Si vis pacem, para pacem. Non falsificate la storia

Nel momento in cui c’è bisogno di simboli di pace, e si condanna l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il governo italiano non trova di meglio per celebrare la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini” che la data del 26 gennaio, con riferimento al 26 gennaio 1943. Strana memoria, quella del testo della legge appena approvata il 5 aprile: chiama la ritirata degli alpini in seguito all’avanzata sovietica che determinerà la sconfitta del nazismo “avanzata all’indietro” e non dice che gli alpini di cui si parla erano i fascisti che al seguito di Hitler invadevano l’URSS. La memoria degli alpini che amiamo è quella di Giulio Bedeschi, Mario Rigoni-Stern e Nuto Revelli, che non a caso parla di questa battaglia nel suo libro La guerra dei poveri. Se ha un senso la memoria di quella giornata, ed è questo il senso delle alte testimonianze di Bedeschi, Rigoni-Stern e Revelli, è per dire: mai più. Mai più invasioni, nazionalismi, militarismi, mai più massacri di poveri mandati a morire per logiche imperialistiche.

Il Parlamento, gli alpini, il fascismo
di Giovanna Lo Presti

Questa è una storia che, se potesse essere scritta con la punta di uno spillo nell’angolo
interno dell’occhio, per non dimenticarla – e cito, non a caso Le mille e una notte, che
fanno di ogni racconto un rinvio della morte – insegnerebbe parecchie cose.

La vicenda non ha destato gran clamore e vale la pena di riassumerla. Tutto ha inizio
l’11 maggio del 2018, con una proposta di legge presentata da un nutrito manipolo di
deputati leghisti e avente come primo firmatario il (leghista) Golinelli. Per essere più
chiara, cito un passaggio dalla presentazione della Proposta di Legge, avente per oggetto
è l’”Istituzione della Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”:

“Si è scelta come data il 26 gennaio in ricordo di una delle più importanti e gloriose battaglie
che videro in prima linea il Corpo d’armata alpino durante la seconda guerra mondiale.
Dopo nove giorni di marcia e venticinque battaglie di sfondamento e retroguardia, una
sorta di disperata avanzata all’indietro, gli alpini giunsero all’appuntamento finale: lo
sbarramento russo di Nikolajewka il 26 gennaio 1943. I 13.420 uomini rimasti del Corpo
d’armata alpino – erano più di 60.000 dieci giorni prima – espugnarono il paese di
Nikolajewka. Le forze sovietiche vennero sopraffatte dagli alpini della divisione Tridentina,
comandati dal loro eroico comandante, il generale Reverberi, che li trascinò all’attacco
delle postazioni russe al grido di « Tridentina avanti ! ».”

Questo è parte del testo depositato nel maggio del 2018, poi approvato alla Camera a larghissima maggioranza ed ora, in via definitiva, approvato dal Senato della Repubblica il 5 aprile 2022. Risultati della votazione attuale: 189 voti a favore, un astenuto e nessun contrario. Dunque, mentre è in corso la guerra tra Russia ed Ucraina, mentre i nostri mezzi di informazione non fanno che sprecare parole come “democrazia” e “libertà”, i nostri governanti considerano degna di imperitura memoria un’impresa compiuta dalle forze nazifasciste a Nikolajewka1.

Leggere cosa accadde a Nikolajewka nel 1943, seguendo il racconto “ufficiale” del sito www.difesa.it, fa venire i brividi. Esiste una parola per riassumere: massacro. Per la follia degli Stati e per quella, non
minore, dei generali morirono allora moltissimi soldati. Oggi Nikolajewka ritorna nella
cronaca: il ponte donato dagli alpini nel 2018 è stato imbrattato da “Z” bianca. E giù
discorsi sui Russi che accuserebbero – scandalo! – gli alpini di aver combattuto e di
combattere ancora con i nazisti.

Come stia la situazione attuale è difficile da dire; invece, rispetto al passato, possiamo affermare senz’altro che le “nostre” forze in campo erano nazifasciste. Ma dobbiamo aggiungere che, verosimilmente, molti soldati non avrebbero voluto essere in quella terra lontana e gelida, alla mercé di generali che, in nome di non si sa quale onore, li spingevano a morte certa. Non c’è eroismo dove si uccide – e nel 1943, per giunta, la parte degli occupanti non la facevano i russi ma i “nostri” alpini.

