Fernanda Romagnoli, poesie


Una maldestra baldanza,

poesie di Fernanda Romagnoli

 

tratte da “Il tredicesimo invitato”, Garzanti Editore

 

a cura di Barbara Pesaresi

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?

Io qui non mi trovo. Io fra voi

sto come il tredicesimo invitato,

per cui viene aggiunto un panchetto

e mangia nel piatto scompagnato.

E fra tutti che parlano – lui ascolta.

Fra tante risa – cerca di sorridere.

Inetto, benché arda,

a sostenere quel peso di splendori,

si sente grato se alcuno casualmente

lo guarda. Quando in cuore

si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»

E all’improvviso capisce

che siede un’ombra al suo posto:

che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

 

Tu

Tu, che chiamiamo anima.

Colore negro, odore ebreo. Tu profuga,

tu reietta, intoccabile. Tu transfuga

dal soffio dell’origine.

Non ti spetta razione, né coperta,

né foglio di reimbarco.

Per registri e frontiere

non esisti.

 

Ma in sere come queste, di cangianti

vaticini fra i monti,

ad ogni varco

può apparire improvvisa la tua faccia

d’eremita o brigante.

«Fronda smossa,

pietra caduta…» trasale in sé il passante

che la tua ombra assilla

di crinale in crinale,

mentre corri ridendo nell’occhiata

del cielo, che ti nomina e sigilla.

 

È molto

È molto ciò che regala una giornata

di primavera – ma non sappiamo spenderlo

né accumularlo, tanto

la sua moneta è in disuso.

Ti sembra astruso dar credito

al minuscolo scoppio della foglia

che sbuccia il ramo a livello di finestra,

e neppure t’accorgi di vederla

nel mattinale scontento… Ma ne dura

la gioia in te fino a sera: in una voglia

di cominciare da capo, una maldestra

baldanza nel tuo passo,

mescolato alle giovani creature,

nell’indulgenza di te… Già questo solo

basterebbe per chiudere all’attivo

il raccolto del giorno – incluso il dolo.

 

Coniugale

E affacciati guardano fluttuare

questa frangia di sera sui palazzi,

che di sprazzi vermigli ci colora –

polene di balcone

fianco a fianco per vizio coniugale:

che cosa, strenuamente,

resiste in noi – che cosa, più reale

di quello che tentammo

o che insieme sbagliammo dall’inizio,

sale dal fondo e annaspa nella mente

per attestare che è vera, che esiste,

ch’è nostra – come un figlio anche malvagio

è nostro – come la vita, anche se sanguina

chinandosi come quest’aria in questa sera?

 

Oggetti

I piccoli oggetti, i piccoli

amici-schiavi, che tirano

troppo in lungo la vita! Miei cari,

vi licenzio in tronco. È più dura

forse per me: ma chi monco,

chi gobbo, chi spelato da lebbra;

e il mazzo di chiavi risputato

da ogni serratura.

 

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano

aiuto, pietà.

E s’uncinano a tutti gli appigli,

a tutti i ricordi come labbra

s’attaccano, come vermi.

 

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!

Non sarà un lungo viaggio.

In cantina, il bel dormitorio.

Col teatrino dei topi, il tanfo

del vino, la grata

(tarlata) del parlatorio

per la piuma, per la foglia di passo.

Tra vecchi fratelli… Diciamo

che a noi padroni va peggio,

quand’è l’ora nostra… Ma adesso

muoviamoci, andiamo.

 

Lattiera di smalto

Lattiera di smalto, il tuo ventre

che fu sorso di neve – in sfacelo.

Il tuo dorso di cielo, irrigato

d’impietrite saette.

Mia madre versava, inclinata

su ogni tazza, scrutava un sospetto

di caglio, contava ogni stilla

del nutrimento – che fosse

il dovuto a ogni figlio.

 

Lattiera di smalto, esumata

dal ripostiglio, degradata a mummia

ancora viva – come un cuore avaro

che invecchia male…

 

Sognasti la sua mano

sul tuo braccio, talvolta? Non servire

ti sembrò duro?

Lei in prima linea, al bersaglio,

non ha retto altrettanto.

Io su dal tempo – su dallo specchio infranto

ecco, fulmineamente vi catturo

nella scheggia d’un gesto quotidiano

sul compiersi: ambedue

giovani – eterne.

 

Bilancia

E più spesso la notte, quando scorre

senza difesa il rivolo dell’anima,

ecco – si leva un vento

fuori stagione, come questo in sonno

sento baciare i muri della casa,

fra bisbigli di nidi e di fogliami

già trapassati: e invasa mi sorprende

di fantasmi d’amore, con ludibrio

e gaudio insostenibile. Ché ormai

già l’autunno s’appresta

e la rondine già scruta la rotta.

E pende fra uno sciame alto di stelle

dall’abisso notturno la Bilancia:

sopra il vivere mio lucida, esatta, non turbata da venti,

in equilibrio

fra il cielo già trascorso e quel che resta.

 

Sobillazione

Nei ghetti del mio corpo, certe notti,

i cinque sensi circolano cupi

sobillando lo Spirito: «A che vale

il tuo slancio di fiamma, sempre eluso,

i rossi rami che s’agitano e attorcono

tribolati in abbracci di sé stessi

– mentre il buio si svincola illeso

e ripropone il dilemma – .

Far da barriera ai lupi, che ti vale.

all’alba sarai fumo».

 

In quelle notti di congiura e d’odio

la fiamma geme, s’accuccia nel suo grumo

di braci: e invoca che su lei s’affretti

la pietà della cenere, l’assedio

d’occhi ferini in circoli

sempre più stretti.

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