanza.
Per evitare ulteriori incompletezze da parte mia,le dico che io non scrivo romanzi,nè credo ne scriverò per mia personale incapacità.Nulla di personale,dunque,nella mia,ingenua?,riflessione.
cari saluti
jolanda
Riccardo, certo che lo puoi dire, perbacco.
io poi, guarda, sono convinto che non esista la letteratura, ma che occorrerebbe sempre parlarne al plurale: le letterature. E tutte hanno piena dignità.
E poi, anche io non disgiungo mai e poi mai “scrivere bene” (per quanto vasto e vago possa essere questo concetto) e “raggiungimento dell’obiettivo” (leggi: svelamento della verità). Bisogna capire cosa è la verità. Per me è la natura profonda delle cose, dei rapporti fra le cose, e le persone, fra i fatti e le parole. Il modo di essere dei sentimenti nella società e nella sfera più intima.
La ricchezza del romanzo è talmente vasta…
Come si puo’ pensare che una favola non parli della verità? Davvero non lo capisco. Come si puo’ pensare che la Metafora – ancorché spinta all’estremo – non sia strumento di conoscenza della verità?
Devo scappare.
Ezio
Riccardo, mi potresti fare il nome di qualche romanzo che dice cose fasulle? Ti chiedo solo di fare il nome di qualche romanzo noto, che anche io possa conoscere, insomma.
… e completo la domanda: già che ci sei, mi potresti dire, di qualche romanzo che scegli, quali sono le cose fasulle, per capire meglio?
Ogni romanzo rappresenta un viaggio immaginario, attraverso il quale scopriamo piccoli frammenti di quel complicatissimo mosaico che è l’animo umano, non la realtà, che essendo oggettiva non può essere rappresentata.
posso? io, che solo avida lettrice sono, avrei qualche titolo sul gozzo, di ieri e di oggi, quanto a romanzi che dicono cose fasulle… e non sono sempre di venditori di inchiostro, ma anche di Autori acclamati in tempi non sospetti…ma non istarebbe bene il nomarli.
cito invece un romanzo tremendo, inquietante, poliziesco? e chi lo sa? metafora di qualche cosa? non so. storia che non sta assolutamente in piedi, eppure verissima: m. amis, “altra gente”.
non le cose come “dovrebbero essere”, quello semmai era manzoni, ma come “potrebbero essere”, nel male o nel bene, con tutte le assurdità della vita, questo deve dire un romanzo e deve dirlo bene. quello del realismo mi pare un annoso falso problema.
fa bene a questo proposito la lettura di “una storia vera” di luciano di samosata: si imparano tante cose sulle bugie della letteratura e sulla loro necessità.
l.
@Ezio e Lucy. “Vissero felici e contenti” è verità? Io direi di no. Certo, se vogliamo dire che le cose dovrebbero (o potrebbero, quindi dovrebbero) andare così e quindi questa è la verità…
“Altra gente” l’ho letto anch’io, parecchi anni fa. Mi è sembrato solo un’esercitazione sulla tecnica narrativa dello straniamento. Ma forse sono io che non ho capito. A me era piaciuto “Il treno della notte”.
@Giorgio. Mi pare di averne citati parecchi quando parlo di colpi di genio investigativi, di pestilenze che arrivano a proposito per far fuori tutti i cattivi, di conti di Montecristo che trovano tesori e fanno vendette…
Innanzitutto voglio dire che concordo con Gena quando dice che
“Ogni romanzo rappresenta un viaggio immaginario, attraverso il quale scopriamo piccoli frammenti di quel complicatissimo mosaico che è l’animo umano”
E mi pare che Lucy chiarisca: non è questione di realismo o fantastico, “si imparano tante cose sulle bugie della letteratura e sulla loro necessità”.
Anche Ezio al n. 17 mi pare dica una cosa con un fondamento.
Quello che non capisco, Riccardo, è che cosa tu sostieni. I temi che tocchi sono tanti e tutti intrecciati, per cui mi limito a prenderne in considerazione uno, quello della verità o menzogna.
