La caduta di Angelo

angelo_arte1Sì, lo so, ho sbagliato, sono il primo ad ammetterlo, non ho scusanti. Meriterò tutte le punizioni che mi vorrai assegnare, papà. Però ti prego, lascia che ti racconti com’è andata. Anche se tu sai già tutto, perché sei onnisciente, saggezza vivente, niente ti sfugge e sai leggere dentro a chiunque, io voglio provare a spiegare, anche a me stesso, se non a te, cosa è successo e perché.

Sento il tuo sguardo accigliato su di me. Hai un cipiglio così severo, a volte, che fa tremare. Eppure io so quanto sei buono, riesci a perdonare ogni cosa a tutti, perciò concedimi di farmi ascoltare da te, senza fulminarmi a priori con quello sguardo terribile…

Scusa, sono un impertinente… lo sono sempre stato, mi hai fatto tu così! Dicevi che ero un po’ vivace, che ero strano; invece che mistico, come mi avresti voluto, sono riuscito allegro e irrequieto. Ma non è un peccato mortale, vero? Lo dici sempre anche tu che essere diversi è una ricchezza, altrimenti sai che noia?
Così, mentre tu ti lambiccavi, pensando a cosa fare di me, io ho provato in tutti i modi a suggerirtelo.
Io volevo fare l’accompagnatore. Il badante. Volevo prendermi cura di qualcuno, custodirlo e preservarlo dai pericoli. Sono sveglio, ma anche se sono così vivace so stare attento. Poi sono anche molto affettuoso, lo sai. Avrei svolto il mio compito con tutto l’amore che mi hai insegnato, se solo me lo avessi concesso.
Ma nutrivi dubbi, a causa della mia vivacità.
Papà, tu dubbioso?! Non lo sei mai stato, neanche quando ti sei messo a fare l’inventore e ti sei sobbarcato tutto quella fatica in così pochi giorni, appena sei, tanto che poi sei stato costretto a riposarti.
Possibile che nutrissi dubbi così seri sulle mie capacità?
Probabilmente pensavi che il mio troppo amore non mi avrebbe consentito di restare invisibile a lungo. Prima o poi avrei finito per rivelarmi, e questo, dal tuo punto di vista, non va bene. Chi fa il badante dev’essere discreto, nascosto, non aspettarsi ringraziamenti o riconoscimenti, e nemmeno deve legarsi troppo. Chissà poi perché, queste regole strane! Ma se lo dici tu, che dev’essere così, ok, non discuto.

Con questa poca fiducia nella mia vivacità hai pensato dunque che il posto ideale per me fosse quello di stare appollaiato su quella capanna per l’eternità. Dovevo fare l’annunciatore. Dovevo gridare ai quattro venti, magari cantando, che era avvenuta una nascita. Poi restare lì, su quella casupola che somiglia tanto a una stalla per quanto è misera, a osannare chissà cosa.
Non era un lavoro difficile. Forse un po’ barboso, per me così pieno di vitalità. Però ogni tuo desiderio è un ordine, e io ho obbedito, come sempre. Non avevo scelta, tu sei mio padre.
Mi sono ritrovato dunque a fare quello che volevi.
Non che mi piacesse, sia chiaro, stare immobile, appeso con un filo di lana ad un trave del soffitto (non appollaiato papà, nota la differenza delle due condizioni, è importante per capire perché è andata com’è andata).
Io che volevo accompagnare per le strade del mondo, ero costretto all’immobilità, appeso come un salame in maturazione. Potevo solo cantare a squarciagola, fino a farmi sentire nei cieli più alti, annunciando la lieta novella. Pensare che sono pure stonato. Te l’ho detto, sono riuscito male.
Ti eri mai accorto che sono stonato, papà?

