Domenico Vuoto. Come le nuvole

recensione di Gabriella Pace

Mentre i meteorologi si affannano fin dai primi dell’Ottocento a classificare le nuvole (cirri, cumuli, grumi, grappoli, nembi, strati, bianche e grigie) c’è chi invece solleva lo sguardo e prova a interrogarle, per mera necessità, o perché ha uno sguardo assoluto, sgombro da pregiudizi ed  esige risposte capitali proprio perché formula domande capitali. (“Prologo”).

Costituite da particelle d’acqua condensata e da cristalli di ghiaccio, le nuvole sono sospese nell’atmosfera, galleggiano sospinte dalle correnti ascensionali. Sono l’indistinto che aspira a divenire forma: quali che siano le virtù o i vizi in cui si sono distinte, esse sono “individuazioni”, perché hanno risposto all’incompiutezza nella quale anch’esse, esattamente come gli uomini, sono state generate e hanno cercato, nel tempo loro concesso, di realizzare una forma compiuta alla quale si sono avvicinate quanto basta per dare, a noi che le contempliamo, l’immagine di una coincidenza possibile tra apparire ed essere.

Un mondo rovesciato e parallelo si dispiega a chi si addentri nella lettura di quello che sembra il fluire di un’unica narrazione: se da una parte le nuvole “Corsare” evocano i dilemmi e i tumulti esistenziali incerte se unirsi per un rovescio o stemperare i loro umori in uno smisurato sbadiglio celeste, dall’altra però, e sono le nuvole di “Entropia” ad affermarlo, non è degli umani ma delle nuvole l’arte di confondersi tra loro. O con stoica noncuranza, svanire.

Si nota, nel dipanarsi del testo, una sorta di dualismo: queste essenze indistinte mimano le umane storie, ma in realtà, nel momento stesso in cui le costellano, se ne distanziano, restano inafferrabili e soprattutto indifferenti ai nostri affanni, esattamente come gli dei dell’Olimpo.

È la fragilità del caso che dà vita alle più salde creazioni, e ancora il caso si fa destino creativo (“Sottovalutate”). È così che anche se le nuvole sembrano a volte più umane degli umani e più divine degli dei, in realtà il loro destino è il continuo trasformarsi: La loro caratteristica è/ non ripetersi mai/ in forme, sfumature, pose, disposizione (W. Szymborska). Sempre la Szymborska ci dice che: In confronto alle nuvole la vita sembra solida/ pressoché duratura e quasi eterna. Dunque, l’indistinto aspira a divenire forma, ma non appena l’ha incarnata, la abbandona, non si cristallizza in qualcosa di definitivo.

Il tema della trasformazione attraversa tutta la composizione; affinché un’immagine sopravviva, essa deve presto cedere il posto a quella nuova. È un fatto a cui l’autore può appena assistere, animato dalla disposizione all’ascolto e dalla fiamma della passione. Domenico Vuoto partecipa, avverte, l’intimo dolore del cambiamento, ma anche l’incolmabile distanza tra terra e cielo. Epicuro diceva che: se anche gli dei esistono non si interessano alle vicende umane. Potremmo, parafrasando l’affermazione, dire lo stesso delle nuvole. È solo lo sguardo attento di chi si fa portatore della loro voce a de-siderarle, alla lettera, toglierle agli astri. E infatti, è il desiderio di chi le osserva a richiamarle sulla terra. Come in “Notturna”:

Di notte la terra può apparire distante a noi stessi che la abitiamo; il cielo troppo lontano per una definizione. Sospeso tra le due opposte lontananze, lo sguardo si fa vedente, inquieto, febbrile. Ecco allora che un simulacro di nuvola si trasforma di volta in volta in isola, arcipelago, continente, mondo. Lo sguardo appresta le sue geografie. Così nel suo processo metamorfico una trascurabile nuvola congiura per ulteriori rappresentazioni dell’impossibile. Ciò che abbiamo perduto nel disincanto degli anni recuperiamo ora attraverso una facoltà visionaria. Per poco: per i pochi istanti che precedono lo svanire di quell’essenza.

Poi ricadiamo nell’obbligo del limite; torniamo alle definizioni, alla consolidata abitudine dei confini.