Prima dici:
“È da un bel po’ che penso a quanto sono fasulli i romanzi…Un romanzo è una storia inventata e raccontata a chi la vuole ascoltare, dunque deve essere fasulla”
Fasullo vuol dire falso, non autentico. Poi però dici una cosa che potrebbe essere diversa:
“uno… si mette a scrivere… perché ha una storia in testa e finché non l’ha messa per iscritto non può pensare ad altro”
questo infatti può far pensare a qualche tipo di necessità della scrittura. Impressione confermata quando dici:
“Ma siamo sicuri che proprio tutti i lettori leggano per evadere e aborriscano l’idea di sentirsi raccontare le cose come stanno? Davvero non esiste una nicchia di lettori stufi di fiabe e menzogne? Dove sta scritto che la verità deve essere monopolio dei poeti e che solo loro abbiano il diritto di proporre una visione del mondo e della vita?”
Questo infatti pare sostenere che il romanzo possa fornire “una visione del mondo e della vita”, essere quindi una forma di esprimere pensiero e conoscenza.
Poi però ritorni a un’affermazione simile a quella iniziale:
“la realtà non ha niente a che fare con la morale dei romanzi”
E poi dici ancora una cosa diversa:
“Sarò anche duro di comprendonio, ma non vedo perché un romanzo non dovrebbe dire la verità”.
Insomma, io non capisco cosa vuoi dire.
Rispetto ai romanzi che citi: non capisco a quali romanzi investigativi tu ti riferisca, visto che non fai nomi… “Il conte di Montecristo” l’ho letto circa 40 anni fa e adesso non saprei dirtene niente…
Quando parli di pestilenze che si portanno via i cattivi penso ti riferisca a “I promessi sposi”, e in questo caso mi pare che tu sbagli: c’è più verità lì che in tutta la sociologia e la psicologia dell’800.
un piccolo contributo alla discussione si può trovare qui:
Velocemente, prima di andare al lavoro: grazie, Fabrizio, del contributo non piccolo.
A una rapida lettura, mi pare che Todorov dica cose importanti, che in gran parte condivido, e nel momento giusto per dirle. C’è da sperare che non vengano sommerse dal blabla mediatico.
Evidentemente, Riccardo, io attribuisco meno importanza alla “lettera” di quanto non faccia tu.
E vissero felici e contenti potrebbe anche “dire” la verità. Bisogna vedere il contesto. E quale verità. Se una favola non fa breccia nell’immaginario profondo non serve a niente. Se per fare breccia ha bisogno di dire E vissero felici e contenti questa non puoi etichettarla come “menzogna”, perché non è che lo stilema necessario a sostenere la forma attraverso cui devono passare dei significati.
Che poi nella vita reali a ben pochi capita di essere trasformati in una bellissima principessa, andare al ballo su una carrozza che prima era una zucca con dei cocchieri che prima erano dei topolini, tornare a casa, perdere una scarpetta, sposare il principe e vivere felice e contenta, questo non vuol dire assolutamente niente. Tutto ciò non è, tecnicamente, una menzogna.
Insomma, per sintetizzare e sfidando la banalità: il romanzo parla della verità attraverso – anche – la più totale inverosimiglianza.
ciao,
ezio
Giorgio, mi spiace tanto, ma se “non capisci cosa voglio dire” siamo rovinati, perché io non saprei dirlo meglio di così. Non capisco che cosa dici di non capire. Evidentemente stiamo uno su Marte e l’altro su Venere. Con Ezio alla fine siamo riusciti almeno a spiegarcelo: lui non dà importanza alla “lettera” perché ciò che gli interessa è il messaggio (come si diceva una volta). Io non concepisco la letteratura in funzione pedagogica, quindi alla lettera ci sto attento. Ma una volta che ci siamo spiegati, possiamo dire tutti e due che “il romanzo parla della verità anche attraverso l’inverosimiglianza”. Possiamo dirlo perché adesso sappiamo che intendiamo due cose diverse.
In conclusione: non posso esserne sicuro, ma può darsi che la difficoltà nel capire cosa voglio dire derivi dall’intendere la letteratura come qualcosa che dipinge il mondo come “dovrebbe essere”, come “bisognerebbe farlo diventare”; io preferirei che ogni tanto qualcuno me lo raccontasse così com’è, senza dirmi che diventerà migliore comportandoci così o cosà (anche perché non è vero).
“io preferirei che ogni tanto qualcuno me lo raccontasse così com’è, senza dirmi che diventerà migliore comportandoci così o cosà”
Va bene, anche se questo esprime appunto un augurio, un dover essere… comunque se ammetti la possibilità che qualcuno possa raccontare il mondo così com’è, allora il romanzo non è menzogna, non lo è sempre, magari lo è qualche volta, magari oggi lo è tanto, fasullo, e i romanzi fasulli anch’io non li leggo, ma non lo è per definizione… in particolare non è fasullo “I promessi sposi” e opere simili.
