18. Amati

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da qui

Ma la svolta spirituale era avvenuta: me lo sentivo, e le mail lo confermarono.
Il Signore lavorava, trasformando il nostro cuore, sintonizzandolo ogni giorno di più col suo Progetto. Anche gli apparenti passi indietro erano scrolloni temporanei, che abbattevano i muri residui di separazione. Più si scendeva nel profondo, più diveniva necessaria una delicatezza nuova di gesti e di pensieri. Non erano più ammesse l’approssimazione e la superficialità, che a volte dipendevano soltanto dallo stress, da una vita parrocchiale vessatoria ed opprimente. Era chiaro che la Pasqua compariva in primo piano, ci invitava ad accogliere il sacrificio della volontà non come perdita o diminuzione, ma come epifania di orizzonti sconosciuti, scenari inediti di gran lunga più attraenti di quelli sperimentati fino allora. Era questo che mi dava la forza, di fronte all’assedio di questuanti al limite della delinquenza, di fedeli arrivisti o maldicenti, collaboratori ambigui, bibliotecarie inacidite. Stavo approdando alla tanto sospirata indipendenza dello Spirito, che non era cinismo o indifferenza, ma certezza che al di sotto delle acque agitate permanesse la calma inalterabile della pace di Dio. Erano queste le parole che tornavano ogni volta nelle mail: vi lascio la pace, vi do la mia pace, come se il massacro del venerdì e il silenzio del sabato santo fossero continuamente travasati, al pari dell’acqua del Battesimo, nell’aura rarefatta e luminosa dell’alba della domenica mattina, e lei si avvicinasse come un’altra Eva, per verificare insieme a me se il giardino del Risorto fosse proprio l’Eden scritto dentro da sempre, pensato dai secoli dei secoli, come se niente accadesse nel vortice del mondo che non fosse previsto e prevedibile da un Dio che assisteva con uguale commozione perfino alla morte di un passero. E noi ricordavamo, in quei giorni speciali, di valere più di molti passeri, d’essere amati, finalmente, come mai ci era accaduto nella vita.

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