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da qui
Mi sembrava d’avere la chiave, dopo tanta inutile ricerca.
C’è un modo di vivere la fede incentrato su di sé: qualunque iniziativa, fossero pure le orazioni quotidiane o le pratiche più pie, finiscono nel vuoto dei discorsi su se stessi, la spirale che pare alzarsi al cielo e invece sprofonda nei reticoli dell’io. Non c’è niente di più soggetto alle illusioni della fede: avevamo percorso in lungo e in largo i labirinti del peccato, le vie che portano al paese lontano nel quale si trovano tristezza e carestia. Lei m’aveva affiancato con coraggio, lasciandosi condurre nei vicoli ciechi dell’ostinazione, nei campi minati delle difese a oltranza. Ora era provata, senza più motivazioni, incapace di riprendere in mano il filo della storia. Toccava a me mostrare che tanto sacrificio aveva dato frutto, che non tutto era perso, anzi, che proprio dal completo fallimento si sarebbe dischiuso il germoglio dello Spirito. Continuavo a fidarmi del Progetto: mi ci ero affezionato come quando seguivo don Mario nelle sue peripezie, negli azzardi più impensati; la stessa aria di sfida soffiava come un vento che spingeva oltre, e che avrebbe dovuto trascinarla, strapparla al pessimismo, all’inerzia innescata dal succedersi di smacchi e disincanti. Vedrai, le dicevo, che sarà diverso; e mi tornava in mente la canzone di Tenco che cantavo da bambino, come avessi già capito che il destino m’avrebbe assegnato il compito ingrato di sperare, partendo per terre sconosciute il cui avvistamento veniva ogni volta rimandato. Lei replicava: l’hai detto tante volte, non posso più accettarlo. La capivo bene. Ma il bambino continuava a cantare: vedrai, vedrai, vedrai che cambierà. E stavolta ero cambiato veramente: non era più il mio sforzo sterile a guidarmi, ma lo spazio lasciato a chi ne sapeva più di me, la porta aperta a chi bussava e aveva aspettato con pazienza, fino allora. Era come se la storia cominciasse adesso, come fosse arrivata l’occasione di lasciar lavorare chi di queste cose s’intendeva; come sedersi allo stesso tavolino, nella stessa sala, dopo anni e anni di silenzio.

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c’è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.
Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.
Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
come al focolare natio.
Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.
E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.
S. Esenin
“come avessi già capito che il destino m’avrebbe assegnato il compito ingrato di sperare”
Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:
esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l’albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d’esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
– il silenzio delle origini –
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
– finito questo vaniloquio! –
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall’oriente
fino all’occidente così
sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo – perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest’unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
– Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
– Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest’unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
” ecco, già nuove sono fatte tutte le cose ”
allora canteremo
allora ameremo
allora allora…
David Maria Turoldo
L’ha ribloggato su Semplicemente Stella Maria.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni. (salmi 125)
“Il germoglio dello Spirito”
Lo Spirito Santo, chiamato Amore, è: vincolo, legame, unità, “una fontana dentro/ il mio segreto giardino”. Divina emanazione del Padre e del Figlio, è fuoco, fulgore, Amore, inafferrabile alito santificatore si posa sul cuore come un germoglio: piccolo nella piccolezza, barlume nelle tenebre che non “ama di un qualsiasi amore, casuale o accidentale, coloro che ama” è Amore che rovescia l’ esistenza, trasfigura, santificando.
“Dischiuso il germoglio dello Spirito”, troverà esaudimento il desiderio di Gesù al Padre: “Che siano una cosa sola in noi”: divina tessitura dello Spirito Santo.
“non era più il mio sforzo sterile a guidarmi, ma lo spazio lasciato a chi ne sapeva più di me.”
era capitato anche me. Quando arrivavo al punto di disperazione che neanche battere con la testa contro muro non mi aiutava andare avanti, mi lasciavo portare dalla forza più grande di me. E’ un po’ come sdraiarsi sulle onde di mare e farsi portare. Ma pure no, perché con le onde non ci arrivi dove vuoi arrivare, ma con lo Spirito sì, sempre arrivavo alla mia meta.
Allora è un po’ come salire sul aerio e farsi portare dal questo uccello grande e scendere sul aeroporto destinato.
Così è permettere portarsi dallo Spirito.
E’ strano che al pilota di aerio riusciamo fidarsi così naturalmente, ma a Dio non sempre.
“Lo Spirito Santo è uno Spirito vivente e la sua azione è strettamente collegata con tutte le realtà della vita.”
Giovanni Paolo II
“Non dobbiamo mai lasciarsi intrappolare dal vortice del pessimismo. La fede sposta le montagne.”
Papa Francesco
“come sedersi allo stesso tavolino”
Quante cose, quando si siede ad un tavolo, si hanno o ci si è preparati a dire. A volte, però, bisognerebbe mettere un po’ da parte, dimenticarsi, di quel canovaccio, di quell’ ”elenco di cose da dire”, e lasciarsi semplicemente investire e meravigliare dall’ incontro stesso, e lasciare spazio a una nuova e inaspettata trama.
L’ha ribloggato su conilcuore.
“Vedrai” ha il sapore di una promessa, si contrappone in modo perfetto a “ormai”. Non una promessa di quelle che siamo abituati a pronunciare facilmente e di cui talvolta ci dimentichiamo, di quelle che scorrono insieme al tempo – come se fosse lui a portare via quei piccoli motivi per cui qualcun altro ha creduto in noi – ma un segno di speranza vero, di non abbandono, di necessità ciascuno dell’altro, un continuo restituire lo sguardo ricevuto. Una promessa che sostiene , unico legame fra Cielo e terra.