TI SPIEGO A COSA SERVO

Lo leggo nei tuoi occhi, lo sconcerto. Lo so, capita a chi mi vede per la prima volta, e anche se tu ormai mi vedi da un po’, ancora ti meravigli. E dopo la sorpresa leggo anche la pietà nei tuoi occhi, come in quelli di tutti coloro che m’incontrano. Non si può non restare sconcertati di fronte a un corpo che non sembra più un corpo vivo, ma un involucro impedito, duro e fragile come il legno. Non si può non provare pietà per una povera vecchia paralizzata quasi completamente, incapace di parlare, di ridere, di piangere, di mangiare.
Lo so cosa hai pensato quando mi hai vista per la prima volta, qui in ospedale. Ti sei chiesta certamente perché, quando ormai ero già morta, non mi hanno lasciata andare. Perché quel medico ha usato il defibrillatore sul mio corpo inutile, per riattivare un cuore che aveva deciso di arrendersi definitivamente. Me lo sono chiesto anch’io.
Da anni ormai il mio percorso era tutto in salita. La mia malattia è progressiva, inesorabile, non lascia scampo. Non è che sia stato solo l’ultimo ictus a ridurmi così. Tutti i miei muscoli sono destinati a paralizzarsi, un po’ alla volta. L’unica cosa che si muove è la mia mano destra, un tremore incontrollato, più o meno agitato, anch’esso parte della malattia. Le dita sembrano artigli di uccello rapace chiusi su una preda, solo che le mani sono vuote e le unghie si conficcano sui palmi.

Vedo che stai guardando la mia bocca. Coraggio, non avere paura. Guarda come mi rimane aperta, bloccata in un orrido, innaturale sbadiglio. Non la posso più chiudere. Devo restare così, ed è un mostrarmi perennemente annoiata che non mi si addice. Io non mi sono mai annoiata in vita mia. Bisognava sempre rimboccarsi le maniche e lavorare per sopravvivere. Non c’era tempo per la noia. La cosa che più odio in questo momento è proprio questa smorfia, questa O tonda in mezzo al mio viso. Non serve a niente. Solo a causarmi ancora sofferenze. Mi dolgono i muscoli della faccia, mi si seccano le mucose e sono preda di infezioni. Non posso difendermi dall’invasione dei germi dell’aria. Difatti ho anche la polmonite, ora. E una lunga serie di altre cose che puoi vedere da te.
Ti stai chiedendo se sono in grado di capire, o se lo stadio di vegetale cui sono ridotta comprende anche che la funzione cerebrale si avvicini alla linea piatta. Te lo chiedi perché non rispondo alle tue domande gentili, non faccio alcun cenno di comprensione. Nulla.
Rassicurati. Comprendo benissimo tutto ciò che dici. Non sono neppure sorda, non occorre che alzi la voce, non urlare per favore. La mia mente lavora, fa quello che deve fare, quello che ha sempre fatto: pensa, ricorda, registra. L’unica cosa che non fa è progettare. Già in condizioni normali, alla mia età quasi centenaria, sarebbe ottimistico pensare a un domani. Sarebbe già tanto riuscire a svegliarsi un giorno dopo l’altro e arrivare ogni volta a sera. So che tanti anziani come me, ancora in gamba, sembrano giovanotti e giovincelle pieni di amore e riconoscenza per una vita che non è mai abbastanza. Ma converrai che io, qui, ora, e già da un po’, programmi non ne posso più fare. Forse solo quello di indirizzarmi verso il paradiso, se mai me lo sono guadagnato. Ma neppure quello dipende da me.
Vedi, quando sembrava che l’ora fosse giunta, un bravo dottore mi ha riportata all’inferno. È stato come precipitare da una nuvola, attraversare il nulla e sfondare il granito. Così mi sono risvegliata, dolorante e pesta, su questo letto.
Non dipende da me.
Neppure morire dipende da me.
Qualcuno si è preso la briga di decidere per mio conto. Di contestare perfino la chiamata del buon Dio. Questo qualcuno in quel momento non ha guardato il mio corpo rigido. Non ha considerato la mia fatica di vivere (se vita si può chiamare questa “cosa” che mi è toccata). E neppure quella di chi si prende cura di me, perché credimi, non è facile rigirare e maneggiare il tronco di un albero caduto. È pesante, anche se sembra cavo e leggero, spezza la schiena. Né ha calcolato, questo signore, i costi del suo gesto.

