
*
Ci si accinse a un’intima guerra,
Ristretti al passo di un ballo empio,
Ci si spinse a nessun mare a nessuna terra
A disperanza di pace sullo scempio.
–
Di quanto non sappiamo ci dirà
Forse un infinito padre jonico,
Ci dirà una madre d’amore senza pietà,
Una carne un nulla un tempio laconico.
–
Ci si limita alle sante
Suppliche a un paesaggio,
All’ingresso del tempio,
Usciti dall’inverno,
Alle anime-pietre, alle anime-piante
Nel solito e abusato raggio,
Al cerchio, all’invenzione dell’eterno.
–
Da quello zero iniziale
Di natura, di viventi e umani,
Non il falso il vero
Il bene il male,
Ma il tratto sincero
Del latrare dei cani.
_
Insomma, si ha una somma senza fine
di luoghi della mente, dei passi, dell’oblìo,
e di corpi, di volti, di strette di mano,
di abbracci, d’inestinguibili fuochi.
Ci si affida a un perplesso Dio.
_
È minimo l’elenco degli averi:
Il pane cotto con la ramaglia,
Il rasoio affilato, allume e odori,
La casa in cui s’accatasta la paglia,
Poi parliamo dei possibili eredi,
Chi vale e chi non quaglia,
Barche all’orizzonte oltre i vetri,
E dell’ultima poi spersa famiglia.
_
(Delle pasque e dei liberi)
Fiaccole accese, vigili, prudenti,
A salvazione di case e sorgenti:
Si colora e maschera la Bestia, lusinga ad arte,
E se arriva arriva, infanga, abbatte.
_
Si arriva in giornate di scirocco
E ovunque, dentro e fuori, il deserto
Il cielo l’aria, dove muori, di un incerto
Calore, nel rifugio del tempo dello stocco.

L’ha ribloggato su da presso e nei dintorni.
*