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da qui
La roccia è umida e porosa, pare sfaldarsi da un momento all’altro. E’ un punto in cui l’acqua fa un salto di circa mezzo metro, formando una piccola cascata. Yehochoua e Matityahou sono seduti sulla pietra bagnata e guardano la riva opposta: le tamerici fanno esplodere nuvole dense di rosa e verde, i fiori sono spighe delicate e lussuose come arredi nuziali, vergini che si offrono allo sposo con lampade di luce soffusa; il terebinto lancia vampe di fuoco con le sue bacche afrodisiache, il viagra dei poveri. Il cielo è una chiazza bianca che incombe fra acqua e terra come una presenza indecifrabile, un messaggio in una lingua sconosciuta.
Yehochoua ha una chioma lunga e nera che cade in disordine lasciando due o tre ciuffi sulla fronte, di cui uno raggiunge l’occhio sinistro, azzurro come l’acqua del Giordano; sotto il naso dritto e le labbra pronunciate, un pizzo rado dello stesso colore dei capelli.
– Mi affascina il gioco della schiuma; vi si leggono disegni sempre nuovi: tetti di case, una cupola gigante, un campanile che punta contro il cielo. C’è una città d’acqua che racconta la città di terra, rivelandone il lato variabile, pronto a convertire il proprio stato. Il fiume insegna che la vita è cambiamento, è un arabesco delicato, plasmato da un energia potente che lo incalza.
Matityahou ha un volto naturalmente sorridente; ricorda le cadute libere in kajak con gli amici di una volta, che lo invitano ancora alle mangiate sotto il fico.
– La schiuma benedice il coraggio, spinge a lanciarsi, per essere raggiunti dalla città dell’acqua.
In quel momento, un getto potente colpisce la roccia umida vicina ai loro piedi e un fiotto gelido li investe, lasciandoli sorpresi e gocciolanti. Nell’impatto sembra di sentire un suono, una voce, una mano che li tocca dal cielo, come un padre anziano e premuroso che si fa vicino.

che belli i dialoghi.rendono vive le parole!
Un padre premuroso fa proprio così: quando serve, per correggerti, con amore e d’improvviso, ti colpisce potente ma dolce, come questo fiotto gelido ti investe e ti riporta alla realtà, lasciandoti sorpreso della tempestività del suo amore, che non ti fa sentire giudicato, ma compreso ed aiutato.
“…ma anche se la corrente è contraria, che importa?
E se è in nostro favore, dove siamo portati da qui, e a quale scopo ?
I nostri piani per l’intero viaggio sono così irrilevanti che poco importa, forse, dove andiamo,
perché la grazia del giorno rimane la stessa.
Non è forse per questa consapevolezza che il vecchio marinaio è contento, fosse pure in mezzo alla burrasca, e pieno di speranza anche aggrappato a una tavola in mezzo all’oceano?”
Joshua Slocum
“La schiuma benedice il coraggio, spinge a lanciarsi, per essere raggiunti dalla città dell’acqua.
……. un fiotto gelido li investe, lasciandoli sorpresi e gocciolanti.”
Nove volte su dieci, quando l’acqua battesimale raggiunge il capo del bambino, il piccolo comincia ad urlare senza sosta, quasi un pianto inconsolabile…nostalgia del peccato?
Da adulti rimaniamo solo sorpresi e gocciolanti ma ci sarebbe da urlare di felicità!
Una mano che ti tocca, ti protegge, ti rassicura, che profonde serenità, che ti sorregge perché tu non cada, che ti accarezza e ti sommerge d’amore, ti cura… La mano di un Padre…Cosa c’è di più bello??!!
…E poi con questo brano meraviglioso! L’esaltazione dell’Amore, la gioia e il desiderio puro di donare, proteggere, liberamente, senza nessuna condizione, senza vincoli…
“E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta,
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.
Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro,
un sasso che l’ apre, che affonda, sparisce e non sente,
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente. “
(Acque-F.Guccini)
“C’è una città d’acqua che racconta la città di terra”
Il Sacramento che ci rigenera dall’acqua, il nostro primo ed unico traduttore simultaneo senza il quale sarebbe tutto assolutamente incomprensibile anzi…buio pesto!
