
Torno a casa tardi, accendo la tele, stravaccandomi sulla poltrona.
Tolgo le scarpe e le lancio verso la porta del bagno, mancandola.
La tv è rimasta sintonizzata su un canale sfigato che devo aver trovato, nottetempo, per cercare di irretire l’insonnia.
C’è un tizio in camicia bianca, coi capelli anch’essi bianchi, che gesticola e cammina, ad ampie falcate, nello studio televisivo.
L’audio è pressochè inesistente, cosi mi perdo a guardare la sua mimica.
Non ho la minima idea di chi sia e cosa stia dicendo ma ha tutta l’aria di dirlo con cognizione di causa. Non ci giurerei, ma sembra, anche, leggermente incazzato.
Gesticola, e dopo un po’ ci casco come un serpente a sonagli davanti al suonatore di flauto.
Suona il telefono, dopo un tot di squilli, rispondo, continuando a guardare alla tele il tipo che straparla. Mi rendo conto che la persona, dall’altro capo del telefono, dopo aver esordito con un “come stai ?” molto ben studiato, ha sbagliato numero. Noto la differenza di tono nella sua voce, una donna, quando mi dice, quasi vergognandosi per l’eccesso di confidenza sensuale elargito prima, “devo aver sbagliato, mi scusi“.
Ci resto male e metto giù. E’ come se a teatro, la prima donna, interrompendo la recitazione, scendesse dal palco e arrivata vicino a te, dicesse, “senti, per martedi sera non se ne fa niente, capito ?!”. . Continuo a guardare il tizio.
Parla, si agita, muove le braccia, alza le mani, aperte.
Sottolinea l’espressività con un uso sapiente dei gesti. Anche privo dell’audio sembra davvero convinto del fatto suo.
Ha l’aplomb del telepredicatore, pur non essendolo. Questo tipo potrebbe vendere qualunque cosa, penso.
Suona il citofono. E’ il postino, dice.
Non realizzo che a quest’ora sono solo brutte notizie.
Infatti è un telegramma. Buffo, sono anni che non ne ricevo, da quando Internet si è diffuso, la tempestività di un email con richiesta di conferma di lettura, ha fatto giustizia, di questo che doveva essere la gioia dei marconisti.
Non sono buone notizie. E’ l’avvocato della mia ex che mi intima il versamento dell’assegno mensile, degli ultimi quattro mesi.
Sono già quattro mesi ? Come passa il tempo, considero.
Sembra ieri che ho riportato l’auto dal venditore che me l’ha
venduta, ad un prezzo che devo aver ritenuto buono, se non altro per saldare le rate residue del camper che ora ho qui sotto casa.
Suona il telefono. Non rispondo, so già chi è.
Scatta la segreteria, e infatti, la voce stridula di colei che è stata
l’ultima donna ad aver passeggiato con me verso un altare, mi
copre di insulti (i soliti), e minaccia di mandarmi sotto casa gli amici
dell’uomo col quale si è messa, e che, vado a braccio, non credo siano un rispettabile club di neo-matricole di Harvard.
Nella concitazione del tono, reso ancora più sinistro dal pessimo
audio della segreteria telefonica, percepisco solo una novità:
stavolta la minaccia è rivolta al camper, capto spezzoni che parlano di fiamme, e un te lo faccio bruciare tutto, che invero, un minimo mi turbano.
Mi tolgo anche i calzini. Il catino è rimasto vicino alla poltrona chissà da quanti giorni. Ci immergo i piedi lo stesso. Non è calda, anzi, ma è pur sempre meno fredda della temperatura che c’è fuori.
Il tipo continua a parlare, con fare istrionico, guarda fisso nello schermo e a volte, quando lo fa, mi intimorisce un po’.