La lieta novella: un bimbo che nasce. Io, papà, mi commuovo tanto per queste cose. Per un attimo il desiderio di essere il badante di quella nuova vita, e di accompagnare la creatura per il resto della sua vita appena nata, è stato fortissimo. Così tanto che mi si è appannata la vista. E poi non so ancora cos’è successo, ma è successo. Forse dall’emozione mi sono un po’ agitato, mi sono mosso un po’ troppo, che ne so. Il filo di lana che mi reggeva al trave si è spezzato e io sono caduto giù, anzi, precisiamo, sono proprio precipitato. È stata questione di attimi, ero troppo sorpreso per reagire e risollevarmi. Sono finito addosso al bimbo, nella sua misera culla. Anzi, al suo posto. Il colpo lo ha scalzato, sbalzato, fatto saltare, non lo so. Non so dire se sia stato scaraventato fuori dalla finestra, o se sia finito sotto la culla, o in mezzo alla paglia che quei due animali, un grosso bue e un asino tremante, stavano mangiando.
Giuro che ancora adesso non lo so dove fosse finito il neonato. Ero confuso, sorpreso, tramortito, tutto è accaduto in modo repentino, fulmineo. Nessuno se n’è accorto.
Di colpo mi trovavo al posto del bimbo, tra suo padre e sua madre. E ho realizzato che non avevo altro tempo per pensare a qualcosa. L’annuncio ormai lo avevo fatto, ligio al mio dovere, obbediente come sono sempre stato. La gente si era già incamminata, presto sarebbe arrivata.
La madre, buona donna, pur provata dal parto, mi ha avvolto in pochi stracci per scaldarmi e mi ha messo sotto il muso di quelle povere bestie. Soffiando, facevano nuvolette di vapore, mi avrebbero tenuto caldo.
Neppure lei si è accorta dello scambio, papà, capisci? Del resto, non aveva fatto in tempo a guardare suo figlio, io sono caduto praticamente due secondi dopo che lo avevano poggiato sulla culla. Non ha visto nulla, se non un bimbo davanti a lei, e di chi poteva essere se non suo?

Che dovevo fare, papà? Rivelarmi sarebbe stata una cattiveria, la delusione e l’apprensione l’avrebbero uccisa, dopo la fatica che aveva fatto a partorire.
E poi non c’era davvero più tempo.
Una moltitudine di persone si è presentata di colpo alla porta. Volevano vedere il bambino, dopo aver sentito il mio annuncio stonato. Dov’era finito il bambino? Non potevo mettermi a cercarlo in quel momento! Ecco perché sono restato lì. In un posto che non era il mio.

La notte era fredda, anche se il fiato degli animali e quello della gente che passava mi teneva caldo. Io pensavo continuamente al neonato, mi chiedevo se almeno si trovasse in un luogo riparato. Mi veniva da piangere, ma concorderai anche tu, papà, che non potevo muovermi. Qualcosa di più grande di me mi teneva fermo, oltre alle fasce un po’ troppo strette.

Oh papà, che emozione grande! Essere nella culla non era come essere appeso al trave. Vedevo le stesse cose, ma da un’altra prospettiva. Tutta quella gente timorosa e riverente scaldava il cuore. Li salutavo tutti con un cenno della mano, sembrava che volessi benedirli. E quel chiarore… sembrava giorno, ma era da poco passata la mezzanotte.

Cominciavo ad essere veramente preoccupato per il bambino. Ma al contempo quella posizione privilegiata mi incatenava. Per un attimo ho desiderato essere quel bambino, perché capivo bene che tutti quegli omaggi erano rivolti a lui, non a me. Nonostante l’evidente povertà in cui era venuto al mondo era circondato da così tanto amore e rispetto che l’ho invidiato davvero.
Perdonami papà, non mi era mai successo di invidiare qualcuno. Ma sai, i genitori di quel bambino mi guardavano in adorazione, piangendo di amore. Come tu non hai mai fatto. Quelle volte che non eri intento a interessarti di chiunque altro, ho sempre visto, nel tuo sguardo severo, una certa disapprovazione nei miei confronti. Certo mi sbagliavo, lo so bene, ma in quel momento l’ho creduto.
Avrei voluto tenermi quell’amore. Ma non era mio.
Pure un certo senso d’onnipotenza mi stava prendendo, lo confesso. Tutti ai miei piedi, nemmeno fossi un re! Era una sensazione strana ed esaltante, mi ha fatto perdere la testa.
Vedi, sono sincero, papà, hai tutte le ragioni a volermi punire. Mi vergogno perfino di ammetterlo, quanto sono stato presuntuoso, quanto avrei voluto essere quel bimbo!