“Il fiume insegna che la vita è cambiamento”
« Panta rei os potamòs – Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.» (Eraclito)
Per noi non c’è solo il Logos, “l’armonia profonda che governa, in modo oscuro e inconoscibile, la perenne dialettica fra contrari, che provoca il divenire perpetuo degli enti sensibili”: per noi c’è la Carità, l’Amore di Dio che dà significato a tutto, che rende la vita piena di colori, e che non ci lascia mai, nonostante noi, i nostri dubbi ed i nostri tradimenti.
Con questo romanzo, don Faber, ci stai trasmettendo proprio questo Amore…
Nasco goccia visibile solo all’occhio attento che sa afferrare i particolari della vita. Goccia dopo goccia sono pozza e poi sorgente, rivolo, ruscello, fiume, lago, mare, oceano, vapore, nube, pioggia e torno goccia. Quieta come roccia immobile per poi divenire furia inarrestabile che tutto travolge, spengo il fuoco, alimento l’aria e nutro la terra perché germogli la vita. Sono madre, memoria, origine e fine, acqua nell’acqua, umile e spettacolare come solo una goccia può essere. Acqua di terra,di sole, di mare, città immensa e specchio del mondo, senza forma ma solo sostanza, mi trasformo ma non muoio, il più forte degli elementi senza inizio ne fine, lacrima e corpo, infinita come il cielo che rispecchio, vezzo di un Dio ne tuo ne mio, soltanto Dio.
SM
Acqua di fonte, acqua che purifica, che salva e redime, grazia concessa, goccia donata perché goccia dopo goccia diventi fede senza confine dove Dio e uomo finalmente si trovano per diventare una cosa sola immensa, unica, meravigliosa sconfinata come solo creatore e creatura insieme possono essere, ne mio ne tuo, soltanto Dio.
SM
“il lato variabile, pronto a convertire il proprio stato”
Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.
Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.
Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.
E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.
Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.
La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino
– che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?
Pier Paolo Pasolini
E un giorno come tante gocce d’amore
noi bagneremo questo mondo pieno d’arsure
con tante gocce innaffieremo un fiore
da dove sboccerà un uomo nuovo che sorriderà
..tutti insieme noi saremo l’acqua di un mare blu
che ridarà sapore a questa vita che non l’ha più,
con la speranza nel cuore,
daremo al cielo un nuovo colore
e canteremo tutti uniti:
io credo, io amo, io spero
Paolo Migani
L’acqua del Giordano che ti raggiunge e ti purifica!
@ Vale
Paolo Migani è un cantautore veramente ispirato: in parrocchia ne sappiamo qualcosa…
C’è anche un altro canto sull’acqua, molto bello ma non di Paolo, bensì di Giosy Cento (Cento ci ricorda un po’ Centofanti!!!):
ACQUA SIAMO NOI
Acqua siamo noi
dall’antica sorgente veniamo,
fiumi siamo noi
se i ruscelli si mettono insieme,
mari siamo noi
se i torrenti si danno la mano,
vita nuova c’è
se Gesù è in mezzo a noi.
E allora diamoci la mano
e tutti insieme camminiamo
ed un oceano di pace nascerà.
E l’egoismo cancelliamo,
un cuore limpido sentiamo
è Dio che bagna del suo amor
l’umanità.
Su nel cielo c’è
Dio Padre che vive per l’uomo,
crea tutti noi
e ci ama di amore infinito,
figli siamo noi
e fratelli di Cristo Signore,
vita nuova c’è
quando lui è in mezzo a noi.
…
Nuova umanità
oggi nasce da chi crede in lui,
nuovi siamo noi
se l’amore è la legge di vita,
figli siamo noi
se non siamo divisi da niente,
vita eterna c’è
quando lui è dentro a noi.
….
vi ringrazio!
domani ci aspetta Salomè.
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bella, grazie!