Tento di rilassarmi, immerso nel silenzio, rotto solo dalla voci di mammine che chiamano a tavola i loro piccoli, giù dalle scale. Penso a quant’è che non mangio. Per quanto mi concentri non me lo ricordo, ma la cosa non provoca il minimo effetto. Non ho fame. Accendo una sigaretta rollata col tabacco. Mentre porto la fiamma verso il viso, incrocio uno sguardo inquietante del tizio, è come se disapprovasse, penso. Ma poi comprendo che non può avercela con me. Cazzo ne sa chi sono ? Quello manco è
in diretta, magari l’ha registrata tre mesi fa, magari nel frattempo è deceduto, o forse è in galera, a causa di qualche affare losco.
Le volute del fumo si stemperano davanti alla luce lattiginosa dello schermo.
L’aspetto è ancora più luciferino. Penso a coloro che hanno vergato un biglietto, rinvenuto in pineta, vicino ad alcuni ruderi, presso i quali si ordivano, cosi ho sentito alla radio, delle messe nere…”satana, fammi vincere il concorso”.
Gente a modo, pur di lavorare è disposta a vendere l’anima (o ciò che ne resta) al diavolo.
L’unico concorso che anelo a vincere sarebbe ippico. Posto che riesca a trovare i soldi per Jennifer piazzata in quarta corsa, dopodomani.
Gli occhi mi vanno fuori dalla finestra. E’ già buio, ma c’è un
insolito chiarore. Penso al bagliore del napalm. Che non ho mai sperimentato. Dal vivo, intendo. L’ho visto solo in qualche film di guerra. Vietnam, immagino. O dintorni. Ma è ben strano che ci sia tutta questa luce, saranno quasi le nove.
Estraggo i piedi dal catino, lasciando delle isole di luce sul pavimento al passaggio delle mie impronte e scostando delle tende che non incontrano un Dixan da diverso tempo, mi sporgo fuori dalla finestra.
Sotto nel cortile, una sagoma che non faccio fatica a riconoscere sta andando allegramente a fuoco. Le faville dell’arredamento in simil legno arrivano, spinte dal vento, o per induzione, come ricordo veniva chiamato a scuola, questo fenomeno, fino al quarto piano.
Osservo la scena, continuando a fumare. I due fumi si incrociano. Hanno qualcosa entrambi, in comune con me, osservo.
Sotto, alcune persone si agitano. Non credo per un sussulto di filantropia, quanto per proteggere dalle fiamme del mio camper le loro macchinucce, parcheggiate accanto, ancora da finire da pagare.
Medito di chiamare i pompieri, ma poi ricordo che posso solo ricevere, la compagnia telefonica ha tagliato la linea per morosità.
Ripercorro, scalzo, la strada di prima. Raggiungo la poltrona.
Reimmergo i piedi nel catino, se non altro per togliere la polvere che, bagnati, devono aver tirato su dal pavimento, all’andata. Non so spiegarmi come, ma stavolta l’acqua è calda.
Il tizio continua a parlare.
Sembra ce l’abbia proprio con me, dal modo in cui mi fissa,
di la dallo schermo.
Poi, di colpo, come se volesse farsi un baffo dell’audio disattivato, un sottotitolo, scorre in sovrimpressione:
“E’ tardi, vai a dormire”.

Questo racconto é bello. ma dove l’ho già letto? L’avevi forse postato su vibrisse?
Marino, grazie. No, non era su vibrisse, forse sul mio blog.
Cletus, questi tuoi ritorni a casa con pediluvio sono un must. E il boxer? Dov’è?
Il boxer sta bene, Baldrus, grazie. Ha passato un momentaccio fine anno scorso, che l’ha portato ad un passo dai verdi pascoli, ma ora, sebbene castrato per bloccare un’insolita proliferazione di cisti prostatiche, perde un po’ di pelo, ma sta in forma perfetta (almeno, a giudicare la precisione con la quale distrugge i tralci di rose pazientemente interrati nelle aiuole). Stavo inoltre pensando che “Must”, se non fosse anche il nome di un qualche deodorante o profumo da due lire, sarebbe anche un nome perfetto. Per lui.