
La definizione più interessante di poesia l’ho sentita da Francesco Muzzioli [01:10:00], ed è: “Poesia: plaf” (la poesia come morale è tutto ciò che si deve evitare in prima istanza).
Per un certo periodo sono stato convinto che una buona definizione di poesia potesse basarsi sull’ecceità linguistica e testuale. In questo senso poesia sarebbe una modalità dell’ostensione del “questo”, gesto deittico che al quesito del lettore (“Cosa mi vuoi dire?”) risponde tautologicamente con la sua stessa presenza. Ora mi sembra che questa soluzione sia poco più che un adagio anti-idealistico, un dispettuccio a Hegel brandito un po’ da chiunque.
Forse la domanda resta necessaria. Le risposte, però, sono tutte insufficienti e innecessarie, con tutto il portato di delirio che ne consegue (diritto al controsenso). Anche la mia risposta – vedi sotto – è di questo tipo. Un’ultima notazione di metodo: si rifletta ancora su che cos’è un ritaglio reale (non “realistico”) del Reale. Forse è un ritaglio il più grezzo possibile: non seguire le giunture (macellaio platonico), ma tagliare arbitrariamente al posto della testa e della coda e tenere tutto il resto. Oppure un ritaglio senza fine: seguire le giunture e continuare a tagliare fino a che non ci si accorge che il corpo ha troppi arti, organi esterni all’interno e interni all’esterno, tralignamenti anatomici, e via così, finché regge il polso.
La poesia è da sempre quella cosa che gli uomini fanno quando hanno tempo, anche se essa è esistita per molto tempo prima degli uomini. Gli uomini l’hanno inventata qualche secolo fa, ma la poesia è apparsa per la prima volta insieme agli altri ammassi di relazioni locali situati sul bordo interno della Bolla. La poesia è infatti un ammasso di relazioni secondarie trans-somatiche evolutesi in ambienti estremi (le vaste distese scalari in perpetua accelerazione situate accanto a tutte le cose) che hanno interferito con il processo di ominazione in seguito ad aggressioni e mutazioni di cui non c’è più memoria possibile. Ai giorni nostri la poesia è principalmente infravivente, ma in sé non è che una pluralità di correnti della quinta forza. Ogni poesia è dunque calcolabile come somma del numero barionico B e la carica di sapore, dettata dalle proprietà quantiche di stranezza, charm, bellezza e verità (quest’ultima tuttavia tende a decadere in breve tempo). A livello mesoscopico, una poesia si trasfonde in un testo e provoca anomalie nelle intenzioni e nei desideri. Questo accade perché la quinta forza è attratta da sistemi di codificazione e referenza molto stretti come il sistema semiotico linguistico, che essa usa come trampolino per estendersi trasversalmente nelle due dimensioni dello spazio e del tempo. Da qui il peculiare effetto di non-so-che poetico (è questo ma non è questo, è adesso ma non è adesso, è qua ma non è qua, ecc.).

Un’interpretazione originale e interessante: ma non è ancora troppo poco scientificamente supportata l’idea di una quinta forza?