I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso: comprendendo scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma poi, chissà perché, da pochi buoni narratori (amara costatazione, questa, che peraltro emerge abbastanza chiaramente anche dai dibattiti sopra citati).
Questo perché per essere bravi speculatori basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione riflessiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie.
A me pare che in Italia quasi mai si verifichi la presenza simultanea di tutte queste caratteristiche.
Eppure basta che ne manchi una soltanto e la qualità del narratore inesorabilmente scade.
L’unico argine allo scadimento del valore dello scrittore a fronte della carenza di una o più delle suddette caratteristiche è essere un genio. Purtroppo troppo spesso sembra che lo scrittore italiano faccia ricorso a questa estrema risorsa, in mancanza di altre, come fosse un bene disponibile e duttile e non come un dono del cielo.
La presenza di buoni scrittori è contagiosa. Per cui la carenza di buoni scrittori è un buon motivo per giustificare la carenza di buoni scrittori.
Un buon giovan scrittore infatti deve possedere anche questa caratteristica, quella di saper emulare sia il proprio maestro, sia il vicino, l’amico che ha sfondato. Prenderne la scia (per superarlo, come in Formula 1).
Bisogna saper imparare dai propri simili, a chi compie lo stesso tratto di strada. E’ un talento pure questo.
A quest’ultimo punto si può obiettare: ma visto che la letteratura è una, essendo distribuita attraverso le traduzioni in tutto il mondo, questo effetto di reciproca illuminazione non può avvenire anche a distanza?
No. Primo, perché, come è noto, esistono misteriose alchimie che tengono stretti l’uno all’altra stile, lingua e contenuto. Per cui non è sufficiente copiare lo stile di David Foster Wallace o di Dave Eggers per dire di essere come loro e traghettare la letteratura verso le sponde di una maturità espressiva di respiro internazionale postmoderno.
Secondo, perché – di nuovo – l’aspetto emulativo in molti casi agisce in assenza di una o più delle caratteristiche sopraenunciate, divenendo l’unico ancoraggio (estremamente debole) al quale lo scrittore si appiglia.

Ciao Ezio,
ho letto con interesse, condivido sulle qualità del “buon narratore” (a parte il discorso sulla “molta cultura” quantomai opinabile). Invece con afferro il collegamento tra la scarsezza di buoni narratori e i dibattiti in rete sullo stato della narrativa italiana.
Io credo che non serva partecipare a questi dibattiti per essere un buon narratore, ma magari sbaglio…
p.
Opps
intendevo “non afferro”.
Ciao paolo.
Il collegamento sta solo nel fatto che nel dibattito si parlava di narrativa italiana, e secondo me con grande acume, e mi è venuto spontaneo segnalare come da una parte vi sia un livello decisamente alto, e dall’altra piuttosto basso e mi è parso curioso.
Ezio
“A me pare che in Italia quasi mai si verifichi la presenza simultanea di tutte queste caratteristiche.
Eppure basta che ne manchi una soltanto e la qualità del narratore inesorabilmente scade”.
…ah, ecco: forse è perché non ho una qualche lieve turba psichica che non sarò mai una buona narratrice! beh, ezio t., lei mi toglie un gran peso dalla coscienza. tutto sommato preferisco non avere turbe, anche se il grande fuoco è destinato per ciò stesso ad estinguersi.
fuori dallo scherzo: le pare, la sua, una riflessione seria? la miseria numerica e di profondità tra i buoni narratori ha radici ben più profonde delle motivazioni qui addotte. ho letto alcuni romanzi italiani durante le ultime vacanze e tutto quello che mi vien da dire, pur in presenza di tutte le caratteristiche da lei elencate, è “aridateme i sordi, scrittori della malora!”. non scatta quel quid, caratteristiche regolamentari o meno: non scatta! come in amore. puoi avere di fronte un adone e non provare nulla, un uomo qualunque e innamorarti perdutamente. credo che tornerò a leggere narrativa straniera, al solito. siamo entrati in una ulteriore fase di stanca. le caratteristiche della stanchezza? non le so. ma ce n’è, e molte e, temo, inestirpabili.
Riga 11: “un buono scrittore”, non “un buon scrittore”.
E tanto basti!
Lucy,
forse no, forse non era una riflessione “seria” (la presenza, fra le caratteristiche del “buon scrittore”, delle turbe psichiche stava lì a segnalarlo con un sorriso)…
Lambertibocconi, riponga le armi, buon scrittore si può dire. Non per la grammatica (perché c’è la ‘s’ prima di consonante), ma per l’uso sì. “Un buon scrittore non precisa mai” (Flaiano).
io poi, buon scrittore non lo sono proprio, né lo pretendo. Caresco in parecchie di quelle caratteristiche (non quella delle turbe, temo).
