
Antonella Bukovaz è originaria di Topolò-Topolove, borgo sul confine italo-sloveno, nel 1963. Il suo primo libro è Tatuaggi, edito da Lietocolle, 2006; seguito da Al Limite (Le Lettere, 2011), con dvd di Paolo Comuzzi; dall’Antologia Einaudi Nuovi poeti italiani, 6, per il cui testo principale “Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio” ha ricevuto il premio Antonio Delfini nel 2004. Ha collaborato come autrice e attrice con il teatro sonoro di Hanna Preuss, Atelje Sonori?nih umetnosti di Ljubljana. Collabora e performa con l’elettrorumorista Eva Croce, con cui ha realizzato le performance: casadolcecasa, Lessico elettronico, L’Arte dei Rumori-omaggio a Luigi Russolo, Femminilizzazione del mondo (download gratuiti: http://www.ozkyesound.altervista.org.). Il suo ultimo libro è 3X3, parole per il teatro/3X3 besede za teater edito da ZTT-EST, 2016. Nell’edizione 2017 del festival di Letteratura di Vilenica in Slovenija le è stato assegnato il premio Cristal dalla Giuria internazionale del festival per il testo Tra_in between_Mèd. Collabora da sempre alla realizzazione di Stazione di Topolò-Postaja Topolove. Insegna da sempre nella scuola bilingue di San Pietro al Natisone- Špeter.
casadolcecasa
Dall’ingresso
È una fatica
restare sensibili alla luminosità debole.
Il peso è enorme per palpebre così sottili
quasi trasparenti – quasi a offrire l’occhio
invece che a proteggerlo
eccitarlo alla sensibilità della presenza
continua e dilatante della luce.
L’impalcatura della palpebra è un aquilone
e l’aria di tutte le ombre
lo spinge verso la sera
a essere membrana che allaccia
il nostro buio a quello della notte.
La mia casa
è una casa
in cui nessuno
si sente a casa
un avanzato stato di imbarazzo che a spirale
avvolge e fa rabbrividire – come a custodire
una reazione naturale del corpo
quando null’altro lo sostiene
nel suo essere solo.
Bacio stancamente ogni angolo e ogni spigolo come un rito a imbonire divinità iraconde indifferenti e permalose a seconda della Luna e del ciclo mestruale: sangue intatto scampato al sacrificio per sgocciolare devoto lungo i corridoi d’entrata.
La mia casa
è una casa
in cui nessuno
si sente a casa
c’è una stanza che si sta costruendo da se
di mattoni rosicchiati e scaglie di marna
di parole avanzate – cementate a scintille
e impazienza e mancanza di cura.
È una stanza circolare o forse
ovale e c’è anche un angolo
che regge la smania del fondopagina
pochi istanti prima di girarla
di leggerci la cicatrice del desiderio di un evento
anche assurdo o grottesco o drammatico
o anche solo desolato:
uno spostamento d’asse
una furia di cambiamento
una ribellione di geografie
manie di possesso
chiusure spalancate e altri ossimori
qualcosa – dentro.
Io la guardiana – io la custode – io resa insana.
Per te che esci
e per te che torni
la casa non sarà mai più la stessa
sbatte la porta giorno e notte allo stipite scheggiato
tu che entri al mio fuggire
tu che esci alla mia attesa.
Fisso la geografia che porto tatuata sotto la pianta dei piedi sullo zerbino d’ingresso.
La gatta lascia una pantegana in dono alla soglia.
Dalla soglia della mia casa lancio un osso al cane.
casa dolce casa
*
Dalla cucina
L’urna della stanza ha gli odori dello sfinimento del rammarico per tutta quella carne andata marcia – dimenticata nel frigo – per la quale non c’era fame sufficiente.
E si può accettare o non accettare tornare comunque alle solite faccende oppure sostituirla con la propria sorte – un braccio o un pezzo di coscia una fetta di guancia o le interiora – posarla sul ripiano nel frigo e in cambio prendere con sé il marciume della dimenticanza.
Com’è che lo spazio prende questa forma
l’aria questo odore ostile? Com’è?
Questa casa non ha stanze per nessuno solo prolungamenti di attimi in danze dove indugia il desiderio del restare solo un riparo alla polvere al cielo un involucro per il tempo.
Il benvenuto è la parsimonia di sguardi e parole sbucciate – come patate per farne puré.
Com’è che lo spazio prende questa forma
l’aria questo odore ostile? Com’è?
Eppure ognuno ha fatto ciò che ha potuto e ci si è nascosto. Ognuno ha messo la sua carne al fuoco e lo ha riattizzato. Ognuno è morto inutilmente un poco.
Intorno al tavolo si sta gli uni negli altri
innestati incastrati annodati nel groviglio
di una pigra abitudine
nel garbuglio inconsolabile
di ombelicale solitudine.
Ma una casa ci vuole
Non fosse che per andarsene un giorno.
Senti le fondamenta cigolare
come un gigante gemito che sale
e si apparecchia presto per la cena
e si sbatte il tappeto della pena
ripone sul parquet insanguinato
……
ma non lo avevo appena lavato?
Assorbito è il veleno necessario
a un’azione che preservi l’ossario
in una casa assuefatta al Natale
nessuna dose tossica più vale.
È in atto un processo di immunizzazione!
per eliminare le sirene dal lavello
rimuovere gli aquiloni dai balconi
le girandole dai bastioni
rimanere inalterati alle variabili.
Nonostante questo
mi piace stare a casa la mattina
con il sole che filtra lento
dai vetri sporchi della cucina.
casa dolce casa
Poema di solitudine e dolore, tra poesia e prosa, evocatore della casa come percezione allucinata. B. abita la casa e ne e? abitata, il suo viaggio nella casa e nelle stanze e? un viaggio epico, una straniata autocoscienza femminile etica e poetica. Il suo “casa dolce casa” ripetuto alla fine di ogni stanza, rimanda alla favola “Barbablu’”, del resto la casa si presta all’ingresso, agli Inferi piu? di ogni altro simbolo. In questa casa, in cui nessuno si sente a casa, in cui non esiste nessun incontro, in cui si viaggia e non si ascolta, B. attraversa tutti i vani quasi fosse un teatro delle crudelta? che nasce dall’ordinaria “vivenza” attraversata da vasti fiotti di rimembranze culturali e ripugnanza. Il poema di B. e? una protesta, forse, ma talmente contenuta nella sua sapienza letteraria, che soffoca nell’ironia beffarda dello zerbino e nel momento saliente “E poi pulisco io!”.
