Cara città, di Davide Vargas

anteprima Sud n°12

foto di Philippe Schlienger

I suv sono tutti partiti.

La sera la città si rianima.

I ragazzi abbronzati dalle ore di mare a Sperlonga vanno verso i bar rimasti aperti, siedono ai tavolini fanno capannello sul marciapiede bevono birra e fumano canne. Dalle auto ferme arrivano le note sparate di Giusy, le motociclette piegate sui cavalletti luccicanti cromate aggressive, una stella cade mentre nessuno guarda in cielo e i desideri restano inespressi. Come certi sguardi che corrono dai ragazzi appollaiati sui sedili delle auto con gli sportelli aperti alle ragazze ancora più nere per le maglie bianche e scollate che indossano facendole ricadere su gambe da fremito infilate negli stivaletti da cow boys.

Intorno ai lampioni sciami di insetti si inseguono tracciando nella luce filamenti in movimento. Dietro l’angolo addentrandosi nelle strade che si perdono tra i palazzi della periferia, i cantieri che nel buio sono impalcature di tensioni e la distesa di asfalto appena steso dove domani o non so quando arriveranno alle prime ore del giorno i venditori ambulanti per il mercato, prenderanno posto negli stalli e poi alla fine della giornata sarà un macello di buste di plastica carte scontrini, lì dietro l’angolo gli uomini comprano fette di anguria rinfrescate da blocchi di ghiaccio al banco allestito sul pianale del treruote accostato all’unico tratto di marciapiede. Si avvicinano ai lampioncini di plastica e alle ventole che girano per allontanare le mosche come luminarie da luna park. Dietro il cancello del condominio attorno alla tavola apparecchiata al centro di una corona di zampironi tra le macchina e un gazebo ingombro di scooteroni altre persone, un ragazzo a torso nudo bambini con la maglia del Napoli donne in ciabatte ragazze in carne tatuate, hanno mangiato pizza dai cartoni e aspettano le fette fresche incuranti degli sguardi della giovane ninfa meridionale che parla al cellulare affacciata al balcone proprio lì sopra. Il ragazzo alza un braccio sulla testa distende il torace nudo sulla sedia e lancia uno sguardo alle sue gambe tra i ferri della ringhiera.

Di giorno la città oscilla sonnolenta. Abulica.

I bar della sera restano chiusi.

Le finestre aperte, i jeans appesi ai balconi, l’acqua che sgocciola dai condizionatori, le tende a righe agganciate alle ringhiere, le ucraine che vanno in bicicletta arrossate dalle ore del mare domenicale a Ischitella e dalla calca del pullman, che pedalano con i seni liberi sotto le canotte qualunque sia la loro età, sono segnali di presenza umana. Di tutti quelli rimasti in città. Lungo le strade, dentro i posti numerati dietro le barriere dei pitosfori, nei portoni degli antichi palazzi macchiati di intonaco sono parcheggiate le punto, le opel astra, le ford focus, le hyundai matrix, le fiat marea. Sotto il sole di agosto scintillano come pacchi di cambiali.

Un extracomunitario con baffetti alla Clark Gable seduto su un muretto scatta quando un uomo ben vestito si avvicina ai suoi camicioni bermuda jeans appesi ad un trespolo cromato. Tocca un pantalone, sente il cotone, sembra soddisfatto, forse lo comprerà.

All’angolo quattro soldati in tuta mimetica parlano stancamente appoggiati alla camionetta con la scritta UN sul fianco mentre un altro arriva con una tuta di garza addosso, il cappuccio calato sul collo la mascherina appesa all’orecchio e uno strano arnese tra le mani. Di plastica, come i fucili ad acqua dei bambini sulla spiaggia. Rosso. Da qualche parte una pellicola di calce avrà ricoperto la monnezza.

Nel vicolo Pippo con la solita camicia bianca nei pantaloni di terital larghi e neri come le sue occhiaie, secco come un ago, i capelli unti e divisi al centro da una scriminatura impeccabile, prepara il suo ford da noleggio. Attraverserà i mazzoni e raggiungerà l’unico mare accessibile per il suo carico dove ci vuole coraggio per tuffarsi e poi all’imbrunire ritornerà quando le zanzare avranno preso possesso armato di quelle terre paludose.

I motorini vanno tranquilli contromano fino all’ora calda del mezzogiorno quando una colonna di automobili invade lenta via Roma tra ali di negozi aperti o chiusi secondo l’estro o il bisogno.

Alla fine della strada il meccanico affonda la testa sotto un cofano puntato come una lente verso il sole.

La città è deserta solo nella controra.

L’azzurro del cielo si dissolve in calore.

Giro a quell’ora con il mio velocifero, il sole che brucia sulle spalle, casco e occhiali neri. Come Nanni Moretti in Caro diario. In vespa e sulle note di Koln concert.

Il mio mare è lontano di un anno. Non mi dispiace.

