Enzo Gentile breve bio
Nato a Milano nel 1955 sotto il segno dei Gemelli, come egli stesso tende a precisare, cresce e vive nel capoluogo lombardo, dove, in parallelo con l’università di scienze politiche, inizia a lavorare giovanissimo con le prime radio libere nell’ambito della critica musicale (tra i fondatori di Radio Popolare e poi in Rai con rubriche e ospiti), optando per la carta stampata con diverse testate, addirittura un centinaio, fra cui i quotidiani Il Manifesto, Repubblica, La Stampa, i settimanali Epoca, Panorama, Europeo, i mensili specializzati Jam e Rockstar. A 22 anni pubblica il suo primo volume Note di pop italiano (1977) per l’editore Gammalibri. Tra le altre iniziative, oltre una ventina di tomi a proprio nome, vanno segnalate alcune mostre a tema, per esempio sui Beatles e sulla psichedelia e la direzione artistica di “Suoni e visioni” e oggi “Naturalmente pianoforte”. Enzo Gentile insomma risulta ormai tra i decani della critica rock italiana, figlio di un generazione postsessantottesca che riesce a captare i nuovi segnali di un rinnovamento culturale partito dalle radio libere, dall’editoria alternativa, dalle fanzines musicali. Quasi mezzo secolo di ininterrotta attività di saggistica, giornalismo e divulgazione, che proprio in questi giorni sta ottenendo un notevole riscontro grazie al libro Onda su onda. Storie e canzoni nell’estate degli italiani (Zolfo Editore), di cui si parla nell’intervista.
Partirei dal tuo cognome,Gentile…
Eh, eh, eh!
Gentile perché trovo che il tuo approccio, a differenza di altri colleghi invadenti, sia un approccio gentile, a favore del lettore.
Non aggressivo, innanzitutto. È verissimo, io poi posso anche essere molto critico, ma mi sembra una sciocchezza essere tranchant o volutamente offensivi. Anche sulle musiche che non mi piacciono voglio argomentare, magari anche essere sferzante, ma non di proposito maligno o pungente. Con tante cose di cui parlare, perché parlar male di qualcosa o qualcuno a tutti i costi? Mi sembrerebbe di buttar via del tempo prezioso.
A volte la critica mette se stessa davanti a tutto.
Sì, purtroppo questi critici li ho incontrati e alcuni sono stati anche amici, ma mettere il proprio “io” o la narrazione in prima persona mi sembra un atteggiamento forzoso e talvolta velleitario.
Prima del tuo nuovo libro, fra i successi, c’è una sorta di best seller, o meglio di long seller, il primo autentico Dizionario del pop-rock, che è diventato l’equivalente del Mereghetti o del Morandini per il cinema. Come ti è venuta l’idea?
È un dizionario che ha avuto parecchie edizioni, anche se la Zanichelli da qualche anno non ha più ristampato il cartaceo, perché oggi si tratta di un’operazione perdente dal punto di vista economico, se fatta su carta. È una pubblicazione costosa, da aggiornare in continuazione, mentre ora il pubblico si cerca le informazioni su internet, dove però manca il giudizio critico. Resto comunque soddisfatto del dizionario scritto assieme ad Alberto Tonti, anche perché in Italia questo tipo di operazione ancora non esisteva. E dopo averla fatta, ci siamo accorti del motivo, perché è un lavoro sterminato. Ad esempio per fare un dizionario dei film, ci si basa sul numero dei film usciti in Italia ogni anno, che sono un numero finito, mentre per i dischi dobbiamo riferirci al mondo intero!
Ma allora perché lanciarsi in un’avventura così sterminata?
Io e Alberto ci abbiamo provato perché pensavamo che fare ordine, anche tra noi stessi, giudicare con argomentazioni i vari artisti, fosse una bella impresa. E poi catalogare a me è sempre piaciuto. Ed è quello che ho fatto anche per il nuovo libro sull’estate. La catalogazione sensata, razionale, cosciente è dunque qualcosa che serve anzitutto a me, senza insegnare nulla agli altri, ma offrendo semplicemente un servizio, uno stimolo culturale.
In fondo la classificazione enciclopedica non è l’esatto contrario della rete che è la dispersione acritica?
Sì, perché dietro a un giudizio ci sono anni di studio, ricerca, professionismo, interviste, incontri con i musicisti, eccetera.
Stessa cosa per Onda su onda. Storie e canzoni nell’estate degli italiani?
Innanzitutto anche questo è un terreno noto a tutti, perché tutti noi sappiamo che si sta parlando delle canzoni estive degli ultimi settant’anni; però perché esistono queste canzoni, chi le ha scritte, chi le ha cantate o se esiste una relazione tra le canzoni e il mondo esterno, è un lavoro che non esisteva e che andava fatto. Si tratta comunque di un repertorio di tutti grandi successi, perché io sono partito dalle classifiche e non sono andato a memoria. Non ho scritto solo di quelle canzoni che mi ricordavo o che mi piacciono, l’ho anche fatto, però ogni canzone che ho citato (e sono più di 500) dal 1960 al 2020 si trovano in testa alle classifiche in estate.
E dunque come hai circoscritto il lavoro di selezione?
