Il romanzo delle alghe

di Guido Tedoldi
foto di Valter Binaghi

Milano, venerdì 19 febbraio 2010, Blam bar. Il programma della serata prevedeva la presentazione de Il magazzino delle alghe, oggetto narrativo dirò poi perché l’ho chiamato così) coordinato da Marino Magliani, pubblicato da Eumeswil e scritto da 20 scrittori noti nel web e sulla carta stampata.
Tra di loro erano presenti Valter Binaghi, Francesco Forlani, Franz Krauspenhaar (che sono poi quelli che conoscevo già insieme a Magliani – spero di non averne dimenticati altri). Poi c’erano fisicamente presenti i due editori Eumeswil. A presentare la vicenda c’era Fernando Coratelli, la metà della Macchia Umana insieme a Luigi Carrozzo.
Insomma, un sacco di bella gente della letteratura italiana contemporanea. Quella che adesso magari è poco nota e poco venduta, ma che tra un paio di decenni comincerà a entrare nelle antologie scolastiche. La generazione che non si è fatta intimidire dal web ma che anzi si è inventata un modo per tesservi la propria tela: i blog letterari multiautore, come Nazione Indiana e La Poesia e lo Spirito.

Spero il mio tono non risulti eccessivamente enfatico. A me serate come quella del Blam sembrano esemplificative di qualcosa che sta succedendo. Una specie di onda della storia. Come dentro quel romanzo di Roberto Bolaño, I detective selvaggi, i cui protagonisti sono due ragazzi che percorrono l’America Latina alla ricerca di una ormai anziana signora che è l’unica sopravvissuta di una avanguardia letteraria ormai spenta.
In certe serate la sensazione è che il tempo si sdoppi, e proceda sia sul binario consueto della vita che frigge sia su quello straordinario della Storia.

Il magazzino delle alghe è un oggetto narrativo, dicevo. Potrebbe essere un’antologia (ma forse non lo è, e dirò poi perché) i cui nomi degli autori sono segnalati in copertina. Dico quelli che non ho già citato, così ci si fa l’idea della forza creativa messa in gioco: Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Remo Bassini, Mario Bianco, Fabrizio Centofanti, Riccardo De Gennaro, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Carlo Grande, Giulio Mozzi, Stefania Nardini (unica donna), Alberto Pezzini, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta.


Franz Krauspenhaar inizia il reading, con Marino Magliani e Fernando Coratelli

Presentando il libro, Coratelli e Magliani hanno spiegato dov’è la differenza con un’antologia normale: i singoli autori hanno scritto un racconto più o meno a sé, poi Magliani li ha raccolti tutti all’interno di un’atmosfera che può sembrare un romanzo. Tale atmosfera è una lettera che un postino scrive a Giulio Mozzi, talent scout e altro della letteratura italiana recente, editor per Sironi ed Einaudi. Il postino è appena andato in pensione, e negli anni precedenti ha fatto in modo di farsi trasferire per lavoro a Padova, e di farsi assegnare la zona dove abita Mozzi. In questo modo ha potuto tenere sotto controllo il flusso di manoscritti che da tutto il patrio stivale e forse anche dall’estero convergono verso la scrivania di Mozzi; di più, ha potuto negli anni sottrarne alcuni, e mettere in posizioni privilegiate i manoscritti che scriveva lui stesso – perché il postino, come molti italiani, è poeta e scrittore (e forse anche santo e navigatore, ma questo nel libro non ci stava).
Un’altra differenza con un’antologia normale è che il lettore non può avere un’idea di chi siano gli autori dei singoli racconti: non c’è un indice interno che lo spieghi e l’ordine dei nomi in copertina è alfabetico, non segue l’ordine di apparizione dei racconti.

La mancanza di informazione è tale che nemmeno gli autori presenti ricordavano dove fossero le loro cose all’interno del volume – con il rischio di leggere brani che non c’entravano niente con quello che avevano scritto loro. Poi Binaghi e Forlani i loro brani li hanno trovati, mentre quello di Krauspenhaar lo ha trovato Coratelli perché il Franz non si ricordava nemmeno cosa aveva scritto.
Cioè, così diceva. Perché questi qua sono performer oltre che scrittori, se la cavano con il pubblico come e meglio di attori consumati. Magari non se lo ricordano davvero quello che hanno scritto, o magari lo sanno benissimo, parola per parola, e stanno interpretando anche quando leggono come bambini di quarta elementare (o, per meglio dire, di prima liceo visto come è conciata la scuola italiana contemporanea). Non è più tempo di maestri delle lettere che vivono immoti nella loro torre d’avorio e lasciano calare dall’alto a discrezione una paginetta ogni tanto. Al tempo del web lo scrittore si butta tra la folla e si confronta sanguignamente. Uscendone spesso vincitore, naturalmente, perché non è mica una rockstar qualsiasi, strafatta di qualsiasi sostanza psicotropa si trovi in circolazione.


Marino Magliani, col giaccone e la berretta da curatore, dice “è tutto okay!” E Franz Krauspenhaar: “baci a tutti!”

