Luigi Di Ruscio Cristi polverizzati

di ruscio and raffaeliLuigi Di Ruscio Cristi polverizzati ,Le lettere, pag.319, euro 25,00 ( nella foto Luigi Di Ruscio e Massimo Raffaeli)

Con un lapidario e toponomastico “Firmum” firmava le sue poesie Luigi Di Ruscio, pseudonimo che suona non solo come trasparente omaggio alla sua città natìa, ma anche da luminosa antifrasi, quasi da manuale, rispetto alla particolare natura non solo di quei testi, ma anche del suo autore. Infatti, fra le tante cose che colpiscono in questo “Cristi polverizzati”, vero e proprio monstruum nel senso etimologico del termine, brogliaccio lasco, surreale, comico e malinconico, che solo in mancanza di definizioni più efficaci può essere rubricato sotto la voce ‘romanzo’, c’è sicuramente l’utilizzo di una lingua mesciata e scandalosa che fa dell’instabilità e della erraticità i suoi tratti identitari. Altro che “Firmum”, quindi, Di Ruscio,( si pensi al nomadismo di questo signore che dal 1957 vive ad Oslo, dove per quarant’anni ha lavorato in fabbrica), altro che “Firmum” il suo linguaggio ed il suo stile. L’idioletto di Ruscio in questi “Cristi polverizzati” è infatti costituito da una scrittura vertiginosa e instabile, dilaniata da digressioni che s’amplificano a furia di narrare, un ‘garbuglio’ irrisolubile declinato in un tempo misto che irride ogni possibile jato tra presente e passato. Perfetta anche la collocazione editoriale di questo testo nella collana diretta da Andrea Cortellessa e chiamata programmaticamente “Fuori formato”. Infatti che cosa c’è più ‘fuori formato’ di questa opera tanto irriducibile ad ogni convenzione di genere, impaginazione, stile? Una scrittura non neutralizzata, non formattata, non sagomata, ma piuttosto idiosincraticamente avversa agli stampi precostituiti ed vincenti, in senso commerciale, della letteratura marketing( forse sarebbe meglio dire solo packaging) di oggi. Un libro abissalmente distante da quella scrittura plastificata e piatta, anodina ed insipida che funesta tanta letteratura nostrana ed attuale. Nelle pagine di Di Ruscio regna il gusto della deformazione linguistica, lo stravolgimento sintattico, la variazione continua, il delirio ed il caos; dall’altra parte, invece, quella dei Giordano & C., il compitino lezioso, preciso, ben fatto,ordinato e nitido, ma senza nerbo, senza niente che scuoti e turbi. Invece, in questo “Cristi polverizzati”, si respira ad ogni riga la gioia del racconto, la letizia dell’affabulazione che sembra davvero connotare ogni singola parola, ogni singola storia celebrata da questa lingua ‘sprocedata’ e delirante. Una lingua che nasce da un corpo a corpo con la scrittura, o meglio con l’Olivetti studio 46, feticcio pretecnologico che permette la rendicontazione di questa “lotta all’arma bianca che[…] con il mitragliamento dei tasti ammazza la menzogna”. Del resto, la verità necessita di un linguaggio che a leggere Di Ruscio è “straziato tanto che si sarebbe prestato all’irrisione” perché invece “ i linguaggi illustri, raffinati, aulici sono i linguaggi della menzogna”. Ma anche se il tono del suo’iscrivere’ è volutamente ‘basso’, nell’accezione bachtiniana e carnevalesca del termine, esso non presuppone certo un lettore analfabeta od imbecille. Anzi: l’esatto contrario. In fondo questa autobiografia letteraria incompiuta ed originalissima nasce anche dal tentativo di sanare un antico vulnus, una ferita originaria che Di Ruscio sa d’avere inscritta nella propria carne e sangue. Il trauma immedicabile di chi, heideggerianamente, sa di essere stato gettato nel mondo senza “aver fatto domanda perché[…]il momento della nostra nascita e della nostra morte sono vissuti nella nostra più completa assenza”. Del resto diventare adulti significa uscire “ dalla vagina del mondo dolcissimo e vaginale è proprio questo precipitare nel mondo, questo essere dolorosamente. Da un mondo morbido e gustosissimo cadere nella durezza spinosa e scagliosa delle cose”. Heidegger quindi, certamente, ma non solo, fra i ‘Preferiti’ di Di Ruscio: se dovessimo infatti stilare un provvisorio canone delle letture di questo operaio che rivendica con orgoglio l’aver fatto solo la quinta elementare, si comprende che il bagaglio libresco di Di Ruscio è quanto mai vasto e complicato, pieno di diramazioni e ramificazioni insospettate, ma che comunque appaiono in filigrana nella sua scrittura, sottoforma di omaggi più o meno espliciti: Virgilio e tutta la poesia del ‘900, Giordano bruno e Gramsci, Vico e Hegel, Dante e Gadda , Rabelais e Sterne. Ma molti altri sono i motivi per cui questo libro va ricordato: le pagine quasi estatiche con le quali Di Ruscio descrive la pura gioia dell’eros, la felicità mentale e corporale con la quale l’autore evoca la sua storia d’amore con quel personaggio di incredibile freschezza narrativa e prorompente vitalismo che è Palmina. In quelle pagine che occupano la seconda parte del libro c’è la folgorazione di un eros vissuto senza alcuna remora e colpa: vengono in mente soprattutto i monologhi incantati e naif di un Benigni ancora acerbo in quella trasmissione che oggi nessuna rete televisiva s’azzarderebbe a trasmettere e che si chiamava ‘televacca’. Per entrambi, la travolgente esuberanza verbale, che ricorre volentieri all’eloquio plebeo e all’aperta irriverenza verso qualsiasi forma di autorità. Ma poi anche il candore ingenuo e quasi infantile, che lascia spesso intravedere una vena di surreale e malinconica poesia. Eppure in questo flusso verbale senza soluzione di continuità, trapelano anche dei momenti di inusitato lirismo paesaggistico, in cui, quasi per miracolo, le divertite, furibonde passioni di Di Ruscio si placano e si respira un profondo senso di pace e d’armonia con il mondo, tanto che viene in mente la quiete calma di certi notturni leopardiani o certe liriche di Penna: “eravamo in quella grande calma, in un mondo completamente tranquillo e capito”. Comunque, alla fine di questo breve excursus, di una cosa si è certi. Di Ruscio merita attenzione e rispetto; non certo però quella attenzione pelosa e malevola di chi non sopporta gli outsiders e il loro irriducibile antagonismo, relegandoli semplicemente come “ una nota a piè di pagina nelle più occhiute storie della poesia”.

pubblicato su Liberazione

Un pensiero su “Luigi Di Ruscio Cristi polverizzati

  1. paola renzetti

    Articolo bello e appassionato…! E’ di Linnio Accoroni?
    Se le molte citazioni (come quella sul “linguaggio straziato”) sono dello stesso Di Ruscio ci si trova di fronte a una consapevolezza piena della propria ispirazione e del proprio stile.
    L’articolo è un esempio di come autore e lettore-prefatore-commentatore (non so se i termini sono adeguati!?)possano essere in piena sintonia.
    Questo linguaggio lo si intuisce davvero vivo (così come è! per chi ha letto altri testi del poeta) e capace di scalzare da un punto circoscritto, ma profondo,
    le mode, le leggi dell’editoria e del marketing.

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