
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà/ Io mi sto preparando è questa la novità. Termina così la più nota, se non la più bella canzone di Lucio Dalla. E mai avremmo pensato che l’augurio migliore da fare oggi sarebbe stato quello di arrivare subito al prossimo anno. Ed anche il prezioso libretto concepito da Lino Angiuli e Vito Matera contiene questo auspicio: Duemilaventuno: un altro anno (quorumedizioni, 2020). Un anno nuovo, diverso, per mettersi alle spalle l’ “annus horribilis” che stiamo ancora vivendo. Entrambi in “odore di sopravvivenza”, questi due vecchi amici guardano già all’anno nuovo, come se fosse il primo: uno con la penna, l’altro col pennello. L’uno poeta (e non solo), l’altro pittore, in bilico tra Puglia e Romagna, abbinano pitture e poesie per raccontare i mesi dell’anno che verrà. In realtà, la combinazione non è nuova, anzi è antichissima. Con il termine Ekphrasis (dal greco “descrivere con eleganza”) pittori e poeti alessandrini nel V e VI secolo d. c. si cimentavano nel rendere la pittura “verbale” o “pittorica” la poesia, attraverso la “descrizione letteraria di opere d’arte visive, come un quadro, una scultura o un’opera architettonica.”
Angiuli e Matera ci provano con i quattro sensi delle stagioni e così ci regalano un vero e proprio diario in bianco, tutto da riempire, intrecciando dolori e rinascite personali e collettive, intimamente legate come non mai in questo scorcio di storia umana. Gennaio affonda la vanga più giù nel terreno/ là dove il miracolo tiene bottega. Febbraio sa bene il mestiere di quelli che seppero farsi deserto/ in cui trovare la bussola in corpo. Marzo è bravo a scovare un dio nella rosa/ che attende il suo giorno beato socchiusa. In aprile dormire rimane il rimedio/ dettato da certi vangeli passati. Maggio riempie di doni di quel dio alfabeta/ capace di tutto nel giro di un mese. Lasciamoci aiutare da giugno/ ad essere come le vele sospinte. O da luglio per stendersi al sole/ nel segno di quando eravamo terrestri. Porgendo in agosto orecchio ai ricordi/ mollare ogni remo e ascoltare sirene. Settembre convince le mandorle nostre/ a scendere in terra a miracol mostrare. Mentre in ottobre il sole gioca a nascondersi dietro a una nube/ appesa a un pensiero aquilone. Riecco a novembre le pose di quello che fosti/ mischiate al bisogno del grande ritorno. Per finire con dicembre al gioco dell’oca che fa dietravanti.
Ed infatti, con un’ironia così leggera da toccare lo stato di grazia, i due autori sono stati ispirati a questo lavoro dalla comune esperienza della malattia. Affrontata con rispetto e tenacia, da bravi “tumorati di Dio” fino, appunto, alla sopravvivenza. Che è l’augurio che facciamo calorosamente nostro e lo giriamo a tutte le nostre provate comunità.
“E’ facile verificare”, scrive Josè Saramago in Manuale di Pittura e Calligrafia, “come le differenze non siano poi molte fra le parole che talvolta sono colori e i colori che non riescono a resistere al desiderio di essere parole.” Ne troviamo appunto la conferma in questo delizioso viatico per l’anno che verrà. Grazie alle parole di Angiuli e ai colori di Matera.
Pasquale Vitagliano