Poi ho visto.
Ho visto per davvero, scorreva davanti ai miei occhi, cosa avrebbe significato essere quel bambino.
Ho visto il suo diventare grande, ho ascoltato i suoi discorsi rivoluzionari, mi sono mescolato ai fiumi di gente che lo avrebbero circondato. Ho visto la luce attorno a lui, e il suo sangue, il suo dolore, le spine e la frusta. E poi il buio e di nuovo una luce che non ha nome né colore. La forza.
La tua forza, papà.

Mi sono spaventato.
Ma non per il sangue o il dolore.
Quel bambino… aveva la tua forza in potenza, o l’avrebbe avuta. Ed era sua, solo sua. E tua. Perché una cosa del genere tu non la dai a tutti, io lo so. Non la daresti certo a me, che ti sono riuscito un po’ male, nonostante la tua mania di perfezione.

E così sono diventato un concentrato di paura.
Paura che tu scoprissi che avevo usurpato il posto di un qualcosa, o qualcuno, di immenso.
Paura di non ritrovare quel qualcuno, al momento troppo fragile, come tutti i neonati, ma dal destino così misterioso e tremendo.
Paura di scombinare i tuoi piani, tanto più grandi di me e di tutta quella gente che era lì senza capire.
Paura di quello che avevo osato vagheggiare, che andava oltre il mio desiderio di aiutare gli altri, fermandosi ad ambizioni assurde che non hanno mai fatto parte di me.
E paura per ciò che attendeva il bambino, per quella sua breve vita e la fine tremenda che lo aspettava prima della rinascita.

Insieme alla paura, papà, ho provato forte, fortissima, la tentazione di nascondere definitivamente il bambino, per risparmiargli quel destino. Come se non lo sapessi che era una pretesa assurda. E non era, a quel punto, un’ambizione personale, papà, non volevo più essere al posto di quel bimbo, non potevo, non ero in grado di essere come lui. Volevo solo proteggerlo. Tornava a galla la mia vocazione a fare il badante. Te l’ho sempre detto, che era meglio se facevo il badante. O forse no. Forse avevi ragione tu.
Se non lo avessi nascosto e mi fossi poi messo in testa di accompagnare quel piccolo, avrei fatto di tutto per evitargli il calvario. Magari lo avrei sostituito con la mia piccola persona, come ora lo avevo sostituito nella culla. Con la mia testa bizzarra, riuscita male, lo avrei fatto.
E non sarebbe stato quello che doveva essere.

Ero a questo punto delle riflessioni, in un momento di panico che non sapevo risolvere, quando sei intervenuto tu. Hai rimesso tutto a posto, ancora non ho capito come hai fatto. Mi hai preso per un orecchio e mi hai riappeso al trave, mentre il bimbo tornava finalmente al sicuro sotto il fiato del bue e dell’asino, cullato dallo sguardo dolce di suo padre e sua madre. Una stella illuminava a giorno il buio della notte. La gente veniva ad omaggiare quel neonato così speciale, mentre io cantavo la sua venuta al mondo, nel mio modo stonato.

Ora attendo la tua punizione, papà. Me la merito, combino solo guai. Però tu lo sai che li combino solo a fin di bene. Non è colpa mia se sono venuto male, se non sono perfetto come tu mi vuoi. Fai di me quello che credi, tu sei mio padre e io una testa calda. Se anche mi lascerai a marcire in fondo allo scatolone, hai ragione di farlo.
Anche se, come ti ho raccontato, è stata tutta colpa di una caduta. Oltre che della mia imperfezione. Ma non è una ragione valida, lo so.
Aspetto, dunque, ma oso confidare nella tua bontà, quella che nascondi sotto il famoso cipiglio severo con cui ti dipinge chi non ti conosce.
Con tutto il mio amore imperfetto, sono sempre un
tuo  Angelo

5 pensieri su “La caduta di Angelo

  1. lucy

    ramona! granderrima!
    ma quanti angeli pasticcioni ci fanno da custodi (il mio lo è di sicuro) visto come vanno le cose a questo mondo?
    buon anno! e speriamo.

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  2. ramona

    Andrea e Lucy: GRAZIE!
    Temo che di angeli pasticcioni ce ne siano un bel po’ in giro, ma sono assai simpatici e perfino divertenti, per fortuna. E i pasticci che combinano (a nostre spese) sono sempre a fin di bene.
    Ancora grazie e auguri!

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