Caro Fabry,
tra te e Salomone non è che ci sia poi questa grande differenza, almeno per quanto riguarda la capacità di scrittura,e lo dimostri con questo staordinario magico quadretto d’amore e di poesia dal sapore orientale che sei riuscito a comporre , magistralmente , perché ogni tua parola è un’immagine ed è come se dipingessi con la penna ( o ,meglio, con i tasti ), andando quasi alle fonti della letteratura , in senso classico. Sei riuscito a ricuperare la poesia dell’origine in un ambiente che sa di post Eden , quando Adamo ed Eva avevavano già commesso il peccato, ma la creatura conservava ancora intatta la meraviglia e lo stupore del sentirsi vivo e pulsante , in mezzo ad altre creature dell’universo e in comunione con esse , le piante gli animali le rocce l’acqua il cielo , e l’infinita varietà dei colori che dona gioia per gli occhi e il cuore ; di essere dentro il mistero e il respiro delle cose che ti nascono intorno quasi magicamente ; l’uomo aveva sete costante d’amore , allora come oggi , e una grande infinita nostalgia , – magari inconsapevole -, di rientrare nel seno del suo creatore, il Padre , che è un Dio d’amore, quell’amor che muove il ciel le stelle e tutte le cose belle …
La tua è arte vera ( a prescindere, direbbe Totò…) e l’arte cos’è se non quest’esplosione più o meno inconscia di faticosa magia , di misteriosa rivelazione , di angosciosa gioia , di disperata fede e sofferta speranza nell’uomo e nel suo destino ?
Stevenson diceva che il vero compito dell’artista letterario è quello di intrecciare o tessere il proprio significato , cosicchè ogni periodo appaia in un primo momento come una specie di nodo , e poi, dopo un attimo di sospensione del senso, si sciolga e si chiarifichi.
A me pare che ci sia un po’ anche questo in tutti i tuoi scritti.
Un grandissimo abbraccio e a risentirci prestissimo.
Augusto
Fu. Una sorta di Apriti sesamo spaesato. Meraviglia e stupori sincopati. Tutto di là da venire o al contrario. Il bambino, però, non sa cosa sia né Apriti sesamo, né Fu né al contrario e né di la da venire. Un presente compresso nel presente. E’ il ferro da trovare e vendere e i vicoli del quartiere che gli lacerano le ginocchia e gli impediscono di correre, ma lui vuole correre, eccome. Chi è Fu, dato che non si vede né a casa, né per i vicolo e né altrove, o nei paraggi dei giochi? Fu. Un termine: due parole, due mondi e, all’interno altri mondi da conoscere tramite l’assenza. Fu, che insieme a altri monosillabi quali: si, no e ma, forse una delle parole più brevi che si pronuncia in un soffio, come di vento secco. e, mi verrebbe da dire a mezzadria, ma capisco che nessuno ne capirebbe il senso e l’allaccio tra qualcosa di mai vissuto e che non sarà mai vivo.
Chi è che Fu? Fu ha un significato? Cosa racchiude? Chi dice al bambino qualcosa a proposito di Fu? Un adulto bene o male sa cosa vuol dire fu, ma un bambino no: deve farci i conti, specie se è all’oscuro di Fu.
Chi è che Fu?: Dio – dio; Un padre/il padre del bambino; Un amore, un amore bambino, un amore e basta?
Eppure, Fu, spesso, anzi sempre chiude una vita spezzata, presumibilmente. e a chi si addice e chi ne è l’erede naturale e chi ne risponde senza rispondere, se non al buio della luce notturna e interiore? Le domande illuminano la notte dell’anima, mentre il cuore pone all’ ascolto i binari che tracciano le vene.
La prima volta che il bambino ascoltò il termine Fu gli si aprì una sorta vuoto intorno e sotto i miei piedi. eppure non ne vedeva il motivo e non ne capiva la ragione. Il bambino, sulle prime non aveva gli strumenti razionali per rispondere a delle domande a cui, esse stesse, attendevano risposte.
e allora, cosa accade e che si fa in tali situazioni? beh, bisogna affidarsi all’istinto e alla pelle e alla pressione che regna intorno, sia quando si è svegli in pieno girono sia quando si è a letto e si dorme o si dovrebbe dormire, questo pensò il bambino animale. Le domande spuntano dal nulla, dal buio. ma non dare risposte è un po’ come difendersi o difendere, così si pensa.
Eppure, al bambino, in due occasioni, per forza di cose, si presenta chi non c’è più. chi Fu si presenta al momento, sul da farsi e, chiede muto, cosa accadde o se qualcosa sia mai accaduto.
