di Mimmo Cangiano

Gianni Vattimo e René Girard: un’amichevole querelle Quando un’epoca si demitologizza poesia e filosofia si ritrovano strettamente connesse. Questa idea, già così chiara a Leopardi, mi invoglia a parlare, al fine di evitare semplificazioni e sincretismi di canoni in realtà irriducibili l’uno all’altro, più di pensiero che di arte.Non è fortunatamente mio compito verificare se l’epoca attuale sia effettivamente demitologizzata, ma l’accordo, su questo concetto, dei due autori trattati mi permette di partire da qui.
Fino all’inizio degli anni ’90 pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di un avvicinamento fra Vattimo e Girard. Il primo padre del “pensiero debole”, discendente per vie dirette dalla linea Nietzsche-Heidegger, apostolo del postmodernismo e della nuova ermeneutica, da sempre impegnato a difesa di un’etica come pensiero dell’erranza e della “contaminazione”, e da sempre convinto sostenitore che il compito della filosofia non sia più quello di dover risalire dal reale verso il Fondamento al fine di ritrovare il novum-essere-valore. Il secondo, antropologo di fama mondiale, convinto sostenitore del Cristianesimo quale religione dell’uscita dal meccanismo del capro espiatorio che aveva dominato le culture arcaiche. Detto in breve Girard sostiene che alla base della vita comune vi sia ciò che lui definisce “meccanismo mimetico”, un processo che partendo dal “desiderio mimetico” (desiderio dello stesso oggetto posseduto o desiderato dall’altro), porta all’insorgere di rivalità, porta alla “crisi mimetica”, momento in cui l’oggetto, ormai decaduto a puro pretesto della contesa, attira sempre più persone nella disputa. La forma di riappacificazione più efficace è allora quella di far convergere la furia collettiva su di una sola vittima scelta a caso: il capro espiatorio. Questo meccanismo, fedelmente rappresentato nei riti delle culture primitive, ma presente anche nella contemporaneità (Dreyfus, ebrei, clandestini), porta al sacrificio di una vittima innocente ma da tutti ritenuta colpevole. Con l’avvento del Cristo le cose cambiano in quanto Gesù stesso, col suo sacrificio, disvela l’inganno del capro espiatorio dimostrando a tutti l’innocenza della vittima. Nel corso degli ultimi dieci anni i due autori hanno più volte avuto modo di incontrarsi, non hanno limitato le reciproche differenze né “ammorbidito” le proprie concezioni (tutt’altro, proprio in concomitanza con la sua conversione al Cristianesimo Vattimo ha accentuato le proprie tendenze marxisteggianti), ma hanno trovato un comune punto d’appoggio nella critica al meccanismo simbolico mediante il quale la società opera con violenza al fine di mantenere il proprio ordine interno. Siamo implicitamente alle soglie di uno straordinario “paradosso”: il Cristianesimo diverrebbe la religione della fine delle religioni, non un culto fondativo, ma un culto critico, non ontologico, ma, portando il paradosso alle sue estreme conseguenze, postmoderno. (continua

Caro Mimmo non pensare che le due posizioni siano poi così lontane. Cmq hai fatto più che bene a sottolineare questa sorta di ‘connubio’. Chissà che non porti bene un po’ a tutti un confronto-incontro di questo tipo.