Perché son tristi

La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. È una città in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.
La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza entrai nel negozio di un fotografo, un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale. Aveva una pronuncia blesa da vecchia checca e dovetti fare uno sforzo per non ridergli in faccia.
Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa.
L’apparecchiatura era moderna e io pensai che lo sviluppo delle foto avrebbe richiesto al massimo un paio di minuti. Invece, dopo il clic, l’ometto sparì nel retrobottega e ricomparve solo quando gli gridai che avevo una fretta dannata. Aveva una strana aria guardinga quando mi mostrò un cartoncino con la mia faccia stampata in quattro copie. Feci per intascarlo.
“Ma come!” protestò. “Non controlla?”
“Va bene così” tagliai corto. “Non si preoccupi.”
Con improvvisa autorevolezza mi tolse di mano il cartoncino, andò dietro il banco e ritagliò accuratamente le quattro foto. Le infilò in una custodia di plastica e me le consegnò ammonendomi:
“Lei ha pagato. Il servizio è un suo diritto.
Chissà perché mi risvegliò il ricordo di una cittadina della Baviera dove ero approdato in un giorno di pioggia, sbagliando strada. Avevo chiesto indicazioni a un poliziotto, stolido come il marchio della birra Spaten, il quale me le aveva somministrate in tono formale e in esauriente quantità, ma con il tono di chi si domanda: da quale lurido buco salti fuori se non conosci Fatelapeska, che è il centro del mondo?
Tornai di corsa agli uffici dove l’usciere mi aspettava per confezionare il passi. Avrei bevuto volentieri qualcosa di fresco, più che altro per scacciare la sensazione di fastidio. Accidenti! A quel fotografo non era mai capitato un cliente frettoloso?
***
La pelle di Judy aveva il colore di un’oliva bruna e i suoi occhi erano scuri, profondi. Le labbra erano intagliate in un materiale soffice come lo stucco e languido come la seta. Solo raramente Judy le sollevava fino a scoprire i denti bianchissimi. Lo fece quando ci incontrammo, e bastò per convincermi che al mondo non c’era nulla di più importante di quel sorriso.
Judy era impiegata nell’albergo e non mi permetteva di apparire troppo assiduo. Diceva che colleghi e superiori la tenevano d’occhio. Sarebbe bastato un sospetto, anche solo una maldicenza, per essere licenziata.
Judy aveva atteggiamenti che non capivo. Poteva fermarsi a chiacchierare con me in uno dei tanti ritrovi dell’albergo, ma non accettò mai di uscire a cena, al cinema o anche solo a passeggio sul lungomare. Mi disse che doveva tenere da conto il suo impiego, anche se lo stipendio era da fame. In quella città la vita era immensamente cara.
Io le parlavo di me, del mio lavoro e delle mie speranze. Lei mi ascoltava con interesse, ma non perdeva occasione per dichiarare che non provava nulla per me. Le chiesi se aveva un uomo e, con l’imbarazzo di chi improvvisa, mi parlò di un fantomatico John, secondo pilota in una compagnia aerea americana, che si faceva vivo a scadenze imprevedibili e le aveva promesso di portarla a vivere in California.
Eppure Judy trovava sempre tempo per me, mi chiedeva se ci tenevo molto alla mia religione, se avrei saputo insegnarle a sciare, se gli affari mi tenevano spesso lontano da casa. Ma non appena scorgeva nel mio sguardo un’ombra di tenerezza si affrettava a dire che non dovevo illudermi: lei non mi amava e non mi avrebbe mai amato.
Io non sapevo cosa pensare. A quei tempi viaggiavo parecchio. Quando ero lontano le telefonavo tutte le sere e, forse per via della distanza, credetti di sentire nelle sue parole il sapore del sentimento. Una sera le annunciai il mio ritorno e lei promise che avrebbe preso qualche giorno di ferie. Le dissi che l’avrei portata con me in una città di sogno, che avremmo fatto un lungo fine settimana insieme. Mi rispose di non pensarci neppure, ma capii che la proposta le aveva fatto piacere.
***
Non era in albergo. Le telefonai e, per la prima volta, mi invitò a casa sua. Mi diede il benvenuto dicendo che avrei dovuto andarmene entro un’ora perché condivideva l’alloggio con una amica che sarebbe rientrata prima di sera. Versò il the con l’aria di vergognarsi del suo appartamentino d’affitto. Sedette a una certa distanza da me, lanciando sguardi preoccupati alla finestra.
