Maria Grazia ha fatto del suo essere donna un mestiere. Ella è donna, e di ciò vive, guadagna. Non è tuttavia il guadagno il suo obiettivo, semplicemente non può fare a meno del suo corpo e degli affetti di cui esso è intessuto, di quella peculiare mistura di professionalità e distesa regolarità biologica che testimonia con il suo esserci sin da quando era studentessa, e s’apprestava ad apprendere un lavoro.
Maria Grazia è di poco al di là dei quarant’anni, e non ha ancora abbandonato l’idealismo dei primi tempi. Non ha dismesso, cioè, la pretesa di rimodellare l’umanità dei suoi simili in difficoltà proponendo la ripartita geografia dei propri sentimenti come rimedio al disagio, alla malattia, al dolore. Istruita attorno ai vent’anni sulle tecniche dell’intervento sociale, della diagnosi, del progetto educativo, ha via via maturato la coscienza, e la capacità, di implementare quelle tecniche tramite il vigore delle proprie immagini, delle proprie proiezioni, della forza del proprio sentire. Alla base della sua dedizione all’assistenza sociale v’è sempre stata la potenza immaginifica sprigionata dalle sue funzioni vitali, dal suo approssimarsi allo stabile menage di coppia, al matrimonio, alla maternità. Ha sempre creduto che il male, fosse esso il genocidio organizzato o il furto d’una automobile da parte di un tossicodipendente, dovesse essere guarito con l’empatia. I minori, soprattutto, li ha ogni volta percepiti come dei figli propri. E gli adulti come dei padri o delle madri, delle sorelle, dei fratelli, in un circolare senza requie lungo i tracciati d’una mappa famigliare che finiva per coincidere con le unità di zona definite dall’Assessorato alle Politiche Sociali. Medicare con l’affetto è stata la sua pretesa, ed ella l’ha negata, assieme all’affetto, solamente agli adulti rei di violenza sessuale.
Costoro sono sempre stati il suo limite, la soglia che con la pietà s’è imposta di non varcare, vedendo negli occhi pesti delle assistite, nelle ecchimosi sulle loro braccia, nelle lacerazioni intime, altrettante offese al suo essere donna. No, proprio no, la violenza sessuale è sempre stata per lei un altro paio di maniche, comportando essa il venir meno della sua professione, lo svanire della possibilità, della disposizione, della facoltà stessa dell’empatia. Non ha mai trovato alcuna famigliarità con i violentatori, nemmeno negli anni del più acceso idealismo, giacché considerava le loro azioni intenzionali, o in stato d’ubriachezza, o d’accecamento per odio, gelosia, astinenza sessuale, lesive del linguaggio che da sempre la connetteva agli altri viventi: il linguaggio del corpo. Ma non di un corpo qualunque, bensì del corpo sessuato, ritmato da cadenze biologiche, del suo stesso corpo. Provava pietà per l’omicida, ma non per il violentatore. Con il violentatore utilizzava senza esitazione i mezzi del diritto, non della psicologia. Egli era il campo d’applicazione d’una spoglia professione, non accompagnata da alcun sentimento, se non quello del distacco caratteristico della legge impositiva. Il violentatore le proibiva d’essere ciò che desiderava, le impediva d’innestare il lavoro sul corpo, di trapiantare una forma di vita sulla propria fisiologia. Altri operatori, altre operatrici, pensava, avrebbero potuto occuparsi di questa parte dell’umanità dolente.
Oggi, tuttavia, mentre l’obiettore di coscienza che ha di fronte le parla come in preda ad un delirante furore, mette per la prima volta in questione la rigida demarcazione della pietà che ha sinora abitato come se stessa, come proprio abito. Il giovane, per motivi che ignora, esprime rancore verso la madre, sibila improperi verso le assistenti sociali che considera estensioni della medesima donna, dice di non poterne più di appiccicosi affetti che non ha mai richiesto, e di avvertire fisicamente il penzolare, come ragnatele, dal viso, dalle orecchie, dalle punta delle dita, di insopportabili sentimenti di possesso, di fusione. Maria Grazia considera che l’obiettore di coscienza stia manifestando i sintomi di un disturbo psicotico, ma non riesce a gestire la situazione con i consueti attrezzi del mestiere.
