2. Vedrai

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da qui

Mi sembrava d’avere la chiave, dopo tanta inutile ricerca.
C’è un modo di vivere la fede incentrato su di sé: qualunque iniziativa, fossero pure le orazioni quotidiane o le pratiche più pie, finiscono nel vuoto dei discorsi su se stessi, la spirale che pare alzarsi al cielo e invece sprofonda nei reticoli dell’io. Non c’è niente di più soggetto alle illusioni della fede: avevamo percorso in lungo e in largo i labirinti del peccato, le vie che portano al paese lontano nel quale si trovano tristezza e carestia. Lei m’aveva affiancato con coraggio, lasciandosi condurre nei vicoli ciechi dell’ostinazione, nei campi minati delle difese a oltranza. Ora era provata, senza più motivazioni, incapace di riprendere in mano il filo della storia. Toccava a me mostrare che tanto sacrificio aveva dato frutto, che non tutto era perso, anzi, che proprio dal completo fallimento si sarebbe dischiuso il germoglio dello Spirito. Continuavo a fidarmi del Progetto: mi ci ero affezionato come quando seguivo don Mario nelle sue peripezie, negli azzardi più impensati; la stessa aria di sfida soffiava come un vento che spingeva oltre, e che avrebbe dovuto trascinarla, strapparla al pessimismo, all’inerzia innescata dal succedersi di smacchi e disincanti. Vedrai, le dicevo, che sarà diverso; e mi tornava in mente la canzone di Tenco che cantavo da bambino, come avessi già capito che il destino m’avrebbe assegnato il compito ingrato di sperare, partendo per terre sconosciute il cui avvistamento veniva ogni volta rimandato. Lei replicava: l’hai detto tante volte, non posso più accettarlo. La capivo bene. Ma il bambino continuava a cantare: vedrai, vedrai, vedrai che cambierà. E stavolta ero cambiato veramente: non era più il mio sforzo sterile a guidarmi, ma lo spazio lasciato a chi ne sapeva più di me, la porta aperta a chi bussava e aveva aspettato con pazienza, fino allora. Era come se la storia cominciasse adesso, come fosse arrivata l’occasione di lasciar lavorare chi di queste cose s’intendeva; come sedersi allo stesso tavolino, nella stessa sala, dopo anni e anni di silenzio.

11 pensieri su “2. Vedrai

  1. ema

    Non invano hanno soffiato i venti,
    non invano c’è stata la tempesta.
    Un misterioso qualcuno ha colmato
    i miei occhi di placida luce.

    Qualcuno con primaverile dolcezza
    ha placato nella nebbia azzurrina
    la mia nostalgia per una bellissima,
    ma straniera, arcana terra.

    Non mi opprime il latteo silenzio,
    non mi angoscia la paura delle stelle.
    Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
    come al focolare natio.

    Tutto in esso è buono e santo,
    e ciò che turba è luminoso.
    Schiocca sul vetro del lago
    il papavero rosso del tramonto.

    E senza volerlo nel mare di grano
    un’immagine si strappa dalla lingua:
    il cielo che ha figliato
    lecca il suo rosso vitello.

    S. Esenin

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  2. ema

    “come avessi già capito che il destino m’avrebbe assegnato il compito ingrato di sperare”

    Tempo del primo avvento
    tempo del secondo avvento
    sempre tempo d’avvento:
    esistenza, condizione
    d’esilio e di rimpianto.

    Anche il grano attende
    anche l’albero attende
    attendono anche le pietre
    tutta la creazione attende.

    Tempo del concepimento
    di un Dio che ha sempre da nascere.

    (Quando per la donna è giunta la sua ora
    è in grande pressura
    ma poi tutta la sua tristezza
    si muterà in gaudio
    perché è nato al mondo un uomo.)

