
Da questa curva del quartiere s’intravede la mia adolescenza, i giri in bicicletta che facevo quando le strade erano ancora strade e m’incantavo a contemplare le ville, i prati, gli oleandri che ricordavano quelli dei viaggi con don Mario verso Reggio, lo Stretto, il paradiso di Taormina. Era là che mi trovai a tu per tu col Carnaval di Schumann: Vladimir Ashkenazy volava sui tasti bianchi e neri dello stesso colore dell’Etna, sullo sfondo, del mare che già immaginavo solcato dalle navi, da Ulisse legato all’albero per non cedere alle lusinghe del canto, legato come me, dai miei ricordi, a un futuro che mai ero riuscito a decifrare, pur mandando segnali a ogni movimento delle mani che volavano, battevano come ali di gabbiano, e avrei voluto che fermassero il tempo, soprattutto in quegli istanti in cui la musica più mi travolgeva, come fosse lo spettacolo del mio futuro, l’attimo in cui ci stendevamo sui tappeti e si alzava la preghiera, e tutti aspettavamo che le mani di Wojtyla si posassero sulle teste chine, e incrociassimo gli occhi in cui leggere il mondo a venire, che sempre si specchia nello sguardo dei santi e delle sante. Così erano gli occhi di don Mario, pazienti come quelli di un animale da soma che scuote il capo per scacciare mosche, senza rabbia, rassegnato come Cristo sul calvario. Qui, nel quartiere, si sentono le voci dei bambini, il vento attenua un caldo mai visto in primavera, e la campana che suona, proprio adesso, mi ricorda che la vita può essere compresa sotto forma di note, di attimo sospeso sulle soglie di una terra-paradiso, di un Carnaval che mi sembra di sentire qui, come se il tempo non fosse mai passato, come non fosse esistito, e questa strada fosse un sogno. Come se il Cristo guardasse solo me, dalle falde dell’Etna, fuoco che accende il futuro dal di dentro, pianoforte d’acqua, d’aria, di cielo, sogno di un futuro già esistito, già vissuto, quando le strade ancora erano strade e io m’incantavo a contemplare il mondo.

Questo pezzo è pura poesia!