III . Disperare delle cose, del mondo, della disperazione
Frammenti d’invarianti antropologiche, pezzi di psicologia della specie mimetizzata nella totalità falsa, sono le linee di tensione che ambiguamente, e a volte rovinosamente, attraversano l’amministrazione dei dispositivi della cultura, della produzione economica, della vita sociale. Da qui l’impressione che i veri centri propulsori della creatività, oggigiorno, non abbiano più sede nell’arte contemporanea, ma direttamente nelle dinamiche sociali che la commercializzano, la promuovono, la sponsorizzano: l’indecifrabile molteplicità dei servizi di telefonia mobile personalizzata; le disorientanti possibilità offerte dalla tecnologia tramite i sistemi d’orientamento satellitare per l’automobilista, il ciclista, il pedone; l’anarchia delle forme di comunicazione per e-mail, sms, mms, che de-alfabetizzano i parlanti-utenti, ed insieme li istruiscono a nuovi linguaggi…
A fronte di una vera e propria ubriacatura di creatività, di vitalità per lo meno apparente, manifestate dagli ingegneri della comunicazione, dai tecnici della finanza, persino dagli immobiliaristi che vogliono reinventare le città, e trasferire i teatri storici come La Scala di Milano in periferia, sussistono nonostante tutto un minimo bisogno d’autenticità e una sorta di pulsione redentrice che