Vive cordialità
Ezio
Ah vabbè, se non è per la grammatica ma per l’uso…
🙂 allora me ne vado a cambiare i pneumatici, e se ci sono i vigili gli dico che non c’ho tempo da perdere!
Scusate, e chi le turbe psichiche le ha ma non lievi bensì importanti può considerarsi un(o) scrittore “più migliore” o addirittura “ottimissimo”?
Ciao,
Roberto
Caro Ezio,
non so se in realtà alcuni critici non abbiano semplicemente tutte quelle caratteristiche…ma con della paura in più. Ne conosco. Credo che l’impulso originario possa essere assolutamente della medesima natura e complessità. Poi certo, bisogna distunguere, ma tra i critici come tra gli scrittori, come tra i musicisti e come tra i baristi.
Ciao Paolo,
per quanto riguarda il discorso sulla molta cultura, non so se sia poi davvero opinabile, mi riferisco, ovviamente, alla generalità dell’affermazione.
La conoscenza della forma, forma intesa in senso ampio, assicura libertà nella scelta, cosciente o meno, di organizzazione espressiva.
Camillea,
non so se ho apito male quanto scrivi. Io non dico che tutti quegli stessi “critici” (in senso molto ampio: intendo gente che discute di letteratura a vario titolo) tanto bravi poi non sono anche bravi scrittori perché gli mancano (anzi, mancano loro) alcune caratteristiche che io giudico importanti.
In qualche caso sì, c’è questa sovrapposizione (scrittori che, sulla rete specialmente, intervengono nei dibattiti culturali con grande intelligenza, ma poi al dunque si rivelano mediocri scrittori). Ma per me è un discorso più generale: nel nostro paese mi pare che a una brillantezza critica diffusa non corrisponda per qualche misterioso motivo altrettanta capacità letteraria. Narrativa in particolare.
Ciao
Ezio
Sì, ho capito cosa intendi.
Mi sembrava solo un po’ “forte” questo passaggio: “per essere bravi speculatori basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione riflessiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza),mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni…”
@Lucy
Mi pare molto interessante il tuo punto di vista.
Solo, potresti citare qualche esempio? Non ti chiedo di stroncare, solo di darci un’idea di chi non ti è piaciuto (e magari anche perchè)…
ciao
p.
Camillea,
sì era un po’ forte. Volutamente (ma mica tanto poi….). Il mio interesse era stimolare una riflessione e qualche volta bisogna essere un po’ più “decisi” di quanto magari una pacata riflessione potrebbe suggerire di dire. Anche il corsivo con cui ho scritto “basta” voleva sottindere che non è cosa semplice arrivare a quel risultato lì.
Ezio
un romanzo che non mi è piaciuto, buono, ben scritto, talora anche poetico, ma comunque deludente, che m’ero tenuto da parte “gesù-gesù”, fin che finivano le polemiche, ne avevo difeso l’autore che apprezzo etc. etc., beh, si capisce qual è.
un romanzo interessante, per certi aspetti sorprendente, ma, lo stesso, che m’ha lasciato un po’… “così”, con un senso di incompiutezza, ma molto meno del primo, e qui lo nomino, è: “Mal di pietre”, della Agus.
poi ho letto un libro di una scrittrice per me emerita sconosciuta che mi era stato segnalato “Noi due come un romanzo”. un libro che parla di libri, però, ‘nzomma… mi pareva un’operazione tipo “L’eleganza del riccio”.
mi sono rifatta con due thriller di Fred Vargas: il che è tutto dire. sarà stato il sole, sarà stato il bellissimo mare, ma ste letture non mi hanno preso. ho fatto bene a portarmi dietro dei badalucchi digestivi, almeno quello, il commissario del 13° arrondissement lo sa fare.
sul comodino ora ce ne sono altri quattro e non dico di chi. ma il tempo, poco, di cui attualmente dispongo lo sto impiegando per scrivere: mi diverto un sacco, mi commuovo, e forse faccio meglio. ammetto di averlo pensato, dopo aver smesso di scrivere e buttato via un sacco di cose: se questi scrivono così, posso ri-provarci anch’io.
è un pensiero poco generoso, supponente? non so. so che ho abbastanza età ed esperienza di lettura per giudicare e il quadro è desolante. mal che vada, aggiungerò desolazione a desolazione! ma tanto: tranquilli. chi mai pubblicherà una cosa mia?
Mi trovo d’accordo con Ezio Tarantino