Provocazione in forma d’apologo 143

Oggi, prima che ti portassero via, nell’androne ho firmato il registro delle condoglianze, ovviamente col mio nome ufficiale, in attesa che portino via anche me, ciò che avverrà ben presto.

Abbiamo vissuto più di trent’anni nello stesso edificio, sullo stesso pianerottolo, senza mai entrare nemmeno una volta l’uno in casa dell’altro. Quando ci incontravamo in ascensore ci guardavamo a lungo in silenzio, poi io mi decidevo: “Buongiorno, come sta?” e tu: “Buongiorno, grazie, e lei?” al che ribattevo: “Grazie, anch’io”, ed era tutto.
Se soltanto una volta tu avessi parlato per primo, dicendo: “Buongiorno, come sto?”, io ti avrei dato una risposta vera e completa, e forse ci saremmo salvati.

28 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 143

  1. carla

    tutta colpa di quel “lei” …
    imparare la tecnica dell’abbandono, soprattutto con le proprie emozioni, è importantissimo.

    Buona giornata Robertino 🙂

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  2. Stella Maria

    Sappiamo tutto di un tizio che vive dll’altra parte del mondo, conosciamo anche i segreti più incoffessabili ma non ci lasciamo coinvolgere da chi divide lo stesso tetto. si abbandoniamoci e riprendiamo a comunicare con noi stessi e gli altri.
    grazie Roberto.

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  3. robertorossitesta

    Care Carla e Stella Maria,
    non credo che il problema sia quello accennato nei vostri commenti: non si tratta di concentrarsi su di sé o sull’altro, ma appunto di superare questo modo di vedersi e di vedere.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  4. robertorossitesta

    Cara Anna Maria,
    siamo in tanti sott’acqua, alcuni con riserva di fiato, la maggior parte senza.
    Buona giornata a te,
    Roberto

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  5. Paola renzetti

    Quest’apologo mi ha fatto ricordare un collega e amico, che già dieci anni fa, all’ingresso nell’atrio della scuola, ci salutava in questo modo, qualche volta.
    Era una cosa che faceva sorridere, ti ridava un po’ di “fiato”.
    Si è poi trasferito in Sicilia: Mario Di Bella. Lì ha dato vita a un libretto di racconti e persone, dal titolo “Il salone del barbiere” Ed. Fermenti.
    Grazie e un saluto.

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    1. robertorossitesta

      E proprio il salone del barbiere era uno di quei luoghi nei quali, almeno un tempo, si manifestava una sorta di “io collettivo”.
      Grazie e ciao,
      Roberto

  6. lucy

    potremmo farci portatori di una campagna per il recupero o l’avvio del saluto creativo…
    pensa un po’ quando non ci si saluta affatto, ma si grugnisce un ” ‘giorno”, un ” ‘derci”, guardandosi la punta delle scarpe. sono d’accordo: siamo perduti. la cosa che mi fa arrabbiare, però, è che tutto quello che di buono vorrei riuscire a fare prima di andarmene sa di antico. non riesco a vedere nell’oggi niente di salvabile. la melancolia è purtroppo un bruttissimo male. naturalmente mi riferisco alle relazioni umane: di tutto il resto non mi importa niente, mentre le relazioni umane sono tutto.

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    1. robertorossitesta

      Cara Lucy,
      il nostro errore sta nel collocarci in un “tempo medio” coincidente con quello della storia lineare; in realtà ognuno di noi è portatore di una “contemporaneità”. Tra vecchi o quasi possiamo quindi consolarci della nostra vecchiaia, soltanto apparente.
      Ciao,
      Roberto

  7. Roberto

    Diceva di stare bene anche nell’ultima discesa (o salita) insieme? Allora è stato un infarto o un ictus. Meglio prendere le scale, ci si tiene in esercizio. Che perdita!!!

    Un caro saluto

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  8. Giovanni Nuscis

    Androni e condomini reali e webbici…

    L’apologo mi ha ricordato “Se me lo dicevi prima” di Jannacci.

    Ciao, Roberto.

    Giovanni

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    1. robertorossitesta

      Caro Giovanni,
      “Androni e condomini reali e webbici…”: hai ragione, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
      Comunque grazie, sono andato a rivedere il testo di Jannacci ed è davvero bellissimo:

      “E allora sarà bello
      Quando tace il water
      Quando spegni il boiler
      Quando guardi il tunnel
      Quando, quando senti il sole.”

