83. Imbecille

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da qui

Difficilmente Saulo riuscirà a prendere sonno sulla panca del reparto ospedaliero. In mezzo al pavimento brillano ancora i pezzi di vetro esplosi per lo sparo della Smith & Wesson. Di incipit non ne può più: li ha passati in rassegna quasi tutti. Il primo pensiero che si affaccia alla mente riguarda la situazione delle patrie lettere così come gli appaiono dalla sua prospettiva limitata ma, si potrebbe dire, pura. Si sente soffocare dall’aria di conventicola esclusiva in cui le stesse persone parlano sempre delle stesse cose. I libri gli sembrano clonati: romanzi criminali, sessualità deviate, quotidianità meschina invadono pagine del tutto inutili eppure esaltate dal critico di turno, prezzolato o allettato da chissà che ricompense misteriose. Lo scrittore non sorprende più nessuno: rientra in uno standard per essere accolto da un pubblico omologato dal mercato. Il libro è un prodotto di cui si devono conoscere in anticipo sapori, ingredienti e, soprattutto, prezzo. C’è chi dice che gli scrittori siano troppi, che siano più numerosi dei lettori, per cui la concorrenza è ormai spietata: prima di avventurarsi in un romanzo si fanno indagini statistiche per sapere cosa desideri la gente, quale merce abbia migliori possibilità di essere piazzata. La ragione di un simile degrado? Per Saulo l’erosione è nel senso della vita: mancano ideali per credere e lottare, nulla fa attrito, si dice sempre sì, purché funzioni, purché appaia l’articolo sul quotidiano nazionale, purché il guardiano di turno sia d’accordo, ed ecco proliferare le scuole di scrittura, i venditori di fumo che garantiscono la riuscita del prodotto ben confezionato, con i crismi del marketing e le certezze del battage pubblicitario, e Saulo adesso è triste, pensa a chi è convinto che la vita ancora valga, che l’altro esista per essere ascoltato e perfino il lettore abbia una dignità da rispettare, che sia un atto offensivo rovesciargli addosso la plastica di una fantasia imbrigliata nelle regole decise dall’ultima catena di ebook, ipad, iphone: la stanza gli vortica attorno, i pezzi di vetro tornano a volare, sono i biglietti da dieci e venti euro che sostituiscono le pagine, lo scrittore è una cassa automatica con registratore incorporato, partita iva, percentuali da distribuire come sempre ingiustamente, ma tanto cosa importa se tutto il meccanismo è una chiara perversione dell’umano, una negazione dell’intelligenza, la riduzione della vita a un encefalogramma piatto che potrebbe essere l’ultimo approdo di don Faber? No, pensa Saulo, lui ce la farà, perché è uno che continua a credere e lottare, non è giusto che abbandoni il campo, fosse anche questo campo di battaglia che ha visto l’ultimo baluardo del cuore resistere all’assalto della banalità imperante. Gli viene in mente un altro incipit che gli pare appropriato alla circostanze attuali; sono le ultime parole che gli attraversano la mente prima di crollare sulla panca, esausto per l’attesa: Di chi hai paura, imbecille? Della gente che sta a guardare? Dei posteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente: riuscire a essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta sarebbe di per se stessa un documento tale! Chi potrebbe muovere obiezioni? Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l’eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti.

11 pensieri su “83. Imbecille

  1. f&r

    Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.

    Essere autentici, un bel traguardo, ma quanto spesso, come il povero Mattia, anche noi, di noi stessi, non conosciamo che il nome…

    Un abbraccio, fabry

    f&r

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  2. Giorgina Busca Gernetti

    NON MI CONOSCO

    In un tempo lontano mi pareva
    di conoscere il mio volto interiore.
    Credevo di sapere
    chi fosse quell’amara, triste effigie
    manifesta per gli occhi trasparenti;
    chi quella fioca immagine riflessa
    dallo specchio dell’anima.

    Ora non so chi fui, non so chi sono.
    Incerto è tutto, incerta
    anche l’amara immagine
    che allora riconoscere sapevo.

