Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche giorno (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa.
A un certo punto, il celebre scrittore si è accorto di non aver più nulla da dire. Ma c’è altro. Qualcosa che discende dal personale rapporto dell’autore con la scrittura. “Non ho più la forza per sopportare la frustrazione”, ha dichiarato Roth. “Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Da qui la decisione.
Diverso è l’approccio di un altro romanziere di fama planetaria come Wilbur Smith, appena riapprodato in libreria con un nuovo romanzo già divenuto bestseller: “Vendetta di Sangue” (Longanesi). Pur essendo coetaneo di Roth (entrambi appartengono alla classe 1933), Smith (che ha compiuto gli ottant’anni il 9 gennaio) ha un rapporto del tutto differente con la scrittura e con la produzione creativa. Di smettere, non se ne parla. Anzi, di recente Smith ha anche siglato un contratto con l’editore HarperCollins, sulla base del quale un team di co-autori svilupperà trame da lui ideate (alla stregua di quanto accadeva anche in passato con autori come Alexandre Dumas). L’importanza che si dà alle proprie storie, in questo caso, va oltre il limite stesso delle proprie pagine. Esiste dunque un’età superata la quale è meglio deporre la penna dentro il cassetto e rinunciare a scrivere? Probabilmente no. Dipende, oltre che dalla stanchezza e dalla vecchiaia, dal senso stesso che si attribuisce all’attività chiamata scrittura. E da come ci si relaziona a essa.
Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA


L’ha ribloggato su Il nome della rosa.
dipende da tante cose, quando, a un certo punto della vita si smette di scrivere, dopo aver scritto tanto e tutti libri più o meno capolavori.Stanchezza fisica, psichica e una serie di altre stanchezze che si sommano a una STANCHEZZA generale, esistenziale,se vogliamo. E’ anche una questione di caratteri – Roth e Smith sono ben diversi-e dei personali rapporti con la scrittura(come giustamente osserva Maugeri). Smith,ad esempio, si crederà, molto più di Roth,immortale…Comunque meno soggetto a quelle forme di depressione che ci mettono a nudo, esasperando l’autocritica e esaltando più le sconfitte dei successi, oltre all’infinita vanità del tutto….Molto più di Roth(è una mia ipotesi) non si concederà altri spazi vitali che non siano quelli che rispecchiano la sua scrittura: uno scudo che continua a oleare fino alla morte fisica.. Un po’ più ostinatamente tenace, superegoico e ossessivo dell’altro? mah.La butto lì.
ammiro Roth. quanti hanno l’onestà di chiedersi se quel che stanno scrivendo è necessario, serve davvero, è scevro da implicazioni egoiche, aspettative di fama imperitura e altre simili risibili illusioni? e poi, al di là dell’età, che può avere infiniti diversi livelli di energia ed entusiasmo nei vari scriventi, quanto la visione della catastrofe etica verso cui ci muoviamo agisce sui più sensibili, vanificando la voglia di scrivere, forse anche quella di sperare?