Provocazione in forma d’apologo 140

Le nostre esistenze si svolgono su mappe in scala 1:1. Su mappe siffatte i confini non si vedono; è principalmente per questo che alcuni di noi li superano.

Né, giunti oramai oltre, se ne accorgerebbero, se non ne fossero avvertiti da certi compagni di viaggio; i quali, in tale atto, svelano la loro natura vera.

14 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 140

    1. robertorossitesta

      Cara Nadia,
      naturalmente, ma nel presente apologo sono caduti fuori del campo d’osservazione, ci sono muri e reticolati anche troppo visibili, che a volte condizionano le esistenze per tutto il sempre a loro dato, ed in modi terribili.
      Grazie per la tua attenzione, un saluto,
      Roberto

  1. Anna Maria

    Penso a chi ha il coraggio di rischiare per guardare oltre il muro, oltre il bordo del piatto (traduzione letterale di un modo di dire tedesco), oltre le colonne d’Ercole. Se poi, come scrivi tu, chi rischia lo sguardo fuori dal campo d’osservazione scommette anche sulla condivisione di quanto percepito, forse qualche ragione di speranza. Grazie per questo apologo, Roberto, dalla solita inguaribile ottimista.

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Anna Maria,
      più che di coraggio parlerei di una distrazione, di un calcolo errato, o di una predestinazione magari di qualche utilità per la specie ma sciagurata per l’individuo.
      Insomma, penso che certuni finiscano sempre in scomoda positura a farsi rodere il fegato da qualche uccellaccio.
      Grazie per la tua lettura di questo apologo, Anna Maria, dal solito inguaribile pessimista.
      Ciao,
      Roberto

  2. orsola puecher

    oh alcune di esistenze su carte marine e portolani invece
    rotte curvilinee per andare da un punto all’altro
    compassi a due punte pungenti alla partenza e all’arrivo

    altre di esistenze su mappamondo
    ancorati per miracolo dalla gravità sullo sdrucciolevole sferiforme
    come ti insegnavano maestre provvide con l’arancia e la candela
    ma sempre con una sensazione di camminar su uova e gomma e cengia
    da equilibristi e funamboli

    .\\’

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Orsola,
      in risposta alle mie parolette un quasi ditirambo.
      E’ un ottimo affare, è grasso che cola: anticipo a sorpresa del Natale, spero non unico e ultimo.
      Roberto

  3. Giovanni Nuscis

    Invadere ed essere invasi, Roberto, o pervasi, credo sia inevitabile, salvo essere quel circolo chiuso kafkiano blindato e impermeabile. Il confine, allora, altro non è che la soglia del dolore, del fastidio di scarponi di montagna sulla nostra carne; ma anche del nostro avvederci, improvviso e sgradevole, di avere noi invaso, con rammarico. Il confine non è fisico ma emotivo, in una mappa di vissuto a volte contratto, fitto di croci. Il confine è la mappa stessa.
    Un caro saluto
    Giovanni

    Rispondi
  4. Roberto Plevano

    Giunti oramai oltre (lo prendo con valore temporale, non ipotetico) si è fuori dalla mappa, dove non c’è più segno che indichi la direzione. Condizione di molti, mi pare.
    Un saluto.

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cari Giovanni e Roberto,
      leggo i vostri commenti come i due versanti di un medesimo sottilissimo crinale.
      Il problema agitato è quello della dialettica tra dentro e fuori, che letteralmente viviamo sulla nostra pelle, finendoci, alcuni almeno, scorticati: nell’unico dove rimasto (dentro o fuori non si sa e non importa) in cui risuona un grido per nulla scherzoso:
      “HIC SUNT(/SUMUS) TERUN”.
      Grazie e un saluto a entrambi,
      Roberto

  5. carla

    ne deduco che senza compagni di viaggio il cammino sarebbe triste e arido…
    la nostra vista limitata e i confini assai ristretti…
    vado subito a chiamare il mio cagnolino…
    Bau!:-)))

    Rispondi
  6. robertorossitesta

    Cara Lucy,
    terun e pulentun, come sai benissimo, più che determinazioni geografiche, sono
    categorie dello spirito.

    Cara Carla,
    i versi degli animali sono più sapienziali dei discorsi di certi illuminati.

    Un saluto ad entrambe,
    Roberto

    Rispondi
  7. Chiara Daino

    e alla fine, forse non dobbiamo – stendere: la mappatura delle [nostre] cicatrici?

    Sottile la linea che separa il *confine* dal *limite*.
    Vitale, credo, sia il movimento dal dentro al fuori per non essere *confinati* o *limitati* da altro/altri

    nel grazie, Roberto

    Rispondi
  8. robertorossitesta

    Cara Chiara,
    sottile la linea e sottilissima la mente che può distinguerla.
    Come sai bene, credo che sia fondamentale la pazienza nei confronti dei duri ma forse salvifici insegnamenti che il *limite*, e il relativo “senso del”, hanno per noi.
    Quanto alla mappatura delle [nostre] cicatrici, si passa dal bi- al tri- e anche al tetra-dimensionale 🙂
    Grazie e un saluto,
    Roberto

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *