Chiesi a un amico, un professore cieco di mezza età, se sognasse, e come e che cosa.
“Certo che sogno, come sognano tutti” rispose.
E continuò: “Sogno rumori di passi, risatine, sussurri, mi sento salire e scendere scale, sento sotto di me le asperità del terreno. E vedo, se così si può dire, vedo dei lampi. E infine vedo anche il volto di mia madre, curvo sopra di me. Non nacqui cieco, ma lo diventai a due-tre anni, perciò qualche visione del mondo la conservo, anche se col tempo è diventata sempre più vaga e lontana. Ma quando sogno mamma non si tratta più di sogno, bensì di incubo. Da quando morì mio padre, mamma, purtroppo ormai vecchia, è stata tutto per me; ma se malauguratamente dovessi recuperare la vista, penso che non potrei sopportare di vederla”.

Ciao Roberto. Quel “malauguratamente” fa capire che la cecità fisica può essere per qualcuno una benedizione (lo sapeva Borges). Quei passi, sussurri, salire e scendere di scale… è chiaro, siamo in una rocca, no?
Caro Roberto,
quante normali case di appartamenti sono in realtà delle rocche?
Quel “malauguratamente”, se vuoi, è un’aggiunta mia, per orientare il lettore e prepararlo alla sorpresa finale.
Un caro saluto,
Roberto