    Era “mia” la tristezza
    dipinta in quell’effigie, in quelle ombre
    svelate dai miei occhi, n’ero certa.
    Il mio Ego potevo ravvisare,
    pur chiuso dentro l’anima e la mente:
    identità scolpita nel mio petto
    senza vana incertezza.

    Identità svanita
    è questa mia diuturna scontentezza
    di me, dei miei pensieri, del mio tutto.
    Non so più chi io sia. Non mi conosco.

    Giorgina Busca Gernetti

    da “Parole d’ombraluce”, Genesi, Torino 2006

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  3. Ema

    “Orsù che dovrei fare?…
    Cercarmi un protettore,eleggermi un signore…

    No grazie!

    Far l’arte del buffone pur di vedere alfine le labbra di un potente atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente?

    No grazie!

    Accarezzare con mano abile e scaltra la capra e intanto il cavolo innaffiare con l’altra?

    No, grazie!

    Pubblicare presso un buon editore,pagando,i propri versi!No, grazie dell’onore!

    E sempre sospirare, pregare a mani tese, purchè il mio nome appaia nel Mercurio Francese?

    Grazie,no !grazie,no! grazie,no! Ma…cantare, sognar sereno e gaio,libero,indipendente, aver l’occhio sicuro e la voce possente…

    lavorar, senza cura di gloria o di fortuna, a qual sia più gradito viaggio, nella luna!

    Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte, non dover darne a Cesare la più piccola parte…

    pur non la quercia essendo, o il gran tiglio forzuto
    salir anche non alto, ma salir senza aiuto!”

    Don Faber Cirano di Bergerac!

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  4. elisabetta

    “…fosse anche questo campo di battaglia che ha visto l’ultimo baluardo del cuore resistere all’assalto della banalità imperante…”
    mamma mia! da premio strega!
    si faber!
    eli

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  5. M&C

    A cercare di essere coerenti con se stessi ed i propri principi, senza standardizzarsi, si viene spesso giudicati come “autentici imbecilli”…
    Ma noi, convinti nonostante tutto, che la vita ancora valga, PROCEDIAMO IMPAVIDI nella speranza, che è anche una certezza, che prima o poi gli altri saranno costretti a tenerne conto!

    da “Ci vuole calma e sangue freddo” di Luca Dirisio
    Ci vuole calma e sangue freddo…
    Odio nascondermi e mendicare, credo solo in quello che fa bene a me e non chiedo alla vita niente di speciale.
    Cammino da solo e non mi volto mai, continuo a correre, disposto a sbagliare solo per crescere, non soccombere.
    E prendo di mira il peggio, il futile gli stolti e tutti i re.
    Non presto favori per poi riceverne, per non soccombere.
    Ci vuole calma e sangue freddo…

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  6. Rashide

    Saulo finalmente sta imparando a sentire di più i moti interiore, a non vergognarsi, ne avere paura, per non soffocare la coscienza, per esprimere le sue sensazione interiore, senza chiudere gli occhi all’anima, guardando in concreto i veri problemi.

    A cuore aperto aspettiamo questo incontro.
    Un abbraccio.

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  7. Stella Maria

    “Sembra, signora? No, non sembra, è;
    io non conosco “sembra”.
    Non è soltanto il mantello d’inchiostro,
    buona madre, né il mio vestir consueto,
    sempre così solennemente nero,
    né il sospirar violento del mio petto,
    né il copioso fluire dei miei occhi,
    né l’aspetto contratto del mio volto
    con gli altri segni e mostre del dolore,
    ad esprimere il vero di me stesso.
    Di tutto questo si può dir che “sembra”,
    perché questi son tutti atteggiamenti
    che ciascuno potrebbe recitare.
    Ma quel che ho dentro va oltre la mostra…
    queste esteriori son tutte gualdrappe,
    e livree del dolore, nulla più.”

    (Amleto, Atto I, scena seconda)

    Un “imbecille” per eccellenza:-) “… Questo è l’uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l’eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti.”
    L’incipit mi sembra ottimo:-)
    SM

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