
di Pasquale Vitagliano
Il silenzio che evoca Anna Rita Merico è loquace. E’ solido, denso, echeggia, talvolta riverbera. E’ come entrare in un tempio o in una grotta profondissima. Dentro questo spazio non resta che l’ascolto, quasi in preghiera, del fondo sacro che genera la parola come sorgente di ritmo vitale. Bisogna attraversarlo con calma. In Fenomenologia del silenzio (Musicacaos, 2022) vengono raccolte le poesie scritte dall’autrice dal 2004 al 2021. Al centro del livido umore/ il Minotauro ronzante/ modellava/ spargeva le mancanti vocali dell’incompiuto alfabeto. Le lettura di questi testi, centrati prevalentemente, talvolta dislocati dentro lo spazio della pagina, spesso in basso, come a misurare lo spazio, quasi che il bianco o il vuoto sia un prologo o il primo movimento della composizione, alternato a soste di poesia in prosa, è un’esperienza fisica, oltre che intellettuale. Può mancare il fiato, provare vertigine, percepire un’esaltazione dei sensi. Come di fronte ad un spettacolo maestoso della natura. A produrre questo effetto è la parola e la scrittura. Dall’urlo delle viscere una parola muta// come può tanta mancanza d’ordine/ trovare filo e ordino di trama?/ una doppia juta di sillabe si tesse/ mentre/ la parola mostra/ ancora/ solo/ la sua ombra.

Luciano Pagano nel saggio conclusivo efficacemente scrive che la poesia della Merico sperimenta la pagina scritta non come luogo di transito emotivo ma come luogo dell’avvenimento; il luogo per l’apparire del fenomeno che accade. E’ un viaggio di dentro/ viaggio a Sud/ è viaggio di rimbombi, tonfi, verticalità, anche la pagina possiede un suo luogo meridiano. Inoltrarsi per le pagine di questo libro è come seguire una mappa stellare. Infatti, in un testo che introduce In the process of writing, le parole chiave sono periplo, tellurico, logos, labirinto dentro una maglia poetica che scompiglia ogni possibile punto di riferimento. La scrittura, e per risvolto la lettura, può essere una esplorazione spaziale oltre le dimensioni spazio-temporali che conosciamo, fino al limite dello smarrimento, come nel viaggio finale di Odissea 2001. Di quanti miliardi di labbra di tempo necessita una parola/ per mostrare la propria epifania?