      Un abbraccio,
      Roberto

  9. Paola renzetti

    Le relazioni umane sono tutto, ma il cuore umano è quel “guazzabuglio”, per cui riesce meglio qualche volta, la vicinanza con il resto della natura.
    Le “scale” di Roberto… rendono proprio l’idea.
    Mi permetto di segnalare il libretto di Federico Zoia: “La morte del prossimo”. Non fa paura, come potrebbe far pensare il titolo.

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Paola,
      di Federico Zoia e del suo libro non trovo riferimenti in sbn, sarebbe magari opportuno che li dessi tu.
      Grazie e ciao,
      Roberto

  10. ramona

    Ammetto che sono anche io così.

    Per una forma un po’ estrema di riservatezza, se posso non vado al di là di un saluto, sebbene cordiale e accompagnato da un sorriso, con il vicinato. Perché questo fa presto a essere invadente, cosa che io non sopporto. Sono timida, anche con se la professione che svolgo mi è quasi proibito esserlo, e difatti sul lavoro mi trasformo.

    Ma tra l’invadenza e la riservatezza nella vita di ogni giorno, mi è capitato di scoprire delle tragedie nella porta accanto, che mi hanno fatto vergognare di me. Come il suicidio di una donna giovanissima, una poliziotta, qualche anno fa, con la sua pistola, nel suo appartamento poco più in là di casa mia. Nessuno l’ha sentita, nemmeno quelli del suo pianerottolo. Ma quello che è grave, per me, è che io non sapevo nemmeno di avere una poliziotta come vicina di casa. Non ne conoscevo la faccia.
    E questo mi ha fatto molto pensare e provare un certo dolore.

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    1. robertorossitesta

      Cara Ramona,
      non vorrei essere frainteso, ma recuperare un minimo di territorialità non sarebbe male. Niente di peggio dell’imperativo “fatti i fatti tuoi” inteso restrittivamente e spacciato come undicesimo comandamento.
      Ciao,
      Roberto

  11. robertorossitesta

    Caro Roberto,
    questa è bella.
    Il mio post di oggi tratta vagamente del tema del doppio, e in effetti quando ho letto il tuo commento non l’ho percepito come qualcosa di esterno a me (del resto a volte mostri uno spiritaccio simile al mio), tant’è vero che non ti ho risposto.
    Lo faccio ora segnalando questa curiosa circostanza.
    Ciao,
    Roberto

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  12. robertorossitesta

    Cara Nadia,
    più che saluti creativi sono atti mancati, ma tant’è…
    Un caro saluto,
    Roberto

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  13. Paola renzetti

    Non è Federico,(per restare in tema di vecchi giovani!) ma Luigi Zoia. Edizioni Einaudi, credo al massimo due anni fa. L’autore è uno psicanalista. Il testo è breve, ma ricordo interessante.
    Dpo la morte di Dio e la scomparsa di un “io collettivo”, ispirato (condizionato) dalla fede e da valori, trasmessi da generazioni, la nostra epoca è già (o potrà diventare) quella della morte del prossimo, già divenuto invisibile o insignificante.
    L’esistenza del prossimo, prende consistenza, solo quando invade lo spazio vitale o ostacola l’affermazione individuale.
    Questo bel libretto, se ne sta abbandonato nella mia casa di montagna. Lo recupererò presto.
    Buona serata.

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  14. robertorossitesta

    Cara Paola,
    grazie della rettifica. Il libro di Zoja è solo dell’anno scorso, speriamo che non sia già fuori commercio.
    Ciao,
    Roberto

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  15. Chiara Daino

    *ovviamente col mio nome ufficiale*

    e, al solito, Roberto, perdona[mi] il sentir[ti] – nei punti che lasci nell’ombra dell’evidenza.
    Quella divisa [che sia la *tenuta*, l’anima, la vita, la parola…] dove la proiezione non è mai – specchio sincero e spietato. L’ufficioso del non detto – per me si concreta in quello che, detto ad alta voce – sarebbe chiaro. In primis: per noi che lo diciamo.