L’episodio diventa notevole non tanto per l’uso strumentale che, contemporaneamente, si fa della “Z” bianca sul ponte di Nicolajewka simbolo di riconciliazione e donato nel 2018 dagli alpini, quanto perché rivela di che natura siano i sentimenti “pacifisti” che animano il battaglione di senatori che hanno votato a favore. Basterebbe aver visto “Orizzonti di gloria” di Kubrick perché la volontà di disgiungere le sorti delle truppe da quelle dei generali non
ammettesse deroghe. Gli alpini mandati a farsi macellare e a macellare dai nazifascisti
non sono eroi, ma vittime della guerra. Nella giornata dell’alpino, a perenne memoria si
potrebbe soltanto ricordare, per stigmatizzarlo, il grido di guerra del generale Reverberi
che, immagino in modo consapevole, stava difendendo non la sua patria ma il
nazifascismo. E magari innalzare una bella lapide, per riabilitare i disertori. Quanto alla
scritta, niente di enfatico. Va bene Boris Vian: Monsieur le Président/ Je ne veux pas la
faire / Je ne suis pas sur terre/ Pour tuer de pauvres gens. (da qui)

*

Rivalutare per la “memoria” le guerre fasciste?
di Anpi Milano – Stadera Gratosoglio

Le motivazioni che presiedono all’istituzione di una “giornata della memoria degli alpini” rimuovono e, in certi casi, rovesciano gli argomenti di una buona memoria. Una buona memoria, al quale fa da premessa l’esercizio della verità storica, vuole strutturarsi lontana da ogni retorica autoindulgente e da una pratica celebrativa consolatoria, figuriamoci da una aperta apologia delle guerre fasciste.

Nella scelta della battaglia della Nikolajewka (26 gennaio 1943) si richiama l’eroismo degli alpini, i valori della solidarietà e di un’etica della partecipazione. Prendendo le distanze dalla parzialità di ogni histoire-bataille, volutamente schiacciata sulle operazione militari e disinteressata alle implicazioni politiche, sociali e culturali delle guerre, dobbiamo ricordare alcuni antefatti.

La guerra di aggressione alla Russia sovietica (1941 – 1943) da parte delle forze dell’Asse vide la partecipazione dell’Italia fascista attraverso un’ azione maturata sostanzialmente da un autonoma decisione della politica opportunistica e, criminale, di Mussolini. Dopo le precedenti aggressioni all’Etiopia e alla Spagna, l’occupazione dell’Albania, l’aggressione alla Grecia e alla Jugoslavia si decise di inviare in Russia inizialmente 62.000 uomini, poi portati a 220.000, forze che scontarono sin dall’inizio la scarsissima dotazione di mezzi e fatte affluire sul fronte attraverso marce massacranti di oltre un migliaio di chilometri lungo piste argillose e fangose. Tutto ciò avrebbe permesso un diverso posizionamento dell’Italia negli equilibri post-bellici qualora il conflitto si fosse rivelato di breve durata. In buona sostanza, schematizzando, decine di migliaia di morti per un nuovo, vantaggioso e riconosciuto posizionamento di prestigio internazionale; in aggiunta, le briciole della schiavizzazione dei popoli slavi e la ricolonizzazione dello spazio ad est del Reich millenario. Questa la cruda realtà che maschera ogni richiamo all’etica e ad una fantasticata vocazione solidaristica. Tra l’altro le truppe alpine furono direttamente richieste da Hitler in vista delle operazioni sulle montagne del Caucaso. Il cinismo dei comandi militari fascisti si rivelò nella drammatica e conclusiva vicenda della ritirata che costò migliaia di dispersi e 25.000 caduti, questo il prezzo pagato per una delle pagine più disastrose e orribili volute dalla guerra fascista.

Il riscatto postumo, dolente, sarà opera degli alpini-resistenti Giulio Bedeschi, Mario Rigoni-Stern e Nuto Revelli che in romanzi di alto valore letterario e civile ci restituiranno il dramma di contadini, manovali e poveri atrocemente mandati a morire per una bieca logica di brutale politica imperiale. Per questo non possiamo che dichiararci contrari all’Istituzione di tale giornata memoriale per di più a ridosso del 27 gennaio, giornata del martirio del popolo ebraico, ancor più stretta da operazioni mistificanti. Guardare al passato per comprendere, celebrare per conoscere si dice, il vento sempre più teso e gelido del nazionalismo, dell’interventismo militare, delle spese militari prima di tutto, getta sulla memoria antifascista la sua cortina di ombre, di amnesie e di nefasti rovescismi.

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