di Giovanna Menegus

Antonio Sparzani ha chiesto ai collaboratori di La poesia e lo spirito un testo sulla propria educazione attraverso i libri: in altre parole quali letture abbiano segnato la nostra vita nel modo indelebilmente “sentimentale”, ovvero totale, delle esperienze della giovinezza.
Come era nelle intenzioni, l’invito e la domanda mi hanno fatto mettere a fuoco – andando magari fuori tema – alcune cose significative spero non soltanto a livello personale.
*
I libri non sono un autore, un romanzo, un poema: sono la lingua, che è più grande dei singoli autori, romanzi e poemi e li contiene tutti. Per questo i dizionari sono da sempre i libri che più mi affascinano: nel senso di iperlibro, ipertesto prima che la parola ipertesto venisse coniata e prima di Borges, tesoro (in alcune lingue il vocabolario si chiama tesoro, tesoro di parole: Thesaurus, Wortschatz…). Poi, certo, ognuno ha i suoi autori fondamentali, quelli che lo accompagnano nella vita, gli stanno dentro e accanto, e naturalmente anch’io ho i miei. Nel tempo magari un po’ cambiano, in età diverse si ha bisogno di cose diverse.
Comunque, da parte mia i libri che più di tutti ho amato e ancora amo e in caso di incendio della biblioteca di casa per primi mi precipiterei a strappare alle fiamme sono: un manuale per il riconoscimento e la classificazione dei fiori spontanei e un vecchio dizionario di tedesco.
Nei dizionari, in qualsiasi dizionario (monolingue bilingue o plurilingue che sia), si tocca la lingua al suo stato elementare e combinatorio, astratto e infinitamente potenziale: infinitamente potente. Ci sono bambini stimolati dai pezzi del Meccano e dai mattoncini Lego, altri guardano allo stesso modo a quegli elementi meravigliosamente componibili che sono le parole. Ma non c’è in questo solo un’idea strutturale e meccanica. Il senso di irradiazione ed energia che le parole in se stesse possono sprigionare è paragonabile a quello delle forme pure, i quadrati di Malevi? per esempio. Si può amare l’arte figurativa (io la amo immensamente) e al contempo essere avvinti dalla potenza espressiva e ispiratrice, la concentrazione delle forme prime – una concentrazione quasi platonica, supremamente ideale (i quadrati di Malevic si definiscono “suprematisti”, il suo movimento pittorico “suprematismo”).
Tutto questo ha molto a che vedere con la poesia, il genere creativo che tento di praticare.
E avvertire questo aspetto della lingua significa forse anche sentire la lingua come qualcosa di sacro. Il passaggio, non inevitabile o univoco, nel mio caso avviene. Il linguaggio e le parole, il verbo, sono più che umani. Nelle religioni (e nelle religioni del libro specialmente) la parola è espressione di Dio, del numinoso. La Pentecoste – è quasi Pentecoste, tra l’altro – manifesta al suo stato massimo la forza vivificante (fiammeggiante) dello spirito delle lingue: non un’unica lingua, ma molte diverse lingue (idealmente tutte le lingue) che risultano contemporaneamente comprensibili, rovesciando il caos di incomunicabilità e frammentazione rappresentato da Babele. Il senso sacro della parola e il dono delle lingue, l’inesauribile simbolo della Pentecoste, li ho ritrovati per esempio di recente nella poesia di Luzi e nei suoi saggi intitolati Vicissitudine e forma, che si aprono proprio con un commento a “glossolalia e profezia” in San Paolo.
Ma sto andando troppo lontano. Ero partita da un vecchio dizionario di tedesco e dal manuale sulla flora spontanea di Dietmar Aichele. Da bambina, da ragazzina andavo a cercare i fiori nei prati, al mio paese in montagna, li raccoglievo in un erbario. Così, la zia che porta il mio stesso nome e viveva allora da anni in Germania mi regalò questo manuale. All’epoca probabilmente non mi rendevo conto che fosse un testo tradotto dal tedesco (il titolo originale è Was blüht denn da?), ed ero un po’ incerta sull’eventuale sesso dell’autore (Aichele, il cognome, doveva suonarmi femminile: come Rachele e Adele), ma non c’è libro che abbia fatto più mio e che abbia consultato più spesso. Le pagine sono macchiate, dal tempo e dai fiori messi a seccare tra di esse.
In modo simile, dentro il vecchio (“novissimo”) dizionario sta l’intera lingua tedesca, approssimativamente specchiata nella lingua italiana. È appartenuto a mia madre: i libri importanti sono persone, una storia, la carta in sé non li esaurisce.
Del resto, oltre che per altre vie la lingua tedesca continua a entrare nella mia vita grazie alla zia con cui condivido il nome. Quando abbiamo modo di parlare, cosa che accade meno spesso di quanto vorrei, senza accorgersene lei mi regala sempre una parola o una frase della lingua che sento così mia e trovo spesso più aderente alla verità delle cose di quanto mi risulti la mia lingua nativa.
Schafkopf: il gregge di pecore che verso la fine dell’estate fiorisce di fronte alla porta di casa sua. È un tipo di ortensie color crema: le loro teste tonde e fitte di petali sembrano altrettante lanose teste di pecora.
Wenn es dem Esel zu wohl ist, geht er aufs Eis tanzen (quando l’asino sta troppo bene, va a ballare sul ghiaccio). Perché di recente, poco prima di compiere 78 anni, ha avuto un incidente sulle piste da sci che continua a frequentare.
La lingua tedesca ha molti proverbi e modi di dire, o lei li usa molto. Il più bello dev’essere questo: Wenn Engel reisen… Quando viaggiano (volano) gli angeli… Un’espressione di benvenuto che mi ha rivolto in un’occasione, doveva essere primavera, al mio ritorno a casa, in montagna.
Crescendo non sono diventata una botanica e nemmeno ho mai imparato davvero il tedesco. Ma certo le passioni-libro della mia prima età mi hanno segnata e mi appartengono profondamente, se un’amica qualche anno fa mi chiamava “Giovanna Linnea” – cosa che mi piaceva moltissimo – e mio marito quando si trova di fronte a certe mie durezze ed estraneità mi dà dell’“austriaca”.
Il libro dei fiori rimanda all’idea del “libro della natura”: una categoria galileiana, scientifica, che posso fare mia nel senso di porsi di fronte al creato con la disposizione e il vivo desiderio di leggerlo. Nel dizionario ci sono i nomi di tutte le cose del mondo, quelle visibili e quelle invisibili, nel manuale i nomi (e le amorevoli, precise illustrazioni a colori) di tutti i fiori. Io non chiedevo altro e non avevo bisogno di altro, da ragazzina, e sapevo bene che non avrei mai esaurito quei libri, né il mondo, né i prati con i loro innumerevoli fiori.
metà maggio 2018
(Immagine: Kazimir Malevi?, Quadrato nero, 1915)

