
Ilaria Seclì, salentina nata a Ginevra, laureata in Letteratura moderna e contemporanea, insegnante, ha pubblicato D’indolenti dipendenze, Besa, 2005; Chiuderanno gli occhi, Diario a due voci con Federico Federici, Quaderni di Cantarena, 2007; Del pesce e dell’acquario, LietoColle, 2009; La sposa nera, I libri del’Arca, Joker, 2016; L’impero che si tace, Giuliano Ladolfi Editore, 2019. Ha collaborato, nel 2004 e nel 2005 in performance dal vivo, a Lecce e a Bologna, con Giovanni Lindo Ferretti. È stata ospite, nel 2005 a Ginevra, a la 5^ edizione della “Settimana della lingua italiana nel mondo”. Del 2007 è lo spettacolo teatrale La sposa nera con Adamo Toma. Suoi scritti sono presenti, oltre che sui maggiori siti italiani di letteratura, anche in varie antologie, tra le quali: Poeti Circus, I nuovi poeti intorno ai trent’anni a cura di Giuseppe Goffredo, Poiesis edizioni, 2006; Il segreto delle fragole, a cura di Giampiero Neri e Fabiano Alborghetti, LietoColle, 2006; A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, a cura di Michelangelo Zizzi, LietoColle, 2013), Come una mezza luna nel sole di maggio, Ricognizione della poesia pugliese (1975-1994), Fallone Editore, 2017. La silloge Finché vivrò non passerete è stata pubblicata sulla rivista online La foce e la sorgente, a cura di Marco Ercolani, 2018. Nel 2014 è stata premiata con l’Apollo d’argento dal centro di cultura e Archivio storico “Il laboratorio” di Parabita.
Santa Barbara
Santa Barbara è una fila di case
di uguale altezza, una accanto all’altra
senza piani sopra, solo cielo.
Una lenta sequenza di film muto
su crolli di masserie feudali, ovili, stalle
strati e strati, belati, storie, stemmi
fissati nella trama del pictor optimus
mossa appena da una nonna
che spinge l’altalena. Tu guardi
e non vedi più il senso di tanta strada
altrove, quanto è piccolo ciò che conta
e quanto poco conta il resto.
Nel silenzio della piazza e filari
di muri e uomini senza sorprese
integra resiste una parola estinta altrove.
*
La somma del tempo
Quel posto che pochi vivi vedono. Tizzoni fermi, valli, estinta civiltà.
7 oblique lapidi rotte dalla neve, bianchi intatti ripetuti e ripetuti su occhi inesistenti, inesistente mano o] impronta che li macchi, li corrompa.
Su nomi e lettere cadute, cadute date, resiste un petalo d’argento nero.
La somma del tempo delle cose non consuma. Non consuma il tempo della neve, vento gelido padrone,] impero vuoto. La botola che narrano in città voci e colori ingoia. Un grigio resta, un marrone incenerito, cinghiali e muffloni hanno versi, ma lontani.
Uno sparo coi suoi cerchi. Il gallo è vicinissimo. Forche, ruote, zappe. Materia senza nome fatta roccia,] basto che il gelo mima fioritura. All’improvviso un uomo. Giura l’impossibile, alto bastone grezzo,] polenta nel paiolo, suo capriolo a legna e fuoco. Sole spento nel caffè. 22 fotogrammi, passaggi umani,] aperte cose oblique e il dubbio di essere appartenuti, stati vivi.] Passate cose fra le cose.
*
***
Sorridere, chiedere a chi resta come stai,
come nessuno fosse mai scomparso
***
C’è un pavimento in cotto
in qualche casa dell’infanzia
uva sospesa tra sciabole di raggi
un cespo di luce ambra.
Rosa di guance senza maschere,
eredità bianchissima di denti
***
Alla coda il capello muove l’occhio,
attorno il tavolo, il divano
i mobili del mondo.