“Che c’è?”
“I vicini ci spiano.”
“Chiudiamo la tenda.”
“Scherzi? Sai cosa penserebbero!”
Parlava come se spiare in casa d’altri fosse un diritto costituzionale. Mi fece ripensare al fotografo e alla sua diffidenza per chi non esigeva tutto quanto è compreso nel prezzo. Cercai di non pensarci. Paese che vai, usanze che trovi. Dunque: dove le sarebbe piaciuto passare il fine settimana?
“Con te?”
“Certo, con me.”
Finse di scandalizzarsi e mi obbligò a sorbire un quarto d’ora di chiacchiere senza senso prima di lasciarmi tornare sull’argomento. Proposi Atene o Istanbul.
Judy storse il naso. Disse che ad Atene era già stata e di Istanbul non voleva nemmeno sentir parlare. Proposi Roma, ma neanche Roma andava bene. Proposi Parigi.
Judy guardò l’orologio, disse che i negozi stavano per chiudere e che la sua amica sarebbe arrivata di lì a poco.
Passai la serata a domandarmi dove avevo sbagliato. Il giorno dopo mi informai su voli e alberghi, cercando di organizzare un fine settimana a Parigi. Rimasi fuori a pranzo e, quando rientrai in hotel, chiesi di Judy. Mi dissero che aveva preso qualche giorno di ferie.
Indeciso se telefonare o bussare alla sua porta, sospettavo che, qualunque cosa avessi fatto, sarebbe stato un errore. Con l’animo pieno di dubbi andai a casa sua, salii tre piani di scale e bussai a lungo. Cominciavo a temere che non fosse sola in casa, quando finalmente si affacciò sull’uscio e mi lasciò entrare. Aveva il viso assonnato.
“Cosa vuoi?” domandò in tono acido.
“Ho prenotato il volo e l’albergo a Parigi.”
Non rimase ad ascoltarmi. Mi volse le spalle. Sembrava svagata o trasognata.
“Ce li hai i biglietti?”
“Vado a ritirarli. Judy, ascolta, mi ami almeno un po’?”
Finse di non aver sentito.
“Che carta di credito usi?”
Mi imposi di non farle caso. Quando ci si incapriccia si è disposti ad accettare di tutto.
“Judy, perché non mi guardi?”
Tre occhiate. Una ai suoi pantaloni larghi di tela leggera; una, rapida, a me; e un’altra lontano, nel vuoto.
“Non ho i vestiti adatti per andare a Parigi.”
Come una stella cadente, mi attraversò il cervello un’idea sgradevole. Non ci volevo credere. Mi avvicinai a Judy cercando il suo sguardo distratto. La strinsi e la baciai.
Rispose al bacio con una specie di stanca riluttanza, poi mi respinse debolmente, come se fosse sfinita. Con gli occhi bassi, tornò alla porta:
“Ecco, hai avuto quel che volevi…”
Tenne aperto l’uscio senza guardarmi in faccia. Non riuscii a trovare una parola che non suonasse irritata o volgare. Rimasi in silenzio, cercando un’altra spiegazione. Judy non alzò gli occhi da terra.
***
Mi ci volle tutto il pomeriggio e una parte della notte per decidermi a scrivere una lettera di addio. Le augurai che il suo John esistesse davvero e che mantenesse l’impegno di portarla in California. Misi la busta nella tasca interna della giacca e solo allora mi addormentai.
La mattina dopo, mentre il taxi galleggiava nel traffico, prima di imboccare la strada dell’aeroporto mi ricordai della lettera. L’autista mi portò alla posta centrale e mi accompagnò a uno sportello.
Venne il mio turno, mostrai la busta e chiesi quanto ci voleva di affrancatura. L’impiegato, un tizio flaccido, di quelli che comprano biglietti della lotteria con lo stesso spirito con cui pagano le tasse, stava seduto con le spalle ciondoloni.
“Quattro scellini” mormorò riabbassando gli occhi. Fissava l’orlo del banco come se lo sguardo avesse un peso.
Aspettai.
Aspettavo ancora quando una mano si posò sul mio braccio.
Era un uomo anziano in coda dietro a me.
“Guardi che, se non mette i soldi sul banco, il francobollo non glielo dà.”
“Vorrà scherzare!”
“Niente affatto.”
Misi quattro scellini sul banco. L’impiegato incassò le monetine, scelse un francobollo e me lo allungò.
***
All’aeroporto, mentre aspettavo la chiamata del volo, provai a figurarmi la scena di un pericoloso criminale che arraffava un francobollo e se la dava a gambe con la refurtiva stretta in pugno. Una cosa da pazzi.
Poi ricordai di aver sceso tre piani di scale con le labbra chiuse per trattenere il sapore di una bocca riluttante. Judy mi avrebbe ricordato come un ladro in fuga, con il bottino stretto fra le labbra.

