Discorso sulla terra dell’osso

da Nevica ho le prove, Laterza

Il paese è esposto a nord. È un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quelli degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noia la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne.

Il vento non muove solo l’aria, ma anche la terra. Il sottosuolo cammina, è fatto di argille sciolte, tegole informi che navigano in una cupa deriva geologica. Dunque, essere qui vuol dire essere in bilico, averla nel sangue l’idea del precipitare, l’idea di spaccarsi. Ecco il triangolo. La frana e il vento i due cateti. La miseria come ipotenusa mobile. Non più la miseria dei contadini, la fame fascista, non più il paese delle coppole e delle mantelle nere, ma la miseria spirituale di un popolo che non è più tale. Il nichilismo contemporaneo incrociato con la tragedia greca. L’autismo corale tagliato con l’accidia meridiana. Il pessimismo del Nord associato al vittimismo del Sud. Ecco la frontiera, il meticciato psichico e architettonico. Ogni casa esibisce un suo sgraziato stile, ogni anima una pena indefinita. C’è molto da studiare, molto da osservare e capire. Luogo d’avanguardia, luogo di capolavori dell’accidia, luoghi in cui la vita si sciupa nell’inerzia, nel passo millimetrato di chi non crede a niente. L’ebbrezza che ha lasciato il pianeta qui non si è mai vista. Al massimo si ride con cattiveria, si ride delle altrui disgrazie. Si parla dall’amaro, dal mal di fegato. Artrosi che storce anche gli umori verso una piega di perenne rancore. Nessuno è incolume e chiaro, nessuno è amato. Su questa base caratteriale è appoggiata un’economia postdemocristiana, un misto di pensioni, sporadici commerci, imprese senza slanci. L’emigrazione dei giovani da Sud a Nord, l’emigrazione dei vecchi dalle panchine al cimitero. La vita non scorre, si aggroviglia in una stanchezza agitata, in una sequela di giornate deluse e deludenti. Una severa condizione di disagio glocale, prodotto dalla mestizia antica della civiltà contadina e dalla cialtroneria spirituale della modernità incivile. Non siamo nell’alienazione urbana e neppure in quella rurale. Una condizione in cui convivono il mondo di De Martino e quello di Augé. La terra dell’osso di Rossi Doria e la terra liquida di Bauman. Strani incroci di un luogo che non è più retrovia, ma laboratorio della nuova epoca. Un’epoca allo stesso tempo sfinita e affaccendata. Un’umanità postuma e infantile. I vecchi diventano decrepiti e i giovani non diventano adulti. Le strade dell’agonia sono infinite, quelle della salute sono vicoli ciechi. Ci si ferma, ci si addormenta appena cala il tasso di dolore. È sempre la solita storia: la vita se non è terribile ti sfugge

8 pensieri su “Discorso sulla terra dell’osso

  1. rmorresi

    Ciao Franco, sono tornata a rileggere stasera. La tua scrittura mi colpisce molto per come sa arrivare al fondo, anzi, al cuore sfondato della vita. Al tempo stesso rimane cosa comune, fatto nostro, una di quelle infinite storie che solo gli amici possono tranquillamente, tutte le volte, continuare a raccontarsi – l’infinita novità dello stesso dolore, insomma. C’è qualcosa del blues in questo: girare intorno a un buco di dolore e avere l’impressione che ad ogni giro ci si arriva più vicino, senza poterlo, però, riempire mai.
    “Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri”: LeRoi Jones diceva che i neri americani cantavano per non ammazzare i bianchi; se Charlie Parker avesse ucciso chi lo opprimeva non avrebbe avuto bisogno di fare musica. Ma chi sono gli oppressori qui? Inidentificati, diffusi, inafferrabili: in questo scenario puoi arrivare al massimo a un neo-diplomato che lavora part-time al call-center, non ai *responsabili*. Che l’Irpinia nei tuoi libri diventi l’epitome di questo sfaldamento etico, politico e psichico, mi pare qualcosa di enormemente significativo.
    Primo, perché è solo là dal posto in cui uno/a vive che può formarsi un discorso (un soggetto). Secondo, perché è un posto così, che tu ci mostri nella sua nuda enormità, un posto innervato e tormentato da ingiustizie passate e presenti, da un arresto antico o calamitoso, da una passione senza bersaglio che spesso è costretta a mutarsi in fuga o alienazione, e, infine, dalle brame di chi pensa che uno spazio molto vasto sia molto vuoto, quando in realtà è vitalissimo, si aggrappa tenacemente alla vita, urlandole contro, come fai tu, di smetterla, di smetterla.
    Gli antropologi si sono inventati i non-luoghi, gli architetti il junkspace, ma il vero spazio post-moderno (o postumo-moderno?) è la terra dell’osso.
    Grazie ancora, Franco.
    Un saluto caro,
    r

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  2. Giovanni Nuscis

    “La vita non scorre, si aggroviglia in una stanchezza agitata, in una sequela di giornate deluse e deludenti. Una severa condizione di disagio glocale, prodotto dalla mestizia antica della civiltà contadina e dalla cialtroneria spirituale della modernità incivile.”

    Condivido i giudizi positivi; è raro leggere pagine così belle e intense; lo sguardo è profondo e precisissimo su luoghi, tolstoianamente universali, tempi e sentimenti complessi e indicibili, eppure, qui, resi con sintesi e verità come solo la buona letteratura sa fare, in un equilibrio di analisi e poesia.
    Giovanni

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  3. Arminio

    cara renata vorrei mettere questo tuo testo sul blog della comunità provvisoria, mi pare molto interessante.
    rinnovo i ringraziamenti a tutti gli altri. la babele dei segni rischia di annullare tutto, ma qualche orecchio in ascolto della buona scrittura c’è ancora.

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