Bisognerebbe andare a ritroso nel tempo, non solo cronologico, ma interiore. semmai disegnare e dar voce a un mondo impossibile di tutto ciò che Fu.
possibile? se non c’è più né il tempo che fu e Fu stesso, come fa a tornare o ri-tornare ai mondi che si è vissuto?
E si ripresenta l’eredità … il dna, la non presenza, il non odore, il ricordo senza avere elementi materiali … o solo le parole, ricordi?, in forma di materia raccontata dagli altri, famiglia, parenti e conoscenti. O nessuno, attraverso il silenzio.
Fu.
Come ti chiami?
Quanti fratelli e sorelle hai?
Come si chiama tua madre?
Come si chiama tuo padre?.
E, forse, anzi di sicuro, in parallelo, vuoi sapere perciò, giacché è normale una domanda del genere, di Dio(o dio)? Se chiedi chi è il padre e dunque chi è Dio – dio? La sua assenza presunta presenza nell’occhio balena.
Fu.
Più o meno sono le domande che riceve un bambino quando inizia la scuola elementare o quando insieme a sua madre o suo padre si recano insieme a una sezione comunale per chiedere uno stato di famiglia per gli usi consentiti.
Il bambino di sei anni è vivente. O è morto? Un bambino vivente può anche essere un morto vivente.
Sua madre anche. Morta o vivente? Forse entrambe le cose.
Al padre gli hanno affibbiato il termine o parolina Fu. Chi è stato? E è una prassi, un evento, il poi?
Al bambino dopo di quel giorno non gli era stato detto nulla.
Dicasi per difenderlo dal dolore e dall’uso delle parole giuste.
E nulla, era, Fu.
Fu, e nulla era.
Fu, era stato.
Chi era stato?
Ora si chiama Fu? Fu … e, di … Entrambi prendono il posto e accompagnano nome e cognome.
E Dio – dio ha un nome e cognome. E Dio – dio era, fu , è stato ed ora è vivo e presente?
Cos’è un inganno, un gioco di prestigio, in cui il trucco c’è ma non si vede, almeno per il bambino?
Fu della voce perduta.
Chi era quando Fu esisteva?
Un uomo, un padre, un operaio.
Davvero è esistito Fu?
O sono state menzogne non dette: nicchia, dolore rappreso, denso buco nero nel muro di casa.
Fu.
Mai conosciuto, ma una mattina, il bambino si è svegliato lentamente adulto con il sapore degli anni e dei giorni del dna di Fu in bocca.
Forse solo allora Fu tornò in vita, declinando solo vita di un presente immaginario e senza verbi. Fu, diede la mano al bambino e il bambino non poté che accudire, baciare e accompagnare l’uomo morente; mentre, l’istinto e la pelle e la cecità di occhi vedenti, allora come adesso ripetono in un sogno reale:
Tu, eri – fu- fosti, mò e pe’ sempe, si patemo, sango e stù sango – disse tra sé il bambino.
Tu, eri – fu- fosti, adesso-ora e per sempre, sei mio padre, o, nel tempo del mondo e del corpo, sangue di questo sangue.
grazie Augusto, amico, spero che alla fine sia come dici.
Transit, grazie.
viagra dei poveri? estasi semmai:)(il viagra dei “ricchi” non ha nullaa che vedere con le tamerici)
ne ho una davanti a casa sulla spiaggia, spuntata da sola.
Il richiamo alla “parabola delle dieci vergini” è possibile? 🙂 grazie per questi flash, di facile lettura sempre molto delicati nelle descrizione della natura, e il contributo musicale ne esalta il fascino, o no?
grazie Franca (per me sì).
“Nell’impatto sembra di sentire un suono, una voce”, due braccia forti che lo sostengono, quelle di suo padre mentre annaspava tra le onde per imparare a nuotare…(o suppergiù). Solo che io mi riferisco al padre terreno, troppo ovvio per un sacerdote concludere col Padre… o no? :))
Veramente immagino i due personaggi del racconto padre e figlio…Sto vaneggiando? Forse, ma ho un ricordo personale simile:)
tamerici davanti a casa mia. giusto ieri 🙂
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ognuno legge il suo romanzo, credo sia legittimo.
grazie per le tamerici!