Partendo dalla stagione: se quel brano è primo solo da novembre, non ce lo metto nel libro, anche se il disco viene pubblicato tra giugno e settembre. E poi solo canzoni italiane per collegarle alla società dell’epoca. In tal modo si crea una rete in cui raccolgo le idee e metto in relazione cosa riguarda quella canzone rispetto a un anno specifico di riferimento. E allora si creano dei rapporti anche molto specifici e molto personali, perché magari il titolo di un brano evoca località al mare, le vacanze, la prima fidanzata, l’amicizia con un coetaneo mai più rivisto. Questo gioco della memoria e di riordino mi ha divertito anche perché crea precise intuizioni tra la canzone, il fatto di costume e il cambiamento generazionale. Nel libro ho scritto, anno per anno, quanto costava il giornale, chi vinceva il David di Donatello e il Premio Bancarella, oppure chi si aggiudicava lo scudetto. E molti, come il prezzo di una tazzina di caffè al bar, sono dati ISTAT. Magari sono confronti non direttamente giustificati però tutti veri, perciò ogni lettore può inserirci il proprio senso. E tutto questo mi divertiva perché ho una buona memoria sulle persone, sulle sensazioni e sugli avvenimenti. Capire ad esempio che Luglio col bene che ti voglio cade in un momento ben preciso della contestazione studentesca: è un’operazione che si può applicare a tutto, ma che trovo molto ‘a fuoco’ sulle canzoni dell’estate.
Qualche esempio significativo di canzone estiva quando tu eri bambino?
Avevo 7, 8 anni e ricordo benissimo Sapore di sale di Gino Paoli, che però non fu un successo immediato, tardò qualche mese ad affermarsi. Oppure mi rammento benissimo di Una rotonda sul mare che i miei genitori ballavano, d’estate in vacanza, appunto al mare. E poi ci sono tutte le canzoni del beat italiano, qualche tempo dopo, quando io incomincio già a comperare i miei primi 45 giri ad esempio dei Rokes, di Caterina Caselli, dei Giganti, dell’Equipe 84; sono tutti dischi che compravo con la mia paghetta settimanale e che ancora oggi conservo gelosamente. E tutto questo materiale è sempre molto presente nel mio DNA che quel che non spendevo nei dischi, non mettevo poi nel juke-box.
Molti sostengono che l’epoca dei tormentoni estivi rimanga limitata agli anni ‘60, quelli del boom economico. Ma esistono secondo te altre hit balneari nei decenni successivi?
Ci sono, cambia magari la natura del fenomeno e lo spirito di quelle canzoni. ma più ci avviciniamo ai nostri giorni e più si capisce che si tratta per lo più di opere di marketing, molto ben architettate. È chiaro che Orietta Berti che oggi canta con Fedez e Achille Lauro è un’operazione Frankenstein, non certo ricerca artistica. Invece molte canzoni degli anni 60 nascono quasi spontaneamente con una germinazione naturale; ed era un’attività molto interessante perché crea nuove carriere, anche grazie a professionisti di vaglia, come Ennio Morricone che per la RCA firma arrangiamenti geniali. E in quegli anni non sembra che vi sia la ricerca spasmodica alla hit parade, a vincere quella gara. Esistono semmai alcune canzoni che possono avere fortuna e che esplodono in controtendenza a quanto stava succedendo. C’era anche un tipo di ascolto da parte di un pubblico attento e ben disposto. Il boom economico vede una crescita a tanti livelli, dal benessere alla felicità di uscire definitivamente dal dopoguerra; e negli anni ‘60 i brani estivi ne sono il commento perfetto, perché sono allegri, conviviali e ballabili e il ballo all’epoca è importante: lo si fa in coppia, non da soli. Tutto questo vede un periodo di esplosione positiva indiscutibile.
Un secondo boom dei tormentoni estivi arriva nei primi anni ‘80 della Milano da bere, dei paninari e di Giuni Russo, Alice, Ivan Cattaneo, i Righeira…
Negli anni ‘80 comincia anche l’evocazione dell’esotico, della musica latina, ad esempio le canzoni Maracaibo di Lu Colombo o Tropicana del Gruppo Italiano, ma son tutte cose che nascono dal nulla perché sono quasi tutte formazioni o solisti di primo pelo, alcuni neanche continuano o non hanno più storia dopo un unico successo. C’era molto dinamismo e a un certo punto arrivano anche la televisione con le reti berlusconiane a martellare e il cinema con i vari Sapore di mare dei fratelli Vanzina (non a caso ho scelto Enrico per la postfazione) danno una spinta decisiva al fenomeno perché le canzoni di vent’anni prima vengono riportate su grande schermo e da lì poi anche in televisione. E il tutto diventa come una centrifuga che ricrea una serie di nuove relazioni al contempo spontanee ma molto ben coordinate.
In conclusione, la tua canzone estiva preferita o quella del cuore?
Lo è diventata negli anni: Estate di Bruno Martino, ripresa da Chet Baker o da Joao Gilberto; è una canzone infinita come lo è Guarda che luna di Fred Buscaglione, che ha la caratteristica di diventare un tormentone quando lui è appena morto. Questi due brani sono proprio attualissimi, perché dopo settant’anni rimangono, e non solo per me. Trovo che siano piccoli capolavori di equilibrio nel suono, nel testo, nell’interpretazione. Sono canzoni che adesso non esistono più, perché oggi quasi tutti i brani sono urlati, eccessivi, saturi, e lì invece c’è molta delicatezza da crooner, perché quello erano, in cui c’è una traccia che abbiamo perduto nella canzone di oggi.

