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da qui
Ne ho viste tante, nella vita, come molti di noi del resto. Se scrivessi un romanzo di formazione, ne uscirebbe un volume dell’ampiezza de L’uomo senza qualità, se non della Recherche. Ma ho una passione per la sintesi, riduco anni di drammi in una riga, e le gioie più incontenibili in una sola parola. Forse per questo ascolto a lungo, perché trituro le parole in una centrifuga spietata, lasciando spazio a quelle degli altri: mi sembrano sempre ridondanti, esagerate, ma quanto più mi mettono a disagio, tanto più le accolgo come il dono di un bambino, incapace di collocare il mondo in una forma. Penso che tutte le parole abbiano origine nello stesso punto, si affacciano all’orizzonte della storia per una stessa chiamata. Dolore e gioia sono uniti da un’unica grammatica, si coniugano e declinano secondo regole identiche. Tutte le frasi della terra potrebbero raccogliersi nel palmo di una mano, facendo attenzione a non tagliarsi, perché le parole possono far male, come pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga.

Fra tutte le canzoni di De Gregori, quella che amo di più in assoluto.
idem, Sergio.
ci dev’essere una sorta di telepatia.
un abbraccio
fabry
Condivido in pieno, il pezzo e la canzone.
“pezzi di vetro” è il titolo pensato anni fa per la rubrica di poesia di Argo (www.argonline.it)…proprio “perché le parole possono far male, come pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga”, o come certi “cocci aguzzi di bottiglia”…
Rossella
Un abbraccio fraterno per Fabrizio: ti voglio bene!
Conosco il testo (a memoria) della canzone…
“Tutte le frasi della terra potrebbero raccogliersi nel palmo di una mano, facendo attenzione a non tagliarsi, perché le parole possono far male, come pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga.”
forse per questo restano i segni nelle mani del risorto, sono il dolore di tutte le parole dimenticate.
un abbraccio, fabry
f&r
grazie cari.
anche per me è una canzone che significa tanto, compreso il titolo.
bella immagine, Fides.
ricambio Giorgio!
un abbraccio
dal fabry
anche questa non è male 🙂
avevano parlato a lungo
di passione e spiritualita’
e avevano toccato il fondo
della loro provvisorieta’
lei disse “sta arrivando il giorno
chiudi la finestra
o il mattino ci scoprira'”
e lui senti’ crollare il mondo
senti che il tempo gli remava contro
schiaccio’ la testa sul cuscino
per non sentire il rumore di fondo
della citta’
una tempesta d’estate
lascia sabbia e calore
e pezzi di conversazione nell’aria
e ancora voglia d’amore
lei chiese la parola d’ordine
il codice d’ingresso al suo dolore
lui disse “non adesso
ne abbiamo gia’ discusso troppo spesso
aiutami piuttosto a far presto
il mio volo lo sai partira’
tra poco piu’ di due ore”
senti’ suonare il telefono
nella stanza gelata
e si sveglio’ di colpo e capi’
di averla solo sognata
si domando’ con chi fosse e penso’
“e’ acqua passata”
e smise di cercare risposte
senti’ che arrivava la tosse
si alzo’ per aprire le imposte
ma fuori la notte
sembrava appena iniziata
due buoni compagni di viaggio
non dovrebbero lasciarsi mai
potranno scegliere imbarchi diversi
saranno sempre due marinai
lei disse misteriosamente
“sara’ sempre tardi per me
quando ritornerai”
e lui butto’ un soldino nel mare
lei lo guardo’ galleggiare
si dissero “ciao” per le scale
e la luce dell’alba da fuori sembro’
evaporare
so, che quando mi entro dentro, la parola perde di significato, perde di utilità e mi appare come emissario di un’immemorabile volgarità…e, come dice cioran:)…mi appisolo in Dio
ma la tua parola Fabrizio, la tua parola è innocente, buona e coraggiosa
io ti abbraccio nè
e ti bacio 🙂
la funambola
E questa di De Gregori è una delle mie preferite, anche se a dire il vero adoro De Gregori, non un chitarrista eccelso ma per me non meno grande di Fabrizio De André: il più dilanyano dei cantautori italiani e il più poetico.