    Questo è il vero lungo inverno del mondo:
    Avvento, tempo del desiderio
    tempo di nostalgia e ricordi
    (paradiso lontano e impossibile!)
    Avvento, tempo di solitudine
    e tenerezza e speranza.
    Oh, se sperassimo tutti insieme
    tutti la stessa speranza
    e intensamente
    ferocemente sperassimo
    sperassimo con le pietre
    e gli alberi e il grano sotto la neve
    e gridassimo con la carne e il sangue
    con gli occhi e le mani e il sangue;
    sperassimo con tutte le viscere
    con tutta la mente e il cuore
    Lui solo sperassimo;
    oh se sperassimo tutti insieme
    con tutte le cose
    sperassimo Lui solamente
    desiderio dell’intera creazione;
    e sperassimo con tutti i disperati
    con tutti i carcerati
    come i minatori quando escono
    dalle viscere della terra,
    sperassimo con la forza cieca
    del morente che non vuol morire,
    come l’innocente dopo il processo
    in attesa della sentenza,
    oppure con il condannato
    avanti il plotone d’esecuzione
    sicuro che i fucili non spareranno;
    se sperassimo come l’amante
    che ha l’amore lontano
    e tutti insieme sperassimo,
    a un punto solo
    tutta la terra uomini
    e ogni essere vivente
    sperasse con noi
    e foreste e fiumi e oceani,
    la terra fosse un solo
    oceano di speranza
    e la speranza avesse una voce sola
    un boato come quello del mare,
    e tutti i fanciulli e quanti
    non hanno favella
    per prodigio
    a un punto convenuto
    tutti insieme
    affamati malati disperati,
    e quanti non hanno fede
    ma ugualmente abbiano speranza
    e con noi gridassero
    astri e pietre,
    purché di nuovo un silenzio altissimo
    – il silenzio delle origini –
    prima fasci la terra intera
    e la notte sia al suo vertice;
    quando ormai ogni motore riposi
    e sia ucciso ogni rumore
    ogni parola uccisa
    – finito questo vaniloquio! –
    e un silenzio mai prima udito
    (anche il vento faccia silenzio
    anche il mare abbia un attimo di silenzio,
    un attimo che sarà la sospensione del mondo),
    quando si farà questo
    disperato silenzio
    e stringerà il cuore della terra
    e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
    quest’unica parola
    perché delusi di ogni altra attesa
    disperati di ogni altra speranza,
    quando appunto così disperati
    sperassimo e urlassimo
    (ma tutti insieme
    e a quel punto convenuti)
    certi che non vale chiedere più nulla
    ma solo quella cosa
    allora appunto urlassimo
    in nome di tutto il creato
    (ma tutti insieme e a quel punto)
    VIENI VIENI VIENI, Signore
    vieni da qualunque parte del cielo
    o degli abissi della terra
    o dalle profondità di noi stessi
    (ciò non importa) ma vieni,
    urlassimo solo: VIENI!

    Allora come il lampo guizza dall’oriente
    fino all’occidente così
    sarà la sua venuta
    e cavalcherà sulle nubi;
    e il mare uscirà dai suoi confini
    e il sole più non darà la sua luce
    né la luna il suo chiarore
    e le stelle cadranno fulminate
    saranno scosse le potenze dei cieli.

    E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
    e chi ascolta dica: vieni!
    e chi ha sete venga
    chi vuole attinga acqua di vita
    per bagnarsi le labbra
    e continuare a gridare: vieni!

    Allora Egli non avrà neppure da dire
    eccomi, vengo – perché già viene.

    E così! Vieni Signore Gesù,
    vieni nella nostra notte,
    questa altissima notte
    la lunga invincibile notte,
    e questo silenzio del mondo
    dove solo questa parola sia udita;
    e neppure un fratello
    conosce il volto del fratello
    tanta è fitta la tenebra;
    ma solo questa voce
    quest’unica voce
    questa sola voce si oda:

    VIENI VIENI VIENI, Signore!
    – Allora tutto si riaccenderà
    alla sua luce
    e il cielo di prima
    e la terra di prima
    son sono più
    e non ci sarà più né lutto
    né grido di dolore
    perché le cose di prima passarono
    e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
    perché anche la morte non sarà più.
    E una nuova città scenderà dal cielo
    bella come una sposa
    per la notte d’amore
    (non più questi termitai
    non più catene dolomitiche
    di grattacieli
    non più urli di sirene
    non più guardie
    a presiedere le porte
    non più selve di ciminiere).