Fragilità, lontananza, trasformazione, dissoluzione, attraversano come un brivido tutta l’impalcatura del libro, ne diventano il leit-motiv, si contendono il ruolo primario. Una scrittura “fenomenologica” sottende all’esplorazione dell’apparenza illusoria, per cogliere lo Spirito Assoluto che è dietro il fenomeno (Hegel).

Ma quando perfino la parola si tace, perché è impossibile per il logos tematizzare l’inafferrabile, ecco affiorare allora l’esperienza intuitiva, che guarda ai fenomeni (alle nuvole?) come punti di partenza per estrarre da essi le caratteristiche essenziali delle esperienze e l’essenza di ciò che sperimentiamo. Si tratta di una capacità ricettiva, di un modo di aprirsi al mondo in cui la scrittura diventa a un tempo il perno e il tramite della ricerca, restituendoci un’esperienza completa, fatta di emozioni e perfino di ironia.

Le nuvole quindi, osservate in quanto “fenomeni”, si muovono liberamente, non vi è alcuna necessità o predeterminazione in esse. Non esiste alcun fato, alcun destino a cui esse sono soggette. Non esistono nemmeno gli dei. E infatti, quando decidono di bussare alla porta del loro dio, il dio della pioggia e delle nuvole, risponderà un tuono. Solo dopo aver continuato a bussare, cariche di domande e con le nocche sanguinanti, scopriranno che dietro la porta non c’è nessuno.

Doppiamente ingannate, desistono. Questa dunque è l’interessante ipotesi che il testo sembra suggerire: non c’è nulla di immutabile e di predefinito nell’universo, non esistono dei che abbiano assegnato agli uomini uno scopo preciso. L’uomo è libero di indirizzare il proprio destino. Sappiamo bene come questo assunto abbia portato alla vertigine, o alla nausea, nei pensatori tra Ottocento e Novecento (Kierkegaard; Sartre), nel testo di Domenico Vuoto la libertà sostanziale ed effettiva dall’idea di destino è rappresentata quasi come un’opportunità, un’occasione che libera l’uomo da un fardello imposto.

Queste nuvole sono il modello supremo della leggerezza, una delle sei qualità che secondo Calvino dovrebbero contraddistinguere la letteratura del nostro millennio. Oscillano tra la cultura estetica e quella mitologica. Suggeriscono al lettore, ad ogni passo, la necessità del cambiamento, della dissoluzione di una forma per dar vita ad una nuova immagine.

Anche per Ovidio, come già per Lucrezio, la conoscenza del mondo è dissoluzione della compattezza del mondo. Così come gli dei, e come gli umani, anche le nuvole, impalpabile materia, si trasformano continuamente, e continuamente si dissolvono. Di Eco, innamorata di Narciso, non resterà che una voce. Delle nuvole disciolte, nel loro incedere perenne, una pozzanghera, forse il rumore ardente del fiume, o l’eterno movimento della risacca.

Velature

Al limite della trasparenza, ostacolano l’indiscrezione della luce tramutandola in una luminosità meditativa che può indurci allo spleen, ma più spesso a una fervida malinconia. Qui, le leziosaggini nuvolose di un Magritte sono per nostra e loro fortuna – le nuvole – bandite. A dominare è un lavorio quasi impercettibile che fa del cielo una tessitura vibrante di tremiti e pulsazioni. Giochi di luce e d’ombra nell’ampiezza della trama e nei suoi interstizi impreziosiscono la totalità del disegno. Un panegirico per queste gentili compagne di viaggio. Ma interiore, silenzioso. Potrebbero per pudore o avversione a un nostro eccesso di parola, svanire.  

Obnubilate

Possiamo solo immaginarle – preclusi alla nostra vista i cieli in cui anni fa navigavano in spirito di vigile spensieratezza. Sono sospinte là dov’è norma l’inferno, quotidianamente perpetrato. (Lontani i voli in tondo di colombe, il grido del muezzin, il respiro della terra; ferro e fuoco: il teatro del momento).

Viaggiano in quelle regioni celesti le nuvole obnubilate, disancorate da sé, sopraffatte da una notte incessante. Da dove siamo, dai nostri inquieti rifugi o dalle nostre torpide certezze, possiamo solo immaginarle.

Di loro, incolpevoli testimoni dell’orrore, chissà che qualcuna non raggiunga i nostri cieli per dire: Superflua è la parola.

Domenico Vuoto, Come le nuvole, Edizioni Il Bulino.


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