La vista e l’ascolto del ragazzo, infatti, le risultano ripugnanti come mai in precedenza, sì che ella inizia a sentirsi in colpa verso il suo disgusto. Mentre l’obiettore parla e si agita, nel chiuso dell’ufficio, Maria Grazia non prova paura, ma repulsione. Le pare di vedere profilarsi sul volto di lui i tratti di un feto in rapida gestazione, luccicante di liquido amniotico, mentre grumi di materia organica mista ad un’indefinita peluria si ritraggono progressivamente dal corpo, e lo fanno infine sgusciar fuori dall’improvvisata placenta che sono divenuti i suoi gesti e le sue parole, i suoi abiti male indossati, lo scoordinamento dell’intera figura. Assiste ad una nascita. Essa non le procura però letizia, bensì orrore, poiché ciò che vede nascere non è una vita qualunque, ma una sua particolare declinazione permeata di malvagità. Non un bambino, ma un giovane che si fa uomo nel peggiore dei trapassi. Nella follia dell’altro percepisce sia il carattere divorante dei propri affetti di donna, l’assolutezza del senso di maternità verso il mondo che sempre si è attribuita, quasi il creato fosse un suo parto personale, sia il lucore, viscido ed umido, in cui una nuova genesi sta avvenendo sotto i suoi occhi. Nel risentimento improvvisamente abbaiato dall’obiettore, cui la socialità, la responsabilità, le relazioni affettive paiono stare strette come una camicia di forza, Maria Grazia avverte d’un tratto, e d’un sol colpo, l’impossibilità dell’eterna custodia, l’introdursi devastante del tempo, della crescita, nel creato. Ed è l’odio ciò che ella vede sfuggirle da sotto lo sguardo, il prodursi della violenza, l’originario fraintendimento del corpo da parte di chi lo misconosce: un piccolo, non di uomo, ma di violentatore, un umano che s’affaccia al mondo adulto guardando le cose attraverso il velo della crudeltà. La mappa degli affetti, in questi istanti in cui il timore per la propria incolumità è l’ultimo dei suoi pensieri, preme sui confini, dilata la pietà, ma non trova assestamento. Quel giovane le dice a chiare lettere che lei è la madre, sua madre, e che, come tale, la odia. Ella ora sa che la sua affettività di donna e di madre, di assistente sociale, nella misura in cui è stata veicolo dell’inserimento del giovane nel lavoro, ha spezzato in lui ciò ch’era forse in fragile, fragilissimo, equilibrio. Di chi è la colpa?, si chiede Maria Grazia.
Oggi la donna scopre che il suo corpo non è il mondo tutto, che il legame, la cura per il creato, si ribellano, ma non solo come crisi adolescenziale, o comune delinquere, bensì come male radicale. E sono le minacce repentinamente esplose dall’obiettore piegato da una crisi di adattamento, a farle considerare che quell’odio indiscriminato verso la donna è banalmente frutto del suo corpo. Del suo essere madre. Del suo essere donna. A sciogliere forse per sempre, in un lampo, quel che di ideale ancora conservava la sua professione, è il mistero della propria iniquità. Ella lo custodisce dentro di sé, come un figlio, come una colpa che da lei dipende. Sente così allentarsi il passo della vita, della sua vita. Una scadenza incombe, mentre l’obiettore esce vociante dall’ufficio, ed ha la velocità del suo respiro.

la troppa sensibilità, l’empatia guidata in questo caso, impedisce l’avvicinamento a ciò che si sente distante in una misura che supera la nostra morale…
un pezzo di realtà che si vorrebbe ignorare.
eppure, la sensibiltà della donna è necessaria.
Sono d’accordo con te Carla, “la sensibilita’ della donna e’ necessaria”. Ed e’ appena il caso di ricordare Antigone, per individuare nel rapporto tra sensibilita’ e morale, dovere ed affetti, uno dei conflitti inevitabili che attraversano la coscienza. E che molte testimonianze al femminile illustrano quotidianamente: nelle professioni, nelle parole, o nella poesia.
Racconto molto bello caro Andrea, che ho avuto il piacere di leggere quando ancora non l’avevi pubblicato, e che ho riletto ora con altrettanto piacere. Ha un respiro letterario. La sua letterarietà è inversamente proporzionale al grado di difficoltà di lettura e all’impegno che deve mettere il lettore nel leggerlo. Tuttavia, al di là di queste piccole asperità, il racconto è molto leggibile e scorre via fluido. Ti ho mai detto che la tua prosa mi ricorda quella di Thomas Mann?
Il tema dell’empatia e dell’affetto è un tema importante e molto femminile, sono d’accordo con Carla.
Mi piacerebbe scrivere qualcosa sul tema “narcisimo e empatia” in cui ci si chiede se il narcisismo di un soggetto (che per definizione non prova empatia) possa essere “curato” dall’emapatia e dall’affetto di una altro soggetto, stavolta empatico e altruista. Se l’affetto insomma possa essere la via attraverso la quale il narcisista scopre emotivamente l’esistenza della realtà dell’altro. Forse bisognerebbe rileggere Hegel e il tema del confilitto delle autocoscienze. O fose basterebbe trovare la persona giusta (;))
Comunque bravo. Complimenti!
Ho scritto: “La sua letterarietà è inversamente proporzionale al grado di difficoltà di lettura e all’impegno che deve mettere il lettore nel leggerlo.”
Forse va bene “direttamente proporzionale” non lo so, non ci ho mai capito niente di fisica. Però spero che il concetto si sia capito lo stesso
Ciao Marco, grazie del tuo commento. A proposito di empatia: Hegel non e’ poi cosi’ importante…