    – Allora il nostro stesso desiderio
    avrà bruciato tutte le cose di prima
    e la terra arderà dentro un unico incendio
    e anche i cieli bruceranno
    in quest’unico incendio
    e anche noi, gli uomini,
    saremo in quest’unico incendio
    e invece di incenerire usciremo
    nuovi come zaffiri
    e avremo occhi di topazio:

    quando appunto Egli dirà
    ” ecco, già nuove sono fatte tutte le cose ”

    allora canteremo
    allora ameremo
    allora allora…

    David Maria Turoldo

     

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  3. RossellaT

    Nell’andare, se ne va piangendo,
    portando la semente da gettare,
    ma nel tornare, viene con gioia,
    portando i suoi covoni. (salmi 125)

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  4. F

    “Il germoglio dello Spirito”

    Lo Spirito Santo, chiamato Amore, è: vincolo, legame, unità, “una fontana dentro/ il mio segreto giardino”. Divina emanazione del Padre e del Figlio, è fuoco, fulgore, Amore, inafferrabile alito santificatore si posa sul cuore come un germoglio: piccolo nella piccolezza, barlume nelle tenebre che non “ama di un qualsiasi amore, casuale o accidentale, coloro che ama” è Amore che rovescia l’ esistenza, trasfigura, santificando.
    “Dischiuso il germoglio dello Spirito”, troverà esaudimento il desiderio di Gesù al Padre: “Che siano una cosa sola in noi”: divina tessitura dello Spirito Santo.

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  5. agnese

    “non era più il mio sforzo sterile a guidarmi, ma lo spazio lasciato a chi ne sapeva più di me.”

    era capitato anche me. Quando arrivavo al punto di disperazione che neanche battere con la testa contro muro non mi aiutava andare avanti, mi lasciavo portare dalla forza più grande di me. E’ un po’ come sdraiarsi sulle onde di mare e farsi portare. Ma pure no, perché con le onde non ci arrivi dove vuoi arrivare, ma con lo Spirito sì, sempre arrivavo alla mia meta.
    Allora è un po’ come salire sul aerio e farsi portare dal questo uccello grande e scendere sul aeroporto destinato.
    Così è permettere portarsi dallo Spirito.
    E’ strano che al pilota di aerio riusciamo fidarsi così naturalmente, ma a Dio non sempre.

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  6. agnese

    “Lo Spirito Santo è uno Spirito vivente e la sua azione è strettamente collegata con tutte le realtà della vita.”

    Giovanni Paolo II

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  7. agnese

    “Non dobbiamo mai lasciarsi intrappolare dal vortice del pessimismo. La fede sposta le montagne.”

    Papa Francesco

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  8. pam

    “come sedersi allo stesso tavolino”

    Quante cose, quando si siede ad un tavolo, si hanno o ci si è preparati a dire. A volte, però, bisognerebbe mettere un po’ da parte, dimenticarsi, di quel canovaccio, di quell’ ”elenco di cose da dire”, e lasciarsi semplicemente investire e meravigliare dall’ incontro stesso, e lasciare spazio a una nuova e inaspettata trama.

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  9. robysda

    “Vedrai” ha il sapore di una promessa, si contrappone in modo perfetto a “ormai”. Non una promessa di quelle che siamo abituati a pronunciare facilmente e di cui talvolta ci dimentichiamo, di quelle che scorrono insieme al tempo – come se fosse lui a portare via quei piccoli motivi per cui qualcun altro ha creduto in noi – ma un segno di speranza vero, di non abbandono, di necessità ciascuno dell’altro, un continuo restituire lo sguardo ricevuto. Una promessa che sostiene , unico legame fra Cielo e terra.

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