
di Rosa Salvia
Per l’alleanza primigenia di ritmo e pulsazione vitale (codificata da una forte impostazione psicoanalitica), la poesia è per Andrea Galgano naturale impulso umano. Prestare attenzione alle immagini per le immagini, per dirla con Bachelard, al fatto che l’immagine trae il proprio senso unicamente da se stessa è il filo rosso di tale poetica. L’immagine come un guizzo del linguaggio che non ha una storia, ma si brucia interamente nel presente in cui essa appare con la staticità ieratica della fotografia.
Con i suoi versi Galgano ci offre un caleidoscopio di luoghi e di persone che è insieme realistico e visionario, doloroso e vibrante di ottimismo. E l’intreccio fra cantabilità e asprezze, tra solarità e ombra, tra dolore e gioia, è un carattere irrinunciabile per Galgano, estraneo a ogni forma di vana lamentazione e di retorica della sofferenza e dell’ingiustizia.
Il tono della sua scrittura è fiero, perché il suo legame con le radici, è in lui impastato d’amore e fedeltà. L’originalità della sua opera poetica sta essenzialmente nella capacità di alimentarsi del senso di una realtà nella quale è immerso per comporre una poesia in cui il ruolo della vista non è quello di semplice specchio, ma diviene via di partecipazione affettuosa alla natura contemplata, al diletto panorama lucano, alle persone amate descritte come modelli da seguire, come fonti di ispirazione per migliorare la propria esistenza.
Si avverte leggendo una forte aspirazione a depurare poeticamente l’esperienza, lasciando nella scrittura non un suo simulacro letterario, ma una sua scheggia vera, breve e purissima (alla maniera di Sandro Penna).
Ho scelto di proporre all’attenzione dei lettori la raccolta poetica Non vogliono morire questi canneti, (CAPIRE Edizioni, 2019)

“La voce di Andrea Galgano ci arriva da una forza doppia, ma non opposta. Da un lato la forza di un radicamento tanto beato quanto duro in una realtà, la Lucania, che già ha nutrito la voce di poeti come Sinisgalli, Scotellaro, Pierro, e la remota vivissima Morra, o il romanizzato Salvia; dall’altro una viandanza fra voci e luoghi che costituiscono non solo un elemento biografico, o un accumulo culturale, ma una necessità del suo poetare.
[…] Galgano è uno scultore e cesellatore delle parole, ama sentirne la forza fisica, potente o delicatissima, che evoca la viva presenza del vivente, i suoi entusiasmi, i suoi abbandoni. Perché di questo in fondo, nella ambivalenza forza che la anima, si nutre la sua poesia, lettore e animatore vivace: lo stupore di fronte all’esistente, al rilievo che prendono le cose e le presenze, nella continua alba del mondo creato.”
dalla postfazione di Davide Rondoni
Oltre il fiume
Le colonne porpora
piegate al cielo tiepido
stingono la ghiaia
è vermiglia la linea incisa
dei gabbiani
che strema il tramonto
spoglio sulle correnti
ricordi quando digradava
la nostra mano
non vogliono morire questi canneti
scaldati dai lidi
sul corpo delle pietraie
le nostre isole
sono soffitti
i capanni stipati
come occhi.
Mancusedda
La guardavo
nel vento inquilino
il passo piccolo
come chicco di voli
e il cuore di neve
con il cielo sulla borsa
in mano ai fianchi
portava gli occhi racchiusi
sulla fronte
come corse di stagioni sottili
alle spalle dei marciapiedi randagi
e stelle in fila sulle sponde
il passo proiettile
che scroscia sulle orme
e l’estuario delle carte
a scoprire la nebbia di febbraio
e le sue tasche cadute
non finirà
il tuo scampato numero
che non è più solo, non ha bisogno
di camminare,
di poggiare le mani
avute l’una sull’altra
giunte nella vertigine di Dio.
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Il cielo crisalide di novembre
apre la tenebra
e il temporale sui pioppi tremuli
lo spiraglio del viale che trepida
e il tuo cappello viola
sembrò venire
dagli altipiani
il rovaio sulle eriche,
il lungo sorriso
come un damasco di nebbia
fece chinare gli occhi
il tremore di essere due
le mani che principiavano
gli uccelli e le camelie
le nostre uve bionde
e il sigillo delle brine
il taglio del nudo mondo
ci insegue
nei muri spezzati
è grazia
è terra.
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Andrea Galgano (Potenza, 1981), collabora con il periodico on line “Città del Monte” e per le pagine culturali del quotidiano “Roma – Cronache lucane”. Docente di Letteratura presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato – Padova è altresì fondatore e direttore responsabile di “Frontiera_di _pagine_magazine_ on_line”. Sue pubblicazioni in versi Argini (Lepisma, 2012) e Downtown (Aracne, 2015). Sempre con le edizioni Aracne ha pubblicato i saggi Mosaico (2013), Di là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido (2014), Lo splendore inquieto (2018). Infine con Irene Battaglini ha pubblicato i due volumi Frontiera di pagine (2013, 2017) e Radici di fiume (Polo Psicodinamiche, 2013).

‘MI PIACE’ […] giunte nella vertigine di DIO
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grazie