Poesia italiana del XXI secolo. Silvia Bre

 

di Rosa Salvia

“Tutta la poesia di Silvia Bre, fin dagli esordi col mitico editore Rotundo (editore tra gli altri di Salvia, Scartaghiande, Goroni, Del Colle, etc.), e per poi proseguire con le raccolte targate Einaudi (Le barricate misteriose, Marmo e La fine di quest’arte) e Nottetempo (Sempre perdendosi), pare avere una costante nella tenacia chirurgica del linguaggio, concedendosi ai ritmi interni, rimando col giusto peso in una lingua scavata per difetto, mai per eccesso. E’ una poesia della (pre)visione ma anche del dolore, o meglio, della “ricognizione del dolore” quasi parafrasando Gadda.

Ricognizione perché la Bre, come un’aquila (che nei versi è infatti presente) vola col mirino sul campo delle parole per stanare quella preda che in realtà è la parola stessa, quella parola che è prima del silenzio, la parola che si fa storia del dire, del vissuto prima ancora che sia vivo. Per questo la poetessa più che armare sorveglia, più che spaccare la pietra la rinsalda. Come nei suoi esiti più alti (in Marmo, che non a caso le è valso il Premio Viareggio), o quando in una sonora dedica a San  Sebastiano e in altri bei momenti la sua poesia si fa sangue e dardo, canto contro il corpo e la vita (ancora in Marmo e in Sempre perdendosi). In generale, si può parlare di poesia della militanza, ovvero quello stare fra il sonno e la veglia, dove è sempre la notte a risvegliare. E il poeta in definitiva è questo, forse, per la Bre: un cecchino assonato e stanco, ma anche tenace, volitivo, duro: un essere condannato a mirare per sempre alla sua vita, come in aperta trincea fra cielo e terra”. 

Nota del poeta pugliese Antonio Bux (in DISGRAFIE – blog di poesia a cura di Antonio Bux)

Per me Silvia Bre è le pagine dei suoi libri che vibrano di una sorta di sapienza ancestrale. La poetessa sa quando il lavoro deve essere pieno, e quando moderato. Sa quando sollevare lo sguardo e quando affondarlo per scrutare. Sa che la parola proviene dal nulla, come aria attraverso un mantice, permette alle emozioni di essere sottili e ai pensieri di venire alla luce come un neonato dall’utero materno. Pone domande cui non sempre è possibile dare risposte, percorre infinite distanze con una rigorosa disciplina spirituale e quasi ascetica, implorando, se necessario, un irrinunciabile segno di vita. Osservandola da un lato, ci spinge a guardare avanti, osservandola dall’altro, ci fornisce il modello degli antichi maestri. Incisa nel marmo, la sua lingua ogni giorno ne esce rinnovata.

Propongo all’attenzione dei lettori la silloge Marmo (Einaudi, 2007)

*

Mai fissare l’aquila allo specchio –

vede solo lontano, abissalmente,

ogni suo sguardo ti scaglia da te stesso

nel paesaggio al posto tuo:

i deserti dei quali si fa parte

da cui si torna solo col pensiero.

**

Tutto l’essere qui

non viene detto –

resta da solo in noi

già benedetto

se solo lo si lascia respirare

vagamente

come un fiato continuo dentro un flauto

con noncuranza

come un verso un cielo non guardato.

Freccia

Che debole io nel mezzo

a vibrare fa la freccia e il sangue,

disarmato, sfranto, non fosse

per il fiato che mi passa,

per il disegno che lascia da

ascoltare,

che trascina, non fosse per il

pianto uguale

che ci tiene e vi riguarda

e chiede, e fa che io rimanga.

Ma non capisco. Ho sonno.

Non capisco.

Quello che accade non ha le sue

parole.

Non mi serve una tragedia,

basta il coro,

il costante lamento del destino.

Basto io stesso che imploro.

Preso da un grido

senza un argomento da toccare

è per voi che comincio?

Trascrivo infine una delle poesie di Silvia Bre pubblicate sul numero 98 della rivista di ricerca letteraria Anterem diretta da Flavio Ermini (Giugno 2019, anno XLIV)

*

                       Einstein

Così, e va fatto ancora, stare nel buio

e cavarne un linguaggio, orientarsi

tra misure sterminate, il bandolo

come sempre solo il gesto

l’atto più oscuro. A volte senti

proprio nell’aria, proprio

nelle orecchie l’inizio che aspetta

e intanto cuce e traccia

fonda lo spazio, senza dimenticare

mentre fai che l’oceano dove stai

non è mai altro, è l’universo

e sa la tua presenza.

_________

Silvia Bre (Bergamo, 1953), ha pubblicato I riposi (Rotundo, Roma 1990), per Einaudi

le raccolte Le barricate misteriose (2001), Marmo (2007), La fine di quest’arte (2015).

Per la casa editrice Nottetempo Sempre perdendosi (2006) portato a teatro da Alfonso 

Benadduce. Ha tradotto, tra l’altro, Il Canzoniere di Louise Labé (Mondadori, 2000), e Centoquattro poesie di Emily Dickinson (Einaudi 2011), una prima antologia cui ha fatto 

seguito una seconda, Uno zero più ampio, (Einaudi, 2013).

Sempre nel 2013 è uscita la sua traduzione de Il giardino di Vita Sackville-West,

(Edizioni Elliot, Roma).

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