AMBRA STANCAMPIANO – da “Storie sussurrate dagli spiriti” (Prologo) – inedito

Ogni notte viene a trovarmi un esercito di morti. Sfilano
alle mie spalle mentre, seduta su quella seggiola da
bambini con la seduta di vimini intrecciato, inseguo a
occhi chiusi i contorni della mia attesa. Li sento
ricoprirmi d’attenzioni e di carezze viscose, che
rimangono appiccicate addosso in una melassa di
tristezza. Serro gli occhi con più forza e m’aggrappo a
un filo di concentrazione sottile, troppo sottile, una
ragnatela. Cerco di ricordare qualcosa – che cosa? –
qualcosa che sto aspettando.
Aria. Quattro lettere s’incendiano sulla patina scura delle
mie palpebre chiuse.
Aria, leggo. La mia voce solo pensata echeggia in quella
stanza, buia della mia paziente attesa. Dove mi trovo?
ARIA. Supplicano i polmoni, un fiotto incandescente
risale fino in gola, si blocca a metà tra petto e naso, ho
come un tappo.
Non mi ricordo più come si respira. Sto sognando?
Sono troppo impegnata, in questo momento, per
ricomporre la strada che dai polmoni corre alle narici e
torna indietro.
Sto sognando. Cosa potrà mai accadermi, se anche non
respiro?
ARIA! Pretende la mia gola e sbatacchia una tosse
raschiata; sbatto la fronte sulla tavacca e la tempia
s’accende di dolore, il sogno si sminuzza in bollicine. Le
palpebre scattano.
L’ennesima alba grigiastra d’autunno

intristisce
l’architrave bianco di un soffitto che non riconosco. Vivo
qui da anni, ma cerco ancora a ogni risveglio i decori
rosa pesca del soffitto della mia infanzia, col rosone
centrale in gesso e il lampadario stile liberty di una casa
che non è più.
Mi alzo a sedere tra le lenzuola sudate, la testa tra le
mani a proteggere gli occhi, ancora ebbri della notte, da
quella lattigine impietosa.
«Neanche stavolta l’ho scoperto.»
Dico a me stessa, ad alta voce. Nemmeno stanotte
sono riuscita ad arrivare alla fine del sogno, a scoprire
cos’è che aspetto in quella stanza buia.

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