Mantenermi in vita costa. Costa fornirmi l’assistenza e i presidi necessari per cercare di alleviare la sofferenza. Sono vecchia e inutile, non procuro ricavo con il mio stare al mondo. No, quel dottore che mi ha strappato dal limbo misericordioso ha considerato solo che di fronte a lui c’era un cuore fermo in un involucro che poco prima conviveva con una mente intatta e una coscienza viva. Di fronte a sé aveva una persona, insomma. Simile a un verde gigante della foresta abbattuto da un fulmine o da una motosega, inerte e rigida, ma pur sempre una persona. L’istinto, il mestiere, il dovere, chiamalo come vuoi, ha agito di conseguenza. E io ora sono qui grazie a lui. E sai una cosa? Tutto sommato, non ci crederai, ma sono quasi contenta di esserci ancora.
Il perché non lo so bene. Perché in questa vita ognuno ha un suo posto e forse anch’io. Quale può essere il mio compito improduttivo in questo mio respirare a fatica, in questo essere legata a una flebo continua, all’ossigeno, a un catetere, a un sondino giù per il naso?
Ci ho pensato. Del resto, non posso fare altro che pensare, di tempo ne ho, sebbene non me ne resti ancora molto. Credo di aver capito che il mio compito è quello di suscitare l’umana pietà. E in questo sono riuscita, mi pare.
Lo percepisco dal modo in cui mi guardi, da come mi sfiori il viso e i capelli con una carezza, da come ti affanni a lavarmi, cambiarmi, girarmi sul letto perché non mi piaghi, da come cerchi in tutti i modi di darmi sollievo. Tu non lo sai, ma ogni volta che mi tocchi per farmi tutte queste cose mi fai male, il mio corpo rigido vorrebbe solo restare nella stessa posizione per sempre, perché ogni singolo muscolo, per quanto atrofico, urla dal dolore. Ma tu cerchi solo di alleviare il tormento, lo so bene.
Le tue carezze, quelle no, non mi procurano alcun male. Anzi, sono la dimostrazione che ho raggiunto il mio scopo.
E un’altra cosa credo di poter insegnare con la mia sola presenza, a questo punto non più inutile. A riportare la tua riflessione sulle cose veramente importanti della vita. Guardami ancora, ti prego. Non farti prendere da quella sottile malinconia che non ha nome né causa e che ti crea l’insoddisfazione del vivere. Guardami, io avrei molti più motivi di te a farmi prendere dallo sconforto, dalla disperazione. Ma non cedo e resisto fino a che Dio vorrà. Fino a che non vedrò ancora il sorriso brillare sul tuo viso.  Insieme a una lacrima di compassione per me.

Fai attenzione ora, per favore, perché mi costa molta fatica. Vedi, ti sto parlando con gli occhi. Li vedi che si muovono? Le palpebre non si chiudono, nemmeno quando dormo, si socchiudono appena, ma gli occhi, ora, li sto volgendo verso di te, vogliono catturare i tuoi. Per ringraziarti di quanto fai per me. Anche se le tue manovre somigliano più a torture ne comprendo e apprezzo l’intento misericordioso.
Ecco, hai notato il movimento, ti sorprendi, noti il respiro più accelerato e mi chiedi se faccio fatica a respirare. Muovo solo appena un po’ il capo per dire di sì, che lo sforzo è immenso, e ti guardo con intenzione. E la vedo. Quella lacrima brilla soltanto, nei tuoi occhi, non esce, ma è lì. E finalmente mi regali il tuo sorriso.
Se potessi sorriderei anch’io. Perché lo vedi che ho ragione. Pur così come sono, non sono inutile, non sono un peso.
Anch’io servo a qualcosa.

7 pensieri su “TI SPIEGO A COSA SERVO

  1. robertorossitesta

    “servono anche coloro che solo stanno e aspettano”
    termina il sonetto di Milton “Sulla sua cecità”.
    E scusa, Ramona, se nascondo dietro una citazione la commozione per questo tuo racconto più che perfetto.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Roberto Plevano

    Concordo, non c’è nulla da aggiungere, o togliere. Il grado zero della narrativa. Complimenti.

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  3. lucypestifera

    ramona: decisamente mi piace come scrivi. chiami le cose con il loro nome: che mi pare cosa non di poco conto. nello specifico dai forma ad un sentire che dentro di me, la primavera scorsa, ho immaginato assistendo la mia vecchissima madre. io mi ostinavo a umettarle le labbra, non voleva più nemmeno bere. non parlava più. qualche volta la scoprii piangere, mentre il singulto le si fermava in gola e scendevano poche lacrime. credo abbia fatto a tempo a soffrire moltissimo anche se sembrava inerte. hai dato la parola anche a lei. grazie.

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  4. ramona

    Grazie ragazzi, sono commossa e vi abbraccio tutti anch’io!!!

    @Roberto 1:Bella la citazione, non la conoscevo ma riassume esattamente quello che volevo dire io, e cioè che ognuno di noi ha un suo ruolo preciso nell’esserci e anche quando non c’è più! Solo che magari non sappiamo qual è… Sono felice di aver suscitato la tua commozione, perchè nasconderla?

    @Roberto 2: Grazie… “il grado zero della narrativa”… è la prima volta che sento una tale definizione, ne sono onorata!

    @Lucy: Grazie anche a te! Quella che ho raccontato è stata anche la mia riflessione osservando una donna di 98 anni ridotta in quello stato, e molte altre persone più o meno come lei. Ho immaginato cosa mi avrebbe detto, probabilmente, se avesse potuto farlo. Ho raccolto molti altri ritratti come questo, proprio per dar voce a coloro che non sempre ce l’hanno, o se ce l’hanno non è compresa o ascoltata. Spesso si sorvola sulla sofferenza e si tende a non riconoscere più come persona qualcuno che non può più esprimersi. Le lacrime di tua madre sono state un potente mezzo di comunicazione, in un’anima che non poteva più comunicare.

    @Fabry: sì, non è la prima volta che ci ritroviamo in un sentire comune. I nostri mestieri si assomigliano, in qualche modo. E come hai fatto tu spero anch’io di poter un giorno diffondere questa mia esperienza. Bacio!

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