18. Una domanda

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da qui

– Ascolta, Leopoldo.
Ha cominciato a parlare all’improvviso, emergendo da un raccoglimento intenso.
So bene che stai cercando una risposta alla domanda sul romanzo: è possibile, oggi, perpetuare un genere minacciato dalla polverizzazione della società e della persona, per cui lo schema obiettivo-ostacolo-traguardo non convince più nessuno, a meno che non porti i segni della lacerazione dell’esperienza umana dal Novecento in poi? Non considero nemmeno i libri commerciali, prodotti con un target elaborato nelle officine infallibili del marketing, specchietti per le allodole che rimpinguano le casse di editori-imprenditori. Può chiamarsi romanzo la replica di forme svuotate di ogni traccia vitale? Perfino una pubblicità istantanea può suscitare interesse per lo scioglimento di un nodo, il raggiungimento di una meta, tanto la narrazione è iscritta nel codice genetico dell’umanità; ma è triste approfittare di un bisogno psicologico per propinare al pubblico qualunque spazzatura. Bisogna riconoscere la colpa d’origine, la sentenza di condanna che pesa sul capo di noi tutti; solo da quel punto si può partire alla ricerca di una via d’uscita, nonostante il fallimento prevedibile, lo scacco doloroso. S’interpella, almeno, la verità della nostra condizione, sospesa tra anarchia distruttiva e dittatura soffocante. Dobbiamo confessarci a vicenda le ossessioni che ingolfano i sensi e l’intelletto: solo allora si potrà sapere se c’è un varco destinato a interrompere la solitudine.
E’ tornato il silenzio; l’uomo vestito di grigio è immobile, a braccia conserte, con l’enorme colletto inamidato. Leopoldo ragiona tra sé e sé: non potrebbe strappargli una spiegazione ragionevole di ciò che li ha portati in quella stanza? E’ forse il sogno che permette a chiunque di identificarsi nel personaggio o nella trama, come se il minimo dettaglio si rivelasse una proiezione in scala di una sorte universale? E’ il labirinto che, dopo un’infinità di percorsi e giravolte, ti riporta nello stesso punto, di fronte a un altro che si rivela immancabilmente estraneo?
Suona il campanello. D’istinto, Leopoldo si precipita alla porta e la spalanca con un gesto liberatorio e disperato nello stesso tempo. Nel vano appare una figura femminile, con uno sguardo pensieroso e preoccupato.
Maria!

7 pensieri su “18. Una domanda

  1. Titti

    Ehi, Fabry, cominciava a mancarmi l’aria in questo kafkiano ‘universo bloccato’ in cui Leopoldo (rappresentante di ogni uomo) si aggira smarrito e cieco come un topo in trappola.
    Sarà che da un po’ sto vivendo situazioni simili…ma forse sono andata già oltre e sono ormai entrata nella fantascienza! 😉

    Trovandoci all’inizio de Il Processo, attendevo l’arrivo dei poliziotti Franz e Willem, con l’ordine di comparizione per un delitto non ben precisato.
    Invece per Leo si è scomodato Franz Kafka in persona!
    Di Kafka sappiamo che trasforma in letteratura i molteplici influssi che gli provengono dalle sue radici: il gusto per il magico e il misterioso caratteristico delle tradizioni di Praga; il senso di colpa e l’incubo della persecuzione tipici delle comunità ebraiche in un contesto cristiano; le tendenze al fantastico e all’irrazionale della Germania romantica. Tutto questo arricchito con le sue personali ossessioni, le sue febbrili inquietudini e angosce private: il difficile rapporto col padre, la malattia che fino da giovane lo mette di fronte alla morte (è colpito da tubercolosi a trentaquattro anni), l’amore infelice per una giovane intellettuale, Milena Jesenka, testimoniato da uno splendido carteggio.
    (A proposito, Fabry, a novembre la Biblioteca del nostro Centro metterà in scena un recital sul Praghese! Ti vogliamo in prima fila!)

    … ma alla domanda “E’ ancora possibile scrivere un romanzo?” Kafka non dà risposta (se si fosse trattato di scrittori contemporanei, direttamente da LPELS sarebbe potuto entrare in gioco Franz Krauspenhaar 😉

    E adesso?
    Rientra in scena Maria, l’artefice del romanzo: se il protagonista fosse il sig. K potrebbe avere con lei uno dei vari intermezzi amorosi che intrattiene nel Processo, ma Leopoldo è troppo disperato. E’ il meccanismo complesso e inesorabile della legge (e qui del romanzo), che a lui non è dato conoscere e che rende assurda e tragica la sua vita. A questa situazione Leopoldo non si vuole rassegnare e ciò rischia di condurlo alla follia, quindi se Maria non ha un’idea migliore, il caro Leo finirà dritto dritto sul lettino di Freud 😉
    E il romanzo prosegue beffardo, enigmatico, asfissiante, misterioso, saturo d’infelicità e di poesia.
    Mi consola soltanto il fatto che Kafka in genere parte con una situazione assurda e progressivamente l’opera prende i termini di una storia normale.

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  2. M&C

    Una canzone, questa dei Genesis, che ha un testo “onirico” (Tolkien) perchè sembra solo un sogno, ma dove invece ci sono precisi riferimenti alla società (inglese) e nel quale alcune parole hanno un duplice significato.
    Insomma sogno e realtà si confondono e alcune parole assumono un peso diverso a seconda dell’interpretazione… molto simile a questo romanzo!

