di Stefanie Golisch
L’autunno è l’uomo dal naso molto lungo che ogni anno, alla fine di settembre, appare nella mia città, per qualche giorno lo vedo di qui e di là, sul ponte romano sopra il Lambro, sotto i portici, seduto su una panchina al parco, poi, a un certo punto, non lo vedo più, la prima volta l’ho visto in stazione, portava con sé due ombrelli e più valigie colorate, camminava senza fretta, potrei chiamarlo il viaggiatore, l’archetipo dell’inquietudine, la mia inquietudine, ma non voglio dargli un nome preciso, lo stavo già aspettando da qualche giorno, ed ecco, lunedì mattina, puntualmente, è apparso, l’ho salutato come si saluta un vecchio conoscente, lui non mi ha risposto, ma so che mi conosce, sa chi sono
Questo è il pomeriggio delle coppie che si incontrano al parco e quella più giovane gioca soltanto e quella più esperta sembra che si annoi e quella più vecchia preferisce distrarsi con il cellulare, questo è il pomeriggio delle coppie del parco, quelle leggere e quelle più pesanti e quelle che non pesano nulla, qualcuna si mollerà questa sera, qualcuna tirerà fino a Natale e qualcuna rimarrà insieme per sempre o quasi, c’è chi terrà di questa estate ricordi sfocati e c’è chi non la dimenticherà mai più, questo è il pomeriggio delle copie innamorate o quasi, un poco più corto di quello di ieri e un poco più lungo di quello di domani, di giorno in giorno sarà sempre più difficile nascondersi dietro gli alberi sempre più spogli
L’autunno è una poesia di Rilke che s’intitola Herbsttag, scritta nel 1902 a Parigi, anche io ho trascorso un autunno a Parigi, anche io mi sono sentita sola (tutti i giovani in tutte le grandi città del mondo si sentono soli), mi piaceva credermi speciale, in verità non ero né sola, né speciale, ero il piccione alla finestra della mia chambre de bonne, l’odore delle caldarroste nel tardo pomeriggio, l’attesa interminabile di chi non sa dove andare, sono l’ultimo minuto dell’ultimo incontro della coppia che si mollerà questa sera, il fumo della sigaretta del vecchio in canottiera che si sporge dalla finestra della cucina, sono la cicca che butta in strada, il piede che la calpesta casualmente, sono l’autunno, la parola autunno
Il quadro è di Paul Klee: Il messaggero dell’autunno


Interessante
Molto bello, grazie.
Ci ritrovo un po’ l’atmosfera (l’inquietudine lo smarrimento l’apertura dolorosa) di Marco Lodoli, che leggevo su Diario un secolo fa, forse più o meno al tempo del giovanile autunno parigino di cui si dice, e ora ho finalmente letto un suo libro, sempre più o meno di quel tempo, che si intitola “Cani e lupi”, ed è bellissimo. Grazie
Bello questo scritto così come la poesia di Rilke. Ma mi sembra di aver già letto questo o sbaglio? Ah la memoria!