come ora
che il cielo ci ha rubato il sole e ha trasformato il fuoco in acqua, pioggia che non seda la sete non ti costringe al focolare. Ma batte il tempo, e per ogni goccia ti scandisce, ti percuote. Un inverno indesiderato l’ombra corre tra i fogli e si abbevera alla luce dello schermo. Ai suoi piedi le dita cercano i segni come un cieco il solco, la punta del chiodo. Ma non sorrido ora che l’orrido ha intasato le vie respiratorie delle terre, e con un colpo di tosse vomita i frutti come tumori. Pioggia che sa di veleno, di dolore, tra le fiumane un tempo rivoli di tempo, abitati dai pesci, ed ora gorgoglii di fango che incancrenisce gli argini con un muro di detriti. Gli ombrelli neri sembrano aperti come ai funerali di un poeta e qui anche piangere costa qualcosa, stanca e distendi la gola ad arco per raccogliere la saliva, la tentazione dello sputo, rigurgito di male. In tanto mondo l’unico rifiuto che trasalisce è il no pronunciato da alcuni, altro dall’immondo universo di rumenta, dei sacchetti firmati e divelti da materiale organico sui bordi, come a significare guerra e le sue trincee.
ma l’anima si sa non ha confini per la provvidenza e tra le mani giunte e chiuse come un imbuto filtra la pioggia e purifica l’acqua, pulisce il seme. Raccoglierà tra i solchi il pianto di questa notte, e toglierà i chiodi , si nutrirà del frutto. Sorriderà.
effeffe
.
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“…il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro,
ma il derubato che piange ruba qualcosa a sé stesso…”
Grazie, Francesco
come ora
che il cielo ci ha rubato il sole e ha trasformato il fuoco in acqua, pioggia che non seda la sete non ti costringe al focolare. Ma batte il tempo, e per ogni goccia ti scandisce, ti percuote. Un inverno indesiderato l’ombra corre tra i fogli e si abbevera alla luce dello schermo. Ai suoi piedi le dita cercano i segni come un cieco il solco, la punta del chiodo. Ma non sorrido ora che l’orrido ha intasato le vie respiratorie delle terre, e con un colpo di tosse vomita i frutti come tumori. Pioggia che sa di veleno, di dolore, tra le fiumane un tempo rivoli di tempo, abitati dai pesci, ed ora gorgoglii di fango che incancrenisce gli argini con un muro di detriti. Gli ombrelli neri sembrano aperti come ai funerali di un poeta e qui anche piangere costa qualcosa, stanca e distendi la gola ad arco per raccogliere la saliva, la tentazione dello sputo, rigurgito di male. In tanto mondo l’unico rifiuto che trasalisce è il no pronunciato da alcuni, altro dall’immondo universo di rumenta, dei sacchetti firmati e divelti da materiale organico sui bordi, come a significare guerra e le sue trincee.
ma l’anima si sa non ha confini per la provvidenza e tra le mani giunte e chiuse come un imbuto filtra la pioggia e purifica l’acqua, pulisce il seme. Raccoglierà tra i solchi il pianto di questa notte, e toglierà i chiodi , si nutrirà del frutto. Sorriderà.
effeffe
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sì, sorriderà, nonostante tutto, anche nel nulla.
grazie, Furlen.
fabry
une très belle chose.