Mi piace lasciare gli asfalti che il sole imbianca come fosse polvere e attraversare le strade del centro storico dove i sobbalzi dei basoli fanno male alla schiena. Cerco le strade non ancora rifatte. E lì mi piace lasciare la linea di terra punteggiata di ciuffi di erbe acquattati come animali fuggiti dalle gabbie e seguire i fili dei cornicioni ritagliare fette di cielo e incrociarsi tra loro. Guardo sempre in alto in questo pezzo di città, ai granai allineati in sequenza, alle statue di gesso nelle nicchie delle murature, ai medaglioni negli spigoli. E soffro come un cane per le mansarde abusive che sbranano il profilo della città.

Sento il profumo del basilico piantato nei bidoncini di ferro ai lati degli usci dei bassi e il malodore della monnezza. Cinquantotto giorni dopo la nascita del suo governo Berlusconi ha detto che non ce n’è più per strada ma ottantasei giorni dopo la monnezza è ancora qui. Variopinta. Oscena come una troia. E dove è stata rimossa resiste la puzza come un timbro. Penetrata nelle maglie delle cose. Intrisa che non andrà più via.

Mi fermo. Il tabacchi è aperto come sempre. Seduto sulla sedia all’ombra dell’unico lauro piantato sul marciapiede il tabaccaio in pantaloncini blu parla al cellulare e con l’altra mano si massaggia le pieghe della pancia costretta nella maglietta e poi passa ai piedi nei calzini bianchi duplo infilati nelle ciabatte di gomma. Ad ogni ora puoi salire i tre gradini fermarti un momento sul balconcino rialzato zeppo di retine con secchielli e palette ombrelloni materassini e poi entrare in quella specie di bazar dove compri le sigarette e anche i detersivi, i lacci per le scarpe e gli stuoini, le fornaci per i carciofi e le mutande, collanine e braccialetti, ventilatori, la pasta tre mulini e l’olio a due euro e cinquanta. Puoi comprare di tutto tra ucraine polacchi e italiani poco imbarazzati, persino noleggiare per il matrimonio di tuo figlio la limousine che brilla come un diamante sul sagrato della chiesa nella fotografia incorniciata sull’unico pezzo libero di parete tra scaffali ricolmi. E a qualsiasi ora del giorno e della notte, puoi bussare a un campanello e qualcuno dal sonno nel retrobottega risponderà, come in Fifth avenue.

Riparto e registro immagini urbane dal mio punto di vista racchiuso nel casco come in apnea. Condizione privilegiata senza interferenze. Accolgo le ambivalenze di questa città così immobile distesa sotto una luce accecante come una grande nave all’ormeggio lievemente increspata, che ti sceglie e ti fa fiutare la sua bellezza. E c’è come una verità che avanza nella ciurma delle parabole degli allumini anodizzati delle insegne delle screpolature dei tubi dell’acqua. Nei buchi sulle strade dove erano i chiusini che i nuovi ladri di metalli rivendono a diciotto euro.

Cammino tra pareti compatte come muraglie, in una lunga navata. I portoni sono sbarrati. Quando inavvertitamente si apre un varco lo sguardo eccentrico viene risucchiato e corre come in una cappella. Sulle scale di pietra, lungo i ballatoi, riposa all’ombra sotto gli archi, entra in qualche casa, si intrufola nella vinella fino all’albero di limoni. Sente i respiri. Vuole toccare.

Guardo la mia sagoma riflessa in una vetrina tra manichini spogli e cartelli dei saldi dimenticati. C’è un altro me. Dalla vetrina entro nei muri della città, nei suoi spessori, strati su strati, pelle su pelle. Sono in una zona viva, un centro dove si sente una voce. Sono stanca, attraversatemi indifferenti. Tu rallenta amico mio, segui il mio sangue, ascolta e racconta.
Il velocifero mi porta fuori città. L’umidità nell’aria è insopportabile. Come se tra i jeans e la pelle scorresse un fiume caldo. Sovrapensiero ho imboccato una rampa e mi ritrovo su una strada stretta affondata nella campagna. Due puttane mi salutano appostate dietro l’ultimo tratto di guard rail. Come da un altro mondo. Non so più dove sono. Mi fermo un momento e tolgo gli occhiali, voglio che questo verde acido mi faccia male agli occhi. Dietro le spighe del tabacco una montagnola di terra secca si mostra innocua se non fosse per i lampi che lanciano i detriti sfuggiti al terreno.

Il cane disteso al centro della strada mi guarda perplesso prima di alzarsi e spostarsi. Vado avanti sotto il sole senza riferimenti. All’orizzonte non c’è niente che mi guidi eppure la città non può essere di colpo sparita. Le sue periferie almeno. Improvvisamente amiche. Sto vagando come un primitivo alla ricerca di impronte rassicuranti. Un’apprensione cresce piano piano. Addossati a un muro di cemento su cui è scritto con la vernice nera un numero di cellulare un cumulo di amianto ondulato minuziosamente impilato tra copertoni di autotreni e sbriciolature maligne sparge tutt’intorno il suo veleno silenzioso.

Oggi è il mio compleanno.

15 agosto 2008

Un pensiero su “Cara città, di Davide Vargas

  1. Giorgio

    Bello, con un bel crescendo, via via che il viaggio nella città diventa un viaggio dall’esterno all’io.

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