Non vorrei ripetere cose che altri in questo thread (in particolare Ezio) hanno già detto meglio di quanto potrei fare io.
Tuttavia ci sono 3 punti che mi premono.
Nel commento n. 9, Riccardo Ferrazzi mi pone una domanda:
«@Tedoldi e a Ezio. Davvero siete convinti che i romanzi dicano la verità?».
Certi romanzi, sì, mi pare dicano la verità. Mica tutti. Ma quelli che scelgo di leggere, nella pletora di quelli che vengono pubblicati in Italia e in ogni parte del mondo, li scelgo proprio cercando in essi verità sul mondo in cui viviamo.
La stessa cosa, cercare la verità nei romanzi, mi pare di capire la faccia parecchia gente. Lo si capisce da diversi commenti a questo thread, tra l’altro. E questo nonostante le scelte che faccio io siano diverse da quelle che fanno altri. Mi pare di poter dire che non esistono due biblioteche personali uguali – ogni lettore possiede e ha letto libri che hanno letto molti altri, ma anche libri totalmente originali rispetto a quelli altrui.
Significa che io o altri stiamo sbagliando? No. Significa che io e gli altri stiamo facendo la stessa cosa: cercando.
Nel commento n. 18, Ferrazzi domanda a tutti:
«…mi guardo bene dal dire che non si dovrebbero scrivere romanzi a trama consolatoria, ci mancherebbe! Ma posso dire che queste trame non mi interessano? Che, secondo me, ci vorrebbero anche dei romanzi basati sulla dura realtà?».
Non mi pare così assodato che, se un romanzo è consolatorio, allora per forza non si basa sulla realtà. In effetti, non mi pare nemmeno assodato che la realtà sia «dura».
Non sto dicendo che Ferrazzi ha torto. Il mio intento non è interpretare la parte del cuorcontento ottimista che ritiene di vivere nel migliore dei mondi possibili, contrapposto al pessimista che lo sa, che questo è il migliore dei mondi possibili. Ho letto anch’io romanzi il cui intento era solo consolatorio, e altri romanzi che invece non nascondevano nulla della durezza di certi ambiti della vita umana.
Però so anche quanto valga l’atteggiamento mentale nel determinare la sensazione di quello che si sta vivendo. Ci sono partite di scacchi, per fare un esempio, in cui entrambi i giocatori hanno visto la stessa concatenazione di mosse, e sembrano collaborare alla costruzione di una certa posizione. Il motivo è che entrambi giudicano quella posizione vincente… poi sarà lo scontro con la realtà a determinare la ragione dell’uno e il torto dell’altro – ma finché quello scontro non avviene, ognuno dei due «sa» che la sua intuizione è quella giusta.
Peraltro c’è un intero genere letterario, la fantascienza, che spesso racconta falsità evidenti eppure ha dimostrato di poter rivelare verità sul nostro mondo. Il meccanismo che fa diventare tutto ciò possibile è la «sospensione dell’incredulità». Per dire, lo so che non c’è vita su Marte e quindi non ci possono essere marziani con un grosso cervello ben in vista che vengono a invadere la Terra… però mentre sono nel pieno della storia non sto lì a rompere le scatole al regista, prima voglio sapere come va a finire e se posso imparare qualcosa.
Va anche detto che fu uno scrittore di fantascienza, Theodore Sturgeon, a elaborare la famosa legge della qualità: «Il 95% della fantascienza è schifezza, ma il restante 5% è sublime e ci spinge a cercarne ancora».
Nel commento n. 25, Ferrazzi domanda a Ezio e Lucy:
«“Vissero felici e contenti” è verità? Io direi di no. Certo, se vogliamo dire che le cose dovrebbero (o potrebbero, quindi dovrebbero) andare così e quindi questa è la verità…».
Insomma, che qualcuno ce l’abbia fatta a vivere felice e contento è assodato. Non solo nei romanzi, questo è successo anche nella vita reale. Alzi la mano chi non ha mai visto una coppia di persone che si sono amate finché morte non le ha separate.