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  3. f&r

    l’estraneità dell’altro può essere vista come alterità, un rispecchiarsi che è anche meravigliarsi per la differenza purché non diventi mai in-differenza.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  4. augusto

    Caro Fabry, parto da quest’ultimo post, per poi risalire la corrente,man mano, e magari esprimere una considerazione alla fine del “romanzo” non romanzo di L.
    Per ora voglio dirti che ci sono delle “verità” incontrovertibili sull’editoria, sul
    nostro modo di vivere, sull’angoscia esistenziale che ci accompagna giorno dopo giorno, momento dopo momento. Ci sono , come sempre nella tua scrittura , dei passi esemplari per lucidità, intensità, leggerezza, autenticità. E c’è molto , molto Kafka, come ha giustamente osservato la nostra cara Titti, tessendone un rapido ed efficace profilo.
    Il K che un po’ “ci accompagna dalla mattina alla sera come un vecchio rimorso, un vizio assurdo”, direbbe Pavese, il K che della Metamorfosi che “tutti” dovrebbero leggere.

    Ti lascio con un forte abbraccio , amico mio , e alcune considerazioni sulla vita di K, che, come ha accennato Titti, porteremo in…scena.

    ——————————-
    “Io penso che la Metamorfosi sia un sogno spaventoso , una spaventosa idea”, disse G…
    Allora K smise di ridere e disse: ” Il sogno svela la realtà che l’Idea si lascia molto addietro. Questo è il lato tremendo della vita , la commozione dell’arte . E se ne andò…”

    Ma non c’è dubbio che Kafka visse una vita minata dal terrore, dalle fobie, dall’irrealtà e infine dall’assenza, dal vuoto (del padre, di Dio). E come lui stesso ebbe a scrivere, aveva orrore di molti animali: topi, scarafaggi…Così come Kafka si costringeva a scrivere di notte in una cantina, sacrificando la propria vita e il proprio genio in un limite angusto e claustrofobico, punendo se stesso per farsi salvatore dell’uomo, anche Gregor Samsa immola se stesso per preservare l’esistenza della propria famiglia. Un sacrificio senza redenzione, una morte che riporta tutto come era prima che avennisse la metamorfosi.

    Chi vuole conoscere se stesso, il male del mondo e degli uomini non può trascurare la lettura di un’opera di tale portata. Non perché l’Enigma verrà finalmente sciolto, ma perché il lettore prenderà coscienza della esistenza di esso.

    “K. – scrive Pietro Citati – “era un uomo posseduto dalla irrealtà: si sentiva un’assenza , una lacuna , qualcosa di assolutamente negativo, senza basi né radici , senza patria né famiglia, un giocoliere che camminava sul vuoto. Sapeva di essere lo Straniero , che viveva soltanto di sé stesso , solo come un animale o un oggetto abbandonato in una soffitta; credeva di essere il grande colpevole , condannato a sacrificarsi per la salvezza di tutti. Viveva e scriveva chiuso nel carcere di sé stesso , mentre la notte scivolava sopra il suo capo , obbedendo alla voce dell’ispirazione , alla voce dei demoni, alla voce dell’animale dentro di lui , lui che desiderava tanto la felicità , ma non riusciva poi a sopportarla…K è il nostro fratello maggiore, che si addossò tutte le nostre angosce e le nostre pene per salvarci dalla condanna…”….

    La vita, per K, è continua ricerca della verità e presa di coscienza , alla fine del lungo percorso, dell’impossibilità di trovarla. Ma va precisato anche l’aspetto religioso -giudaico, a cui K si era avvicinato soprattutto sul finire della sua esistenza grazie anche a Dora Dymat , apparentemente solo un’umile sguattera diciannovenne che K aveva conosciuta nelle cucine di un centro di accoglienza per ebrei a Berlino . In realtà Dora era un’ebrea polacca sfuggita al rigore moralistico della propria famiglia , che si era adattata ad umili mestieri per sopravvivere. Fu lei , la tenera mite Dora , una delle ultime gioie di K. durante il suo ultimo anno di esistenza ( “Con lei non sono felice, ma sulla soglia della felicità”) , e fu lei a indurlo a credere che il giudaismo era un dono che gli era capitato in sorte : ” Adesso sono già cittadino di quest’altro mondo , il quale sta al mondo normale come il deserto al terreno agricolo ( quarant’anni che sono emigrato da Canaan ), mi guardo dietro da forestiero”

    K. quando fa meditazioni metafisiche ( vds. il Castello ) le fa sembrare frammenti romanzeschi e ha la stessa semplicità , forza misteriosa e ricchezza di un racconto del Graal , ma anche la conoscenza serve a poco, anzi: ” La conoscenza è al tempo stesso un grado che conduce alla vita eterna e un ostacolo che ci separa da essa”

    La vita per lui – dice Milena Jesenzsky – è qualcosa di ben diverso che pe tutti gli altri uomini… il denaro, la borsa, l’ufficio dei cambi, una macchina da scrivere sono per lui cose mistiche …enigmi stranissimi di fronte ai quali non ha assolutamente l’atteggiamento che abbiamo noi. Il suo lavoro di impiegato è forse la comune esecuzione di un servizio? Per lui l’ufficio – anche il suo – è una cosa enigmatica così ammirevole come la locomotiva per un bambino…
    Noi siamo apparentemente capaci di vivere perchè una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. E’ assolitamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi . E’ senza il minimo rifugio, senza un ricovero. Perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. E’ come un individuo nudo tra individui vestiti . E non è neanche tutta verità ciò che dice , ciò che è e che vive….E il suo ascetismo non è affatto eroico – certo, appunto perciò tanto più grande e più elevato. Ogni eroismo è menzogna e viltà. Non è un uomo che si costruisca la sua ascesi come mezzo per un fine, è un uomo costretto all’ascesi della sua spaventosa chiaroveggenza , purezza e incapacità di scendere a compromessi.

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