Ripellino’s Renaissance


Nella quarta di copertina di “L’ora di Praga”( Le Lettere, 2008), raccolta degli scritti di Angelo Maria Ripellino sul dissenso e la repressione nell’Europa orientale nel decennio 1963-1973, campeggia il volto sornione ed ironico di questo critico, poeta, saggista, docente universitario, intellettuale fra i più significativi della cultura italiana ed europea di questo secolo. Il suo destino postumo, dopo una morte precoce avvenuta a soli 55 anni nel 1978, ricordava da vicino ciò che era accaduto al famoso gatto del Cheshire di Alice: di lui c’era rimasto solo il ricordo di quel sorriso dolcissimo ed ineffabile, ma del gatto ( leggi cioè di una produzione vasta e considerevole, riflesso cartaceo di una curiositas pressoché illimitata) era rimasto ben poco.
La periodica ripubblicazione da parte dell’Einaudi dei suoi saggi più famosi ( “Praga magica”, “Il trucco e l’anima”, “Saggi in forma di ballate”) non poteva bastare infatti a chi aveva assaporato “il limpido dettato, la precisione onomastica, la cura dei dettagli, l’estro metaforico” della scrittura ripelliniana. Oggi, dopo un trentennio di plumbeo ed ingeneroso silenzio, possiamo parlare finalmente, a ragion veduta, di una Ripellino’s Renaissance, anche se ne gioiamo con quel languore un po’ melanconico che hanno gli anniversari celebrati fuori tempo massimo, quando, come in questo caso, il ‘festeggiato’ è irreparabilmente fuori scena. Questa ‘rinascita’ editoriale comunque consente di squadernare la ricchezza della variegata ‘tastiera’ ripelliniana anche a coloro che non si sono mai imbattuti nella sua “multicolore santabarbara verbale”, come la definisce Cortellessa nel libro pubblicato da Le Lettere, quella che gli consentiva di passare, con apparente nonchalance, dalla poesia alla critica teatrale, dalle monografie d’arte alle recensioni librarie, dal saggio critico che fondeva accademismo e réverie, alle colte ed imaginifiche introduzioni fino alle tuttora insuperate traduzioni dal russo e dal ceco. Sempre attenendosi a quella specie di ossessivo mantra che Ripellino mai ha tradito: “schivare l’informe, il trasandato, il tritume, le sbavature, la lutulenza, curando sino allo spasimo la compattezza, lo spessore della mia scrittura”, privilegiando piuttosto “ il giuoco, gli espedienti di musica, la pagliacceria, i capricci verbali, le acutezze, i ‘concetti’, – ma tutto questo non deve girare a vuoto: tutto questo mi serve a d esprimere la mia sofferenza ed il malore del mondo”. La Ripellino’s Renaissance è stata inaugurata nel 2000 dalla Cronopio con la pubblicazione di “ Nel giallo dello schedario”, una crestomazia di 30 pezzi giornalistici di critica letteraria. Il curioso titolo deriva dall’ironica risposta che l’autore si era dato, congetturando con profetico pessimismo il destino della sua opera: «Qualche tuo volumetto resterà in cima a uno sperduto scaffale della Biblioteca del Cosmo. E forse un unto, barbuto, infelice glossatore andrà un giorno a scovarne il titolo nel giallo dello schedario». Ha continuato l’Aragno ( Poesie prime ed ultime, 2006) raccogliendo tre sue vecchie raccolte: “ Non un giorno, ma adesso” (1960), “ La Fortezza d’Alvernia e altre poesie” (1967), “Autunnale barocco” (1977); poi, sempre nello stesso volume, una sezione-chicca only for lovers, ovvero gli inediti poetici rinvenuti nell’archivio dello scrittore ed altri apparsi in sedi e pubblicazioni defilate. L’integrale poetico è stata concluso dall’Einaudi che nel settembre 2007 ha pubblicato “Notizie dal diluvio”( 1969), “Sinfonietta” ( 1972) e “Lo splendido violino verde”(1976). Nel 2003 era stata poi la Polistampa ad aver pubblicato i pezzi critici sull’arte in un testo intitolato “I sogni dell’orologiaio”. Non è finita, qui, per fortuna: oltre al libro de Le Lettere, impreziosito da interventi di Pane, Alessandro Fo, Cortellessa, Ajello, Catalano( i primi due sono davvero i Dioscuri della riscoperta ripelliniana) è appena uscita per Mesogea una raccolta di interviste dell’autore di “Praga Magica” risalenti al ventennio 1957-77. E allora: se non ora,quando rileggere Ripellino? Oggi infatti il Continente-Ripellino, un territorio vasto e multiforme, semisommerso fino a poco tempo fa, popolato da un’iridescente mole di poesie, racconti, saggi di slavistica, scritti brevi d’arte, letteratura e teatro, è finalmente quasi del tutto esplorato e cartografato. Non resta altro al lettore-viaggiatore che perlustrarlo in lungo ed in largo, leggendo il corpus di un autore che odiava soprattutto l’incasellamento, la definizione rigormortis da lettino da contenzione, la collocazione devitalizzante. C’è una bellissima prosa autoesegetica, intitolata programmaticamente ‘Congedo’, che, oltre ad essere un perfetto essai del suo stile incomparabile, spiega con fierezza i motivi di questo sua caparbietà quasi donchisciottesca, che lo induceva a ribellarsi contro una certa maniera di concepire non solo l’arte, ma, a ben vedere, anche la vita : ‘Noi viviamo dentro caselle da cui gli altri non ci permettono di uscire. Noi siamo solo l’immagine che gli altri hanno costruito di noi. Per anni ed anni ho scritto e stracciato poesie, vergognandomi di scriverne. Il mio mestiere di slavista, la mia etichetta depositata mi relegarono sempre in una precisa dimensione, in un ranch, da cui m’era rigorosamente vietato di evadere.[…] non c’era posto per le mie metafore, tassate di barocchismo.[…] Tutto appariva sbagliato in quello che avevo scritto ( e che stavo per lacerare): la mia ansia di immettere nel tessuto dei versi le consuetudini della pittura, di trattar le parole come tubetti di colore schiacciati e di attrarle in viluppi fonetici, le trovate allegoriche, al buffoneria sottesa di lugubre, le deformazioni, il mio guardare la vita grottescamente come il calvario d’un clown, il quale si ingegni i continuare a suonare su un logoro violino che va ogni momento in frantumi”.
( Liberazione, 21 ottobre 2008)

2 pensieri su “Ripellino’s Renaissance

  1. enrico de lea

    Ripellino è stato un grande, che progressivamente stiamo ri/scoprendo. Io ricordo con grande piacere la lettura giovanile de “Lo splendido violino verde” (1976).
    Nel 2006 Mesogea aveva pubblicato un altro titolo, “Storie del bosco boemo ed altri racconti”.

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  2. Giovanni Nuscis

    “Tutto appariva sbagliato in quello che avevo scritto ( e che stavo per lacerare): la mia ansia di immettere nel tessuto dei versi le consuetudini della pittura, di trattar le parole come tubetti di colore schiacciati e di attrarle in viluppi fonetici, le trovate allegoriche, al buffoneria sottesa di lugubre, le deformazioni, il mio guardare la vita grottescamente come il calvario d’un clown, il quale si ingegni i continuare a suonare su un logoro violino che va ogni momento in frantumi”.

    Grazie, Linnio, per questa bella proposta. Della raccolta einaudiana ho postato di recente un estratto http://www.lapoesiaelospirito.it/2008/09/09/angelo-maria-ripellino-palermo-1923-roma-1978/.

    Giovanni

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