Binaghi la sua lettura l’ha fatta doppia: dopo un primo intervento quasi normale gli è venuta un’idea per un’antologia strepitosa, e ha voluto metterne a parte i presenti.
Questo dopo che gli editori Eumeswil avevano spiegato con dovizia di esempi il motivo per cui, oggi come oggi in Italia, un’antologia non si può fare… e quindi perché non l’hanno fatta nemmeno loro, pubblicando il libro di Magliani e degli altri 20. L’argomento degli Eumeswil è che, oggi, le antologie sorgono come funghi. Facciamone una sull’autunno, dice uno, e paf, eccola. Una su Bologna, dice un altro, e paf. Una sulle strade che portano a San Martino di Castrozza, e paf. Poi c’è chi dice che sulla Taranta non farà mai un’antologia, perché è una musica che non gli piace. E allora paf, un paio di mesi dopo l’antologia sulla Taranta esce da un altro editore.
Le antologie sono così tante che non si distinguono l’una con l’altra, non convincono il pubblico, non vendono.
L’idea di Binaghi per un’antologia è di raccogliere le schede di lettura delle ciofeche più terrificanti che gli editori abbiano mai ricevuto. Lui stesso, avendo fatto e facendo ancora saltuariamente per mestiere il lettore per case editrici e agenti, di schede stroncanti ne ha scritte parecchie.
Ma non l’aveva già fatto Umberto Eco, un libro così? No, Eco se le inventava, Binaghi vuole le schede vere, anche se è difficile che gli editori si lascino sfuggire materiali così compromettenti…


Il reporter Guido Tedoldi ha deciso che, per una serata speed, ci vuole un buon caffè

… C’è da pensarci, a una cosa così. Sarebbe uno squarcio su una realtà, quella della maggioranza di ciò che si scrive nel nostro Paese, che non si viene a sapere perché gli editori non la rivelano. Una specie di scanner acceso nelle teste di tante persone, un po’ come in quel film in cui si poteva vedere cosa pensava John Malkovich…
… E c’è da pensarci anche ad antologie non di gruppo, allora. Perché le antologie non possono essere di un solo autore? Si è mai visto uno come Raymond Carver scrivere altro che racconti?…
… Ma poi, cos’è questa cosa che «il mercato» impone romanzi di 600 pagine? O addirittura saghe multitomo che la Bibbia gli fa un baffo? Possibile che non ce ne siano di storie più corte? E se la misura di uno scrittore sono le 180 pagine (come Camilleri, che dice che tutti i Montalbano gli escono di 180 cartelle dattiloscritte distribuite in 10 capitoli – e sono perfetti così) perché pretendere che allunghi il brodo fino a 540 pagine oppure che si inventi 4 robette da 45?…
… E con l’arrivo degli eBook, perché i libri devono costare così tanto visto che si risparmia sui costi di stampa e di distribuzione in libreria? E perché addirittura non farli costare zero, che magari la gente si metterebbe a leggere di più?…

Ehm.
La serata a questo punto volgeva al termine. Fuori pioveva. C’è chi è andato in pizzeria, chi è rimasto ancora un po’ a parlare delle meravigliose sorti e progressive dell’editoria mondiale.
C’è da stare sintonizzati su queste frequenze. Passa la Storia, da qui.

(in apertura: il Magister Francesco Forlani fa il saluto ufficiale del Partito Comunista Dandy)

15 pensieri su “Il romanzo delle alghe

  1. Paolo Pedrazzi

    Grazie anche da parte mia e di Stefano. Quando ci chiedono “Perché fate gli editori… potevate chessò… fare un lavoro più soddisfacente dal punto di vista economico” la risposta è tutta lì sopra, in quelle righe di reportage su una serata letteraria: la convinzione cioè che stai facendo qualcosa di vivo e importante e che sei in prima linea per scrivere la tua parte di “antologia”. Grazie a Franz, Marino, Valter, Francesco, Fernando e tutti quanti i presenti, serate del genere mi fanno amare sempre più il mio mestiere e lo stare in piedi giorno e notte a inventare cose e idee sporcandomi le mani con l’inchiostro felicemente, come un bambino che mette le mani nella nutella.

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  2. giovanniag

    Complimenti per il pezzo Guido, e grazie.

    Mi sono permesso di riportarlo, citadoti e citando LPELS, sul mio blog.

    Un caro saluto,
    Giovanni A.

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  3. stefania nardini

    Grazie Guido per la tua bella cronaca. Profitto per un saluto a tutti. E speriamo di vederci presto. Grazie Marino
    Stefania

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  4. tiptop

    E’ stata davvero una serata particolare rispetto tante presentazioni di libri, forse per la location, che disponeva i presenti in cerchio (più che cerchio, una forma ameboide) e non c’era la cattedra e la prima fila e le file dietro. E’ stato tutto molto diretto, partecipato, sorridente, si era tutti lì… non saprei come dire, con un qualcosa in comune, una specie di mission, anch’io che scribacchio solo su un blog e mi sento all’altezza di un peluche, rispetto tutte le problematiche dell’editoria.

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  5. cf05103025

    Deve essere sta ‘na gran bella serata 🙂

    ma solo e buon seguito della precendente
    avvenuta qui a Torino,
    ove alla biblioteca popolare Shahrazad
    ci fu concorso di pubblico
    e poi cena in pizzeria
    in 18, con lazzi e frizzi e cortesia.
    Cioè, era per dir, che qui non se ne parlò
    ma si fece bella presentazion e festa,
    ohibò,
    epperbacco!
    Mario Bianco
    :-))

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