Una cartografia del male. Il rapporto, di Philippe Claudel

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Questo non è l’ennesimo libro sull’Olocausto, non è l’ennesimo romanzo sul male, quell’entità che siamo soliti considerare fuori da noi, altro da noi.
Philippe Claudel traccia qui una nuova cartografia del male, una mappa di ciò che chiamano inferno che parte da uno sperduto paese tra Francia e Germania, prima durante e dopo l’ultima guerra, per terminare con una x dritta nel cuore del protagonista.
Philippe Claudel ti guarda dalla quarta copertina, tu lo guardi prima di iniziare il libro, l’autore ha un’espressione mite e furbetta, una faccia da bottegaio astuto, più che da intellettuale, poi, dopo aver terminato la lettura, intuisci cosa c’è dietro quell’abbozzo di sorriso.
Philippe Claudel non è il primo a scavare, con la scrittura, in una porzione del male. Non è il primo, e non sarà l’ultimo, eppure riesce a colpire in pieno il bersaglio, accompagnando il lettore in uno sguardo sull’abisso, con una nuova prospettiva, perchè quell’abisso parte dall’esterno, dal villaggio e dall’Olocausto, per farsi abisso privato del protagonista. E alle sue spalle si intuisce la figura dello scrittore, che suggerisce al lettore di dare un’occhiata alla sua personalissima porzione di abisso.
Di solito evito di leggere cosa c’è scritto in quarta di copertina, i soliti proclami in marketese editoriale, gli stralci dai giornali, qui però c’è una frase profetica: “Non illudetevi, non uscirete indenni da questo romanzo intenso e scomodo, che non risparmia nulla della bassezza dell’animo umano” dice Lire, che immagino sia un giornale o una rivista francese.
Insomma, il lettore, giustamente, è avvisato.
La struttura e il tono plumbeo del racconto mi ricordano quella di certe saghe nordiche. E’ come leggere un’operetta morale all’inverso: qui c’è il male che opera nel mondo, senza speranza di salvezza.
Il protagonista-narratore si chiama Brodeck, racconta la storia di orrore in un anonimo villaggio durante la guerra, a cui si sovrappone la storia dell’orrore dell’Olocausto, di quella che chiama la notta infinita, i due anni nel Campo.
Ma questo è solo l’antefatto, perchè Brodeck è incaricato dai suoi compaesani di raccontare la storia di quello che è successo nel villaggio, nel dopoguerra, all’arrivo di uno straniero marchiato come l’Anderer, l’Altro.
L’Anderer innesca nel paese un processo di riviviscenza del male, e toccherà a Brodeck impegnarsi in una ricostruzione puntuale dei fatti, scrivere il “rapporto” che, nelle intenzioni dei compaesani, dovrebbe servire a mettere le cose a posto. Anche perché “raccontare è una medicina sicura”, come dice Claudel citando Primo Levi nella nota a fine libro.
Così il pifferaio Brodeck-Claudel sviluppa il suo rapporto, inizia a suonare la sua melodia, trascinando con sé tutti i topi, fino all’inevitabile fine dentro il mare.
Il rapporto, specie nella ricostruzione delle atmosfere del villaggio, mi ricorda un bellissimo film di Lars Von Trier, Dogville. C’è la stessa indagine su una miniatura maligna che si trasforma in paradigma del Male, e c’è la medesima funzione salvifica e purificatrice dell’elemento che arriva dall’esterno.
Claudel, rispetto al film di Von Trier, fa un passo in avanti, anzi ne compie parecchi, però tutti nella direzione dell’interno. Il male progressivamente scivola da fuori a dentro il protagonista, origina da fuori, dalla cattura per essere internato nel Campo, ma si ribalta replicando a sua volta la sopraffazione sul proprio vicino.
Il baratro che Brodeck si porta dentro ha origine nel viaggio che lo porta al Campo.
“Il vagone, e tutti gli altri vagoni simili a quello…diventavano di minuto in minuto un paese, quello della disumanità, della negazione di ogni umanità e di cui il campo di lavoro sarebbe stato il cuore.” Però proprio in quel vagone succede qualcosa che porterà a marchiare per sempre la coscienza di Brodeck, a regalargli la sua parte di carnefice.“Io ho scelto di vivere- racconta -e la mia punizione è la mia vita. La mia punizione è stata la somma di tutte le sofferenze che ho sopportato in seguito.”
C’è una continua ricorrenza del numero tre, nel romanzo. L’unico appiglio, forse, a qualcosa di trascendente. La nonna Fedorine raccontava a Brodeck, quand’era bambino, la storia di Bilissi; ascoltandola “avevo l’impressione che la terra mi fuggisse sotto i piedi, che non potessi più aggrapparmi a niente, e che ciò che vedevo davanti ai miei occhi non esistesse proprio.”
Bilissi è un sarto poverissimo che vive con la madre, la moglie e la figlioletta in una catapecchia scalcinata nella città immaginaria di Pitopoi. Un giorno tre cavalieri vengono a trovarlo, facendogli una proposta che non può rifiutare. Solo che la proposta lo perderà alla perdizione.
Il numero tre, ricorrente. All’ingresso del Campo tutte le mattine la moglie del comandante viene ad assistere all’impiccagione di un carcerato. Assiste alla morte con il sorriso sulle labbra, mentre allatta il proprio bambino. E dietro di lei, su un albero, ecco arrivare, puntuali, tre cornacchie, pronte a levarsi per raccogliere gli occhi dell’impiccato.
Philippe Claudel, dichiara che ne Il Rapporto, come nel precedente romanzo (Le Anime Grigie) ha voluto indagare i meccanismi della natura umana: «Se non altro tentare di analizzarla». – spiega- «Il tema che di volta in volta tratto nei miei romanzi è proprio questo: la condizione degli uomini. Naturalmente non pretendo di analizzarla meglio di altri, ma in ogni libro faccio questo tentativo, cerco di vedere quali sono le sue stranezze, la sua bellezza e il suo mistero».
In effetti, a mio parere, l’autore raggiunge il suo scopo perfettamente. Stende al tappeto il lettore, lo stordisce con la potenza delle immagini evocate e lo incatena con la profondità emotiva della storia. Con un ultimo avvertimento, ricorrente nel libro, come nella nota finale al testo:
“Ho imparato che i morti non lasciano mai i vivi”.

2 pensieri su “Una cartografia del male. Il rapporto, di Philippe Claudel

  1. bianca

    Brodeck?

    Mi viene in mente ( a parte la Arendt e certo quella banalità, e che lavorava per la baronessa Rothschild, e che rideva Hannah ), dunque mi viene in mente Trakl, Grodek:

    A sera risuonano i boschi autunnali
    d’armi letali, le auree distese
    e gli azzurri laghi, e dall’alto il sole
    rovina all’orizzonte, più oscuro; la notte abbraccia
    guerrieri morenti, il furioso lamento
    delle loro bocche in frantumi.
    Pure silenziosa si raduna fra i salici
    rossa nube, soggiorno di un dio furente,
    il sangue sparso, argentea frescura;
    tutte le strade sfociano in nera putredine.
    Sotto gli aurei rami della notte stellata
    vacilla l’ombra della sorella per la selva ammutolita,
    a salutare gli spiriti eroi, le teste insanguinate;
    e lievi risuonano nel canneto i sinistri flauti autunnali.
    O più fiera pena! O voi, are di bronzo,
    un possente dolore nutre oggi l’ardente fiamma dello spirito,
    I nipoti non nati.

    “I morti non lasciano mai i vivi”.

    E’ vero.

    )*

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