Vivo in una città che ha il primato dei mercati, per numero, estensione e varietà simili a quelli mediorientali, ma con caratteristiche d’idiozia assolutamente indigene.
Nel mercato più vicino a casa mia, enorme e fantasmagorico, si trova il tenero cucciolo che dorme nella sua cestina: russa piano, dolcemente, alle carezze è morbido e tiepido, ma non è che un po’ d’elettronica ricoperta di pelo sintetico: su misura per chi, non avendo tempo e voglia di prendersi cura di un animale vero, non intende rinunciare a un po’ di compagnia, ancorché virtuale.
A distanza di qualche banco c’è la lunga sciarpa che messa nel microonde per un minuto resta bella calda tutto il giorno. Perfetta per i mendicanti che incrocio la mattina andando in ufficio e che la sera, tornando, incontro di nuovo nello stesso posto, come se non si fossero mai mossi di un millimetro. Peccato solo che costoro, così a occhio, devono mancare di parecchie cose, compreso il microonde in cui riscaldare la sciarpa miracolosa.
E poco più in là, giusto accanto a un gazebo della Lega, sul selciato di un minuscolo spiazzo formatosi come per prodigio nella calca, uno straniero fa compiere modeste evoluzioni a dei modellini d’aerei filoguidati. Malgrado il periodo di festa e l’economicità dell’articolo non ne venderà neppure uno, c’è da scommetterci.

Apologo-bozzetto vivido e pungente, non tradisce l’inizio sarcastico e strepitosamente esplicito: “Vivo in una città che ha il primato dei mercati, per numero, estensione e varietà simili a quelli mediorientali, ma con caratteristiche d’idiozia assolutamente indigene.” Tanto amare quanto condivisibili le considerazioni – rigorosamente “inattuali”, ça va sans dire – conclusive. Grazie, Roberto
Cara Anna Maria,
quanto alla “inattualità” di certe mie considerazioni sono costretto a ripetere ciò che ho già detto sovente: che scrivo e a volte schedulo i pezzi con notevole anticipo, e nelle more della pubblicazione non di rado la cronaca s’incarica di dare alle mie “visioni” un significato ben più crudo di quanto credevo che avessero.
Grazie e un saluto,
Roberto
“non di rado la cronaca s’incarica di dare alle mie “visioni” un significato ben più crudo di quanto credevo che avessero.”
Purtroppo, si.
L’apologo è ormai un appuntamento irrinunciabile per me; ogni volta mi provoca un certo stupore leggerti e mi fa pensare. Grazie e un saluto.
Cara Nadia,
e dire che a me sembra di parlare sempre dello stesso elefante: che gli si tocchino la coda, le orecchie o le zampe, in fondo è sempre lui. Oppure no?
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Caro Roberto,
io credo tu sia – passami l’espressione, conscia che non lo farai -*nell’eterno del senza tempo*. Poco conta [almeno per il mio personale sentire] che tu scriva prima/durante/dopo. Poco conta *quel* mercato/mercatino se non nella misura in cui: e – semplifica
le trame che da sempre nel per sempre ci.
Da quando l’Essere fu
[troppo preso da se stesso per avere *tempo e voglia di prendersi cura di un animale vero*]
Cara Chiara,
perché mai non dovrei passartela?
Semmai, temo che tu sia troppo buona.
Ma in effetti è da tempo che mi sento in una tenda dove tengo sempre pronto del tè, spazzo per terra, ascolto le conversazioni di cui cerco di fare tesoro, e di tanto in tanto mi si consente pure di dire qualcuna delle mie piccole fesserie.
In quella tenda ci sono tanti orologi e calendari, ognuno dei quali va per proprio conto, che è come se non ce ne fosse nessuno.
Ma non confondo i piani.
Qui, degli animali veri mi prendo buona cura, io: da parte degli interessati ho le dichiarazioni firmate (con impronta di zampa autentica – a’ sensi della l. 15/68 e successive modifiche) in tale senso.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
Caro Roberto,
io sono *troppo* legata a troppi attributi. Buona, fin’ora, non è mai stato registrato… Sincera fino allo spasimo, questo sì. E nella tua tenda *senza tempo* [o del tempo tutto] noi viandanti sostiamo per bere verità…
Grazie felini
Cara Chiara,
in quella tenda l’unico viandante sono io.
E mentre cerco di rendermi simpatico e utile ho una gran paura che si stufino e mi diano una bella pedata, cacciandomi di nuovo fuori, dove c’è sempre vento e mai riposo.
Grazie a te,
Roberto
… non credo tu possa essere sbucciato via dalla tua tenda.
Nell’improbabile caso: alla fin fine – dove *c’è sempre vento* [e chi vive a Genova e vive Genova lo sa] c’è sempre chi al vento *dice sì*…
Nello stesso grazie
oh sì, cara Chiara, che posso essere sbucciato via da quella tenda, come da tutte le altre in cui mi trovo/ci troviamo.
Alla fine ciò che resta è il vento, quello lo conosciamo tutti, anche se non tutti sanno chi è.
Riabbraccio,
Roberto