Frammenti di Cinema # 52

Dopo le lettere ci occupiamo delle telefonate. Abbiamo già visto in Frammenti n. 47 il legame tra telefono e claustrofobia. Ricordiamo due film, L’Amore (1948) di Roberto Rossellini e In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher. L’idea di un film girato in tempo reale in una cabina telefonica era già venuta ad Alfred Hitchcock negli anni ’60, il quale, però, non la realizzò. È possibile che ne sia rimasta traccia nella scena de Gli Uccelli (1963) in cui Melania resta chiusa in una cabina telefonica per sfuggire all’attacco degli stormi in volo. Allo stesso tempo ci gira un messaggio inquietante sulla comunicazione: Melania ha a disposizione il telefono per chiedere aiuto. Ma non lo usa. Non servirebbe a nulla.

Non mancano le scene comiche centrate sulle telefonate. Ancora una volta ci sono quelle di Totò tra le più esilaranti, confermando l’esistenza di un filo che le lega alle lettere. Per esempio, in Totò e le donne (1952) di Steno, una scena ruota intorno alle difficoltà della cameriera di utilizzare questo nuovo (allora) mezzo. Su questa imperizia gioca egli stesso in un altro film di Steno dello stesso anno, Totò a colori, quando nel parlare con l’editore Discordi abbassa e alza la cornetta come se la comunicazione oltre il filo fosse continua come quella reale (nello stesso involontario gesto comico cadde mia madre la prima volta che usò il telefono, come spesso mi ha raccontato). Ciao sono molto bloccato.  Sai, mi intimidisci molto. Linguisticamente divertente è anche la telefonata a Flaminia di Nanni Moretti in Ecce bombo (1978).

Un altro tema da telefonata è quello amoroso (più o meno). In Happiness (1998) Todd Solondz cita lo split screen di Indiscreto (1958) di Stanley Donen per trasformare con Philip Seymour Hoffman la telefonata romantica tra Cary Grant e Ingrid Bergman (allora lo split serviva a superare la censura moralista, in quanto i due amanti non potevano dividere lo stesso letto; non erano sposati) in una demenziale scena di autoerotismo. E quest’ultima ci rimbalza su America oggi (1993) di Robert Altman con la scena della casalinga (per niente disperata) che arrotonda il reddito lavorando su una hot-line mentre attende alle faccende di casa e si prende cura del suo neonato.

Infine, la telefonata, meglio il telefono, viene usato come vero e proprio medium. In Dial M for Murder (appunto) film di Alfred Hitchcock del 1954 il telefono è il mezzo per realizzare il delitto perfetto. Nella strepitosa scena della telefonata a Sidone in Terapie e pallottole (1999) il boss Robert De Niro lo usa, sotto la guida del suo strizzacervelli, per poter finalmente dire quello che sente (Dall’altra parte, l’antagonista dice preoccupato: Piglia subito un dizionario e scopri che vuol dire transfert. Se è una cosa con la quale ci ricatta voglio sapere cos’è). All’opposto in una magnifica scena de I migliori anni della nostra vita (1946) di William Wyler il protagonista si allontana per entrare in una cabina telefonica. Il regista sceglie un campo lungo perfettamente a fuoco, vediamo che lui parla ma non lo ascoltiamo perché la scena si è focalizzata su un pianista, siamo in un bar. Questi inizia a suonare ma è senza mani, usa due uncini. Vediamo il telefono ma non possiamo ascoltare, il pianista non ha le mani ma suona lo stesso. Appunto, puoi averne i mezzi, ma non riuscire a comunicare. Oppure, esattamente il contrario. Per suonare il piano, le mani non sono necessarie.

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