13 pensieri su “Perché son tristi

  1. robertorossitesta

    Caro Riccardo,
    bel racconto e testimonianza esemplare.
    Situazioni impossibili ne esistono tante anche dietro l’angolo di casa, fra simili o presunti tali.
    Le differenze culturali certo complicano ulteriormente le cose, ma la distanza materiale rende più facile fare ciò che in certi casi è l’unica cosa sensata.
    Non è vero, purtroppo, che l’amore vince tutto; almeno non il terreno amore fra un uomo e una donna.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. sparz

    La pelle di Judy aveva il colore di un’oliva bruna e i suoi occhi erano scuri, profondi. Le labbra erano intagliate in un materiale soffice come lo stucco e languido come la seta Caro Rick, vuoi farci svenire tutti?
    Grazie della tua scrittura.

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  3. Giocatore d'Azzardo

    Riccardo, mi hai ricordato una donna che ho conosciuto. Troppo occidentale il tuo turista per caso 🙂

    Blackjack.

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  4. rferrazzi

    Black, siamo tutti più occidentali di quanto ci faccia piacere ammettere… Caro Sparz, occhio alle valvole! Rorote, amore o guerra, la legge è sempre la stessa: “…perché son tristi, e non l’osservarebbono a te, tu etiam non l’hai a osservare a loro”.

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  5. Chiara Daino

    “Ecco, hai avuto quel che volevi…”

    Ecco l’inciso che incide: che cosa si vuole? Si vuole volere? E chi abbiamo “vissuto”? E chiunque si riconduce – a ” UN SOGGETTO PER UN BREVE RACCONTO”? E sono gabbiani? “Perché sono tristi!” – o – “Perché sono tristi?”.

    Grazie Riccardo per lo scritto che stimola le papille e sprona le papille: come si gusta in gola ogni piccola/grande gora!

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  6. riccardo ferrazzi

    Chiarissima, come ben sai, uno scrive pensando a una cosa, ma chi legge ha il diritto di trovarci tutt’altro. In questo caso io pensavo alla frase di Machiavelli che ho riportato nel commento 4 e che, nel Principe, si riferisce al mantenere la parola data. Secondo me potrebbe riferirsi anche al carattere della gente: la gente trista non si fida di nessuno. E come si fa ad amare se non ci si fida?
    Ecco, io ho scritto il racconto con questa idea. Ma la tua lettura è altrettanto valida.

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  7. Chiara Daino

    Grazie Riccardo,

    “il diritto di chi legge” – è (p)ossessione continua…
    Interrogo ogni rigo,lo “spazio bianco”, il non detto detto “dentro”. E non so [non ho ancora concluso quale sia la reale giustizia resa all’animo autoriale] quale verità “RIPOSI SUL TESTO”. E’la mia? E’ anche la mia? E finché posso – chiedo [comunicare con Rimbaud è “leggermente” più complicato]. E rendo: grazie. Perché mantieni LA PAROLA, dando PAROLA/UDIENZA a chi bussa – per farsi aprire le porte/pagine.

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  8. bevitore

    mamma mia……ma perché si deve essere così cerebrali?
    Non è più chiaro dire: se mi trovo nelle cose che leggo, io e chi scrive siamo simili o vicini?

    scusate, l’insalata mi aspetta anche il sabato pomeriggio……con permesso.

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  9. riccardo ferrazzi

    Bevitore, non ti rassegni all’idea che le donne sono diverse da noi e bisogna prenderle così come sono? (Del resto, anche loro devono prendere noi così come siamo). Judy, per esempio, non era mica tanto facile da capire (e meno ancora da accettare).

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  10. bevitore

    certo Chiara che tu DEVI essere come sei, ci mancherebbe, ma lascia che ti si dica quando ti si capisce poco altrimenti te scriveresti solo per te se non accettassi questa specie di critica e se scrivessi solo per te non pubblicheresti, credo. Ma mi limito solo a considerare le cose che leggo qui perché del resto non ho letto niente. A volte ho ascoltato decantare e anche lì la mente ha preso a vagare altrove et lontano. Tipo a Badalucco. (cioè lontanisssimisssimissssimo da lì).

    ho mandato il rumeno a raccogliere l’insalata, vado a vedere a che punto sta e poi torno magari.
    si sa mai.

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  11. Chiara Daino

    @Bevitore:
    “Io non cerco un gran numero di lettori, ma un certo numero di rilettori”.
    [Juan Goytisolo]

    [Re]citato questo – mi si può dire [mi sono sentita dire] di tutto. Scelgo e scarto: in base all’UTILITà! E creda, anche se lei e i “come lei” non mi capiscono – non lavorerò di rotule per arrivare “3 metri sopra il cielo”. Resto con la mia schiatta: “six feet under”.

    You labeled me
    I’ll label you
    Fibrilla Metallica

    @Riccardo: a Judy, a te! Abbraccio: incrocio di vite – sempre!

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