    In coda, ti abbraccio.
    Io sto di merda, e tu?
    Dal subisso di sterco ti abbraccio

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Chiara,
      il mio nome ufficiale, come quello di tutti, è quello scritto sui documenti, che suona diverso da quello del vicino dell’apologo.
      Noi difendiamo l’individualità come il bene più prezioso, ma a volte le circostanze ci costringono a riconoscere che le cose possono stare in modo diverso.
      Non mi pare che ciò che non si dice o non si scrive sia reso meno chiaro dall’essere taciuto o trattenuto nella penna; l’ombra dell’evidenza non è di sicuro quella in cui tutte le vacche sono grigie.
      Quanto poi alla sincerità e alla spietatezza non le concepiamo tutti allo stesso modo e soprattutto non le consideriamo sempre ugualmente valide e opportune; né tantomeno hanno molto a che fare con la chiarezza, poiché tanti fattori s’interpongono, l’emotività per prima.
      E scambiamoci questo abbraccio infarinato, da mugnai della vita.
      Roberto

  16. Chiara Daino

    Caro Roberto,

    concordo, ma non del tutto. E *non del tutto* per l’esperienza esperita nel mio girar di calendari. Anche una pentola a pressione ha bisogno dello sfiato perché non esploda [questione di mera Fisica] e, sicuramente sbagliando, credo fermamente nella necessità umana del dire perché sia *emesso* rimesso al di fuori, per non implodere… Ogni Attore sa recitarsi molto bene, poi capita si senta “non capisco perché si sia suicidato/a: era sempre allegro/a, così solare…”
    Il tenersi tutto dentro, inoltre, può portare all’ipertensione con tutte le conseguenze patologiche del caso. Se l’urgenza e l’emergenza del dire del comunicare dello scrivere – non fossero così violente: perché parlare? Perché le pitture rupestri? Perché gli psicologi? [i miei hanno rinunciato, dopo l’elenco sistematico dei miei problemi: “Daino se lei già sa quali sono le sue problematiche, cosa viene a fare?”]. Perché raccontare o non raccontare come stai al primo conoscente o sconosciuto che passa?
    Poi, poca importanza, come ti chiami o come ti chiamano… l’essenziale e il contenuto che quel nome contiene…

    Abbraccio infarinato [che tu sai la farina è spietata: mette in rilievo tutte le rughe, anche le più sottili…]

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  17. robertorossitesta

    Cara Chiara,
    quanto a giri di calendario, ipertensioni, rughe, pentole a pressione già esplose o per esplodere, ne sappiamo qualcosa un po’ tutti.
    Quanto invece al nome individuale, messo a fare da etichetta a un intelletto che per alcuni è privato e per altri pubblico: ebbene, nell’apologo c’è una spruzzata di averroismo che dev’essere inavvertibile e/o indigeribile. Prima di proporre agli ospiti ricette nuove devo studiarmele bene, e farle magari assaggiare dal gatto di casa.
    Abbracci infarinati, come due Pinocchi nella padella del Pescatore Verde.
    Roberto

    Rispondi
  18. Chiara Daino

    Caro Roberto,

    devo confessarti [confessione pleonastica! che tanto già lo sai] La Gnosi come quelle molteplici identità intelletto=intelleggibile – sono, per me, rimenescenze di atroci interrogazioni Liceali. Mai raggiunto *sapere* se non attraverso il sentire [all’Ab? l-Wal?d Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd ho sempre preferito lo Scrolla Lancia: “Prendi un altro nome!/ Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,/ con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,/ così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,/ conserverebbe quella cara perfezione che possiede/anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,/ e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa/]. Troppo ostica – limite mio – la magna Filosfia antica. Figlia di Søren e del suo *Once you label me you negate me*, ho ancora tanto/tutto da imparare. Per questo: leggerti.
    Lo sprone, lo scavare di sensi multipli/molteplici. E ci provo a cogliere tutto il dolce della cipolla, ma non sono ancora in grado di coglierne tutti li strati – per cui perdona se ogni tanto lacrimo cazzate. Per tirar fuori lo spartito che sottede Il Soccombente ho impiegato tre mesi, per intuire tutto il tuo non bastano anni. Pure: mi si riconosca, come a scuola, che mi applico 😉

    Al viaggio iniziatico, sulla barca che sia,
    con affetto
    Ismaele

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Chiara,
      tre cose:
      1)io qui sono al massimo il bidello, per giunta sull’orlo della pensione;
      2)meno male, dallo sterco siamo già passati alla cipolla (purtoppo non sono tutti estimatori della cepa);
      3)con quell’implicito “Chiamatemi Ismaele” mi hai trafitto il cuore.
      Ciao,
      Roberto

  19. Chiara Daino

    Caro Roberto

    1) il bidello del mio Liceo [lode a te Johnny, sempre!] mi ha insegnato più vita e più valori che quel plurilaureato del mio docente d’Italiano – che ancora incubo le sue grida: «Daino è un 5! Perché nel tema hai espresso pareri personali e non hai riportato il de Sanctis! Tu non sai scrivere!»
    2) Allium cepa! ma non Allium sativum [che noi vampiri siamo *leggermente* allergici…]
    3) tu lo fai sempre

    baciamo le nocche

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