Ecco l’agnello di Dio che toglie peccati del mondo.
Disse la ragazza slava venuta allo sprofondo.
Disse la ragazza africana sul raccordo anulare.
Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare.
E scende dall’automobile per contrattare.
Ecco l’agnello di Dio all’uscita dalla scuola.
Ha gli occhi come due monete,
il sorriso come una tagliola.
Ti dice che cosa ti costa, ti dice che cosa ti piace.
Prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace.
E intanto due poliziotti fanno finta di non vedere.
Oh, aiutami a fare come si può, prenditi tutto quello che ho.
Insegnami le cose che ancora non so, non so.
E dimmi quanto maschere avrai e quanto maschere avrò.
Ecco l’agnello di Dio vestito da soldato,
con le gambe fracassate, con il naso insaguinato.
Si nasconde dentro la terra, tra le mani ha la testa di un uomo.
Ecco l’agnello di Dio venuto a chiedere perdono.
Si ferma ad annusare il vento ma nel vento sente odore di piombo.
Percosso e benedetto ai piedi di una montagna.
Chiuso dentro una prigione, braccato per la campagna.
Nascosto dentro a un treno, legato sopra un altare.
Ecco l’agnello che nessuno lo può salvare.
Perduto nel deserto, che nessuno lo può trovare.
Ecco l’agnello di Dio senza un posto dove stare.
Ecco l’agnello di Dio senza un posto dove stare.
Oh, aiutami a stare dove si può e prenditi tutto quello che ho.
Insegnami le cose che ancora non so, non so.
E dimmi quanto maschere avrai, regalami i trucchi che fai,
insegnami ad andare dovunque sarai, sarò.
E dimmi quanto maschere avrò.
Se mi riconoscerai, dovunque sarò, sarai.
C’è solo un grosso problema: non c’è oggi un Robert Musil che possa scrivere di un uomo senza qualità. Né c’è un Jack London che possa dilettarci con un capolavoro come “Martin Eden”. Siamo invece invasi, purtroppo, da Liale con le braghe che non hanno né stile né altro dalla loro; e che per nostra fortuna il pubblico disdegna, e che solo qualche critico con il cervello in acqua si osa di dire le Liale scrittori tout court. Di queste Liale neanche la cenere resterà, ringraziando dio (notare che è scritto in miunuscolo, quindi nessuna bestemmia, giacché con dio qui s’intende il bene per l’umanità punto e basta)!
grazie davvero Fu.
Beppe, con De Gregori, dove peschi, peschi bene.
per l’altra questione, è vero: spesso si pesca male.
buona giornata!
fabry
Fabry, noto con piacere che su De Gregori non potremmo essere più d’accordo.
Sarei il primo a fare i salti di gioia se trovassi un libro della qualità di Martin Eden o anche di On the road (E i vagabondi del Dharma, ideale seguito del romanzo più famoso di Kerouac); al settimo cielo se incontrassi un Musil o una Coscienza di Zeno, per quanto quest’ultimo è più un romanzo tardoverista che biografico. In ogni caso, oggi mi spiace ma non ci sono autori che vivano realmente la loro vita e che quindi valga la pena d’essere raccontata. Per scrivere un romanzo biografico occorre che l’autore abbia una vita interessante, che possa dunque essere d’interesse per un vasto pubblico, una vita originale nella quale ognuno possa ritrovare sé stesso. Abbiamo invece a che fare con dei vegliardi che raccontano loro sogni e incubi di bilibidne geriatrica – sempre di cliché. Ecco perchè, a mio avviso, il romanzo biografico nella letteratura italiana non c’è.
Bertrand Russel consigliava agli scrittori inariditi di fare il giro del mondo in cerca di avventure per ritornare finalmente con qualcosa da dire.
ciao Beppe.