Aspetto che anche i miei passi
facciano rumore
***
In via Villalta c’è sempre silenzio
solo l’acqua della roggia lo muove.
La pioggia, sempre dalla nostra.
*
Milano
La sirena del treno prima dell’alba
addensa tepore e luci di interni.
Quella del Nord odora di pane
chiamato alle finestre a cominciare
il giorno. Prepararsi al freddo, ai fatti
nascosti del bosco, alla pianura.
Senza sporgerci vedevamo le anime
di tutte le stanze, la già alta
nostalgia dell’uscio, di una fiamma,
di letti ancora caldi.
Milano d’inverno ha albe inviolate
come mensole nelle case di montagna
fioriere tazze tendine legna
ogni cosa composta nel suo dover
stare lì in posa per chi non c’è
lì ad aspettare più vivi giorni.
Anche gli oggetti hanno doveri
intenti alla loro opera.
Al passaggio di occhi stranieri
sanno che da lì al per sempre
anche nel muto intervallo di stagione
un passo una mano uno sguardo
li farà vibrare come legno calpestato
la vigilia di Natale, come una nevicata
*
a Paul Celan
Tieni, prendi. Tabacco da fiuto
fata verde, fino a che sarà buona
l’acqua della Senna. Licenzia
la bestia, andiamo oltre.
Tienila stretta questa tregua,
dai pace al respiro, ferma le foglie
impazzite, la ressa, il getto nero.
Ammutolisci i numeri, le sottrazioni,
l’infamia. Taci. Uno, due, tre.
Taci. Dimentica il sonno indotto,
l’insulina, la vita cancellata e non
dalla gomma dei bambini. Vieni,
accucciati, fatti accarezzare.
Resta.
(…) Dalle poesie di Ilaria Seclì si può rilevare un’etica della dismisura. Per dismisura intendo tutto ciò che non è misurabile, che sta al di sotto o al di sopra, per sovrabbondanza o umiltà, del comune sentire mercantile. Soprammercato o sottomercato, lì stanno le cose che contano per Ilaria: lì sta il suo impero. Ella raccoglie infiniti e piccolezze, ha antenne sensibili a tutto ciò che è “trascurabile”; e, al tempo stesso, la velocità con cui fa apparire e scomparire queste immagini -la velocità della sua Wunderkammer- è proprio la velocità dei giorni nostri, la motricità incessante delle macchine, il ritmo furioso del consumo e della distruzione. Non si sfugge del tutto al proprio tempo. Solo che Ilaria non distrugge le immagini: al contrario, le rende immortali proprio nell’attimo della loro scomparsa, proprio in quanto -e al ritmo in cui- vengono divorate dall’umano. Il suo dire oltrepoetico raccoglie, come da un bidone dell’immondizia che in realtà è la cesta delle meraviglie abbandonate, oggetti, persone, parole, film, e soprattutto luoghi, con una tecnica del montaggio che ricorda il cinema puro di Dziga Vertov. Segni di vita e segni della cultura, tutto entra a far parte dell’universo significante di Ilaria. Se il pensiero occidentale si basa sulla possibilità di scartare l’essenziale dagli accidenti, Ilaria crede che l’essenziale è tutto e spinge la sua arte su questo prischiosissimo terreno. Sulla sua cassa di risonanza batte i suoi colpi l’universo. La lingua registra i colpi e le vibrazioni. L’incantesimo riesce. Solo, mi domando dove conduca questo “tutto”. Per Ilaria, porta alla sua stupefacente poesia. Ma per il mondo non sfocerà verso l’indifferenziato, verso un “tutto” che si autoannulla? Cosa c’è dopo l’oltrepoetica? C’è qualcosa di nuovo e ricco oppure il nulla, la fine per autoannullamento -per autodissoluzione- del dire? E in mani meno umane di quella di Ilaria, il “tutto” arriverà a contemplare anche l’orrore? Ecco la domanda che questa poesia lascia. Che forse è la domanda stessa che questa poesia è.
(Giorgio Galli)
