Nella miniera di pietra sceglievo la mia ardesia. Tagli schegge polvere nelle unghie, lingua denti. La ruota affilatissima tagliava la pietra, passandole sopra, e la durezza si scioglieva morbida. Era come tagliare larghi fogli di carta. La ruota meccanica tagliava anche la mente. Con la mente era il mio corpo, simile all’ardesia. Intorno, solo pietra: ardesia nel suo stato puro, grezzo e sporco, non ancora contaminato dall’artigiano: incolume, senza prezzo di mercato. Io volevo restare nella miniera, con i pezzi che si staccavano dalla rottura tecnica e cadevano, immergendosi nel loro stesso fango. Poltiglia di polvere e di terra. Era acqua che scorreva giù nel canale e mi bagnava le scarpe. E io non mi muovevo, guardavo le scorie i residui della pietra spezzata, che andavano in altre direzioni. Chissà dove avrebbero seppellito i resti della pietra. Poi l’uomo tagliò le due lastre: 25×25. Le lavò, e persero acqua e polvere. Così io. Andai via con la mia ardesia. Avevo la sensazione di aver ucciso o ferito o compiuto un atto *offensivo*, cambiando forma alla pietra – *per questo* l’amai con più forza. L’accompagnai al RAME al pensiero all’opera. L’origine della forma senza forma. Della non-forma. Nel non-stato (statuto). Ancora per giorni e giorni mi rimaneva addosso l’odore della pietra, come un morto che chiede sepoltura. Tornai alla cava mi sedetti restai in silenzio; anche i pensieri mi lasciarono. Mi sentii vuota. Lì, ogni tanto un rumore si frapponeva ad altri rumori, come il sonno alla veglia. C’era stata clemenza. C’erano stati bisogno e soccorso.
[testo e scultura in rame di Patrizia Bianchi]

” Ancora per giorni e giorni mi rimaneva addosso l’odore della pietra, come un morto che chiede sepoltura. Tornai alla cava mi sedetti restai in silenzio; anche i pensieri mi lasciarono. Mi sentii vuota. Lì, ogni tanto un rumore si frapponeva ad altri rumori, come il sonno alla veglia. C’era stata clemenza. C’erano stati bisogno e soccorso.”
Parole che svelano l’autenticità.
mi sostituisco al silenzio [informatico] di Patrizia. a lpels, intanto, e prima di tutto: grazie dell’ospitalità. il rame è stato una sorpresa: quasi la traduzione del volgare [la pittura, buona] in latino, ma un latino che tutti capiranno, come quello dei Carmina burana e del canto gregoriano. e ne sono felice. Patrizia mi ricorda spesso i momenti in cui le chiedevo: fa’ cose belle, fammi vedere cose belle. eccole, ora, in prosa e in arte. – [“lo naturale è sempre sanza errore”, per Dante, e parla di un soggetto che non nomino]
massimo
testo molto bello e “vero”, sentito,
sentito pure dentro l’odore della povere d’ardesia,
e il colore, calore del rame!
C’era stata clemenza.
Questo s-colpisce.
e Opera.
Un abbraccio Patrizia
Chiara
la clemenza è quella che il rame concede a chi lo piega. l’Antigone che è qui in alto è sul mio tavolo, fissata sull’ardesia di cui si parla qui. le piccole cose, forse, la casa la vita – ma la realtà.
Patrizia – l’ho vista felice, finalmente, nell’officina in cui mi ha portato: vieni a vedere dove compro il rame. e io pensavo: ecco, deve essere così. niente di finto, nessuna illusione, nessuna finzione in cui io (dicevo nella scuola di poesia) faccio il papà che compra i giornalini dal figlio che *crede* di essere un libraio. l’ospite ero io, e io sono stato solo l’operaio che ha fissato (un delirio) il rame all’ardesia [che si sfoglia, non è dura: lo è solo *apparentemente*].
Chiara non è una bambina. Chiara fa e farà. Patrizia nemmeno. Fa e farà. Patrizia – il cui soprannome o senhal – è *la murata*, come quello di Chiara è Lupa [e *questa* è sempre letteratura; non scuola di poesia ma poesia: la murata sta per diventare un libro, che ha questo titolo]: le parole hanno un peso importante, il nome porta in alto (patriziato, nobiltà) e il soprannome chiude in basso, tra 4 mura.
a me rimane la “cosa bella” che ho desiderato: è l’opera, né più né meno, e questo rame latino-volgare “darà a molti lo suo frutto”. mi rimane anche l’inclemenza che – ora – pratico anche su di me, in silenzio. *ricordo e aspetto*, dannunziana-mente… – naturalmente “ricomincia la vita”, a Ostia o a Bombay – ma questo è un altro discorso…
non so se dipende da certe suggestioni cui sono stata esposta negli ultimi giorni, ma io trovo molto erotico (oserei dire S/M!) questo postumano mescolarsi di corpo e pietra.
anche nel climax e appagamento finali.
sto vagheggiando?!
comunque. circolano cose importanti, qui.
besos,
re
è il rebis: uomodonna, reregina. è il sogno dell’alchìmia: trasformare il fango in oro [lo dice Baudelaire nel progetto di epilogo alle Fleurs du mal] e unire maschio e femmina. la trasformazione e l’unione parlano la stessa lingua? appartengono forse allo stesso “campo semantico” [e seminale]. per Patrizia ho scritto che non c’è NULLA di incruento nel suo lavoro, in tutte le forme. mi ha fotografato dentro una tempesta s/m di chiodi, per esempio: naturalmente è una persona pacifica – ma non tutto può essere lineare o sobrio; e sono le reazioni della donna che subisce aspetta tace, e poi smette di subire aspettare tacere. Patrizia ha violato la superficie tranquilla del rame. così ha preso il fango [la vita *dura* che ha fatto] e dopo lo sforzo – l’opera è la prima cosa che nasce dall’unione, scrisse un Maestro [e parlò per aforismi. parlò del riposo del peso quando si abbatte; dei due, che si amano] – grazie, RE
massimo