E se è stato possibile una volta, perché non dovrebbe essere replicabile? Per noi tutti, proprio per noi tutti. Il fatto che non succeda sempre, e magari nemmeno spesso, non lo rende impossibile. E se non è impossibile, allora si può capire come fare a renderlo più possibile, più probabile, certo.
Senza andare a scomodare le religioni, e i loro libri.
Guido Tedoldi
il mio come le cose “potrebbero” essere è da intendersi solo in senso potenziale, non contiene un invito moralistico alle cose a essere migliori, più belle. la vita che si vive va da, poniamo, un punto A e arriva ad un punto Q, poi torna indietro fino ad F poi riparte e raggiunge S; ma, a parità di partenza, uno scrittore può dipingere tutt’altro percorso. è un potenziale “quantico”: nel senso dell’alea contenuta nello sviluppo di un processo.
paradossalmente il “vissero felici e contenti” è anche nelle chiuse problematiche e amare: non un happy end quanto alla vicenda, ma quanto al fatto che, se una certa vicenda mena dritto in “nessuna conclusione”, guai a dargliela, pena una stonatura colossale. ad ogni storia il finale che si merita. se poi questo risulta scontato e banale o, al contrario, sorprendente non ritengo dipenda dal vissero felici e contenti o dal morirono tristi, sconsolati e separati. non c’è a priori una maggiore o minore verità nell’uno o nell’altro svolgimento, perchè la vita che si vive presenta questo e quello. armonie e disarmonie.
in “bambini nel tempo” ian mc ewan chiude con un minimo di speranza, ma racconta una storia straziante e anche fantastica insieme, su piani diversi e divergenti dall’asse principale del racconto. non mi lasciò consolata. non solo: bimbi sottratti ai genitori e mai più ritrovati sono una realtà devastante delle società di ogni luogo, senza invocare “chi l’ha visto”. ma una storia aderente al reale, in luogo della realizzazione di mcewan, sarebbe un documento e non un romanzo.
il “senso” dell’operazione romanzo si completa, inoltre, con l’operazione “chi legge e perché”: in un altro commento ho parlato di lettore di un qualche pregio che legge cose di pregio. concedetemi che qui si possa far valere il gusto per un venti per cento, per il resto valgano dei criteri di valore. altrimenti siamo tutti Lettori di Opere. anche la mia vicina di casco che legge Harmony. quindi il giudizio di valore scoprirebbe romanzi a tutti gli effetti e romanzi fasulli: ieri e oggi. e romanzi che tengono nonostante il tempo e altri che hanno esaurito la loro forza d’urto, pur essendo stati ed essendo ancora in parte VERI.
l’impressione che il post sia particolarmente intrigante mi rimane proprio perchè ha suscitato tante riflessioni. un aspetto sfiorato più o meno esplicitamente su cui invece riflettere è quello che ormai ha fatto irrimediabilmente perdere credibilità a tante cose che si pubblicano e fa parlare con amarezza tanti scrittori: la relazione tra il commercio d’opere d’inchiostro e i loro effettivi meriti. il più delle volte, senza ricorrere ad esempi pacchiani, la relazione è inversamente proporzionale tra quanto uno vende e quanto vale. con buona pace dei critici che non criticano e dell’estremo relativismo dei nostri tempi.
l.
Ragazzi, mi pare che siamo arrivati al punto in cui ognuno ha le sue idee e se le tiene strette. Mi pare che vada benissimo così: ci siamo spiegati, magari non saremo riusciti a trasmettere tutto ciò che comporta il nostro punto di vista, ma vabbe’, lo scopo di un blog come il nostro è aprire discorsi. Speriamo di proseguire.
Giorgio, stavolta sono io che non capisco. Il tuo ultimo commento mi pare una discreta arrampicata sugli specchi. Ma non voglio insistere. Credo di aver fatto il possibile per spiegarmi e per capire. Se non ci sono riuscito, chiedo scusa. Del resto, il mio scopo era semplicemente quello di presentare un punto di vista “altro”. Non è necessario condividerlo, basta sapere che c’è.
Riccardo, anche a me pare di essere stato fin troppo chiaro… comunque, niente di male, succede di non capirsi.
Da quello che ho letto, in modo meno veloce rispetto a stamattina, invito anch’io alla lettura del saggio di Todorov (vedi commento n. 27), “La letteratura in pericolo”, che mi pare interessante e pertinente a questa discussione.