
Stanotte ho sognato Benidorm. Non ci sono mai stata. Ogni tanto ne sento parlare, di questo divertimentificio, pare che sia una città in plastica. Qualche articolo sui giornali, forse un saggio di sociologia urbana. Nel sogno ero prigioniera in un hotel abbandonato, nel pieno centro cittadino. Un hotel-condominio, di sole donne. A tenerci prigioniere era un manipolo di pazze assassine. Bellissime, magre, neanche un capello fuori posto, vestiti all’ultima moda. Un manipolo di pazze assassine fashion addicted. L’hotel di Benidorm è sbaraccato da troppi anni. Restano solo i pavimenti, le scale squallide, tra un ambiente e l’altro enormi porte a vetri. La luce filtra scarsa, le finestre sono luride, forse è rimasto un divano rosso, anni ottanta, squadrato. Mi sembra di ricordarne uno così in un angolo. Divano o meno, sono seduta in terra. Vicino a me c’è un’altra disgraziata. Stiamo così, passiamo le giornate ad aspettare che vengano ad ammazzarci.Sangue ovunque, cadaveri di altre come noi lungo i corridoi, per le scale. Orrore cui non è possibile abituarsi. Esco dall’hotel una volta, ricordo anche di aver camminato per la città, di essere entrata in un bar, e poi in un ufficio che dopo pochi minuti scopro essere un’impresa di pompe funebri (una ragazza simpatica mette a posto dei faldoni). Esco da un mattatoio di assassine e cammino come una turista qualunque. Ma gravata del peso triste di quanto mi attende, una volta finita la passeggiata. Luce grigia. Torno in hotel. Mi chiedo perché non sono scappata definitivamente da quel mattatoio in rosa. Forse, semplicemente, perchè quello che c’è fuori fa ancora più schifo. Alla fuga neanche ci penso. Aspetto, bovinamente, che accada qualcosa, non la salvezza, non ho speranza, non spero in niente. Aspettiamo, disseminate per i pavimenti vuoti. Le nostre carnefici si aggirano per i piani dell’albergo, sono dee capricciose, uccidono chi incontrano, non opponiamo resistenza. Io so, con la consapevolezza opaca dei sogni, di essere appena tornata da un viaggio importante. Sono rannicchiata contro una vetrata con un’altra ragazza, dicevo. Si avvicina una delle pazze carnefici fashion addicted. Ha splendidi capelli bruni, lunghi e lisci, e una frangetta svasata tagliata di fresco. Morbido golf a collo alto color caramello. Cuore di Tiffany al polso. La ragazza al mio fianco ha molta più paura di me. Io sono tesa e tremo. Viene verso di noi. Si accovaccia davanti a noi, vicinissima, parla suadente, cinguetta, ci fa delle domande, rispondiamo. So che ha un’arma, ma non la vedo. Forse non ci ucciderà, impietrita attendo l’estrazione del mio numero, la fortuna, il caso, il destino, la sorte, i dadi. Parliamo di me adesso, stiamo parlando di me. In questo posto ci conosciamo tutte, e pare anche abbastanza bene. Forse stiamo parlando proprio del mio viaggio, quando le faccio una domanda, non ricordo quale. Lei per tutta risposta d’improvviso allarga le braccia verso di me. E mi abbraccia. Con una tenerezza sensuale mi affonda il viso nel collo e mi tiene stretta a lungo. Sono salva, nella luce di polvere dell’hotel di Benidorm sono, per ora, tra i salvati.
Il sogno continua altrove. Una spiaggia, un mare subdolo e poco profondo. Vicino a me un’amica. Siamo sdraiate sulla schiena in poche dita d’acqua, forse vogliamo abbronzarci. Un silenzio irreale, ostile, opprimente. Tengo lo sguardo in alto, la faccia rivolta al cielo. Parliamo, ogni tanto. Di colpo, si mette a urlare: “Giulia, oddio, cos’hai lì?” Scatto a sedere e la vedo: tra le gambe, attaccata alla metà inferiore del bikini, ho una medusa orrenda, nera come la notte.
[Immagine: Franz Krauspenhaar – Benidorm.]

onirico, com’è giusto che sia.
e la chiusa è da premio. splendida.
non avevo dubbi che fossi bravissima, giulia.
ringrazio franz di aver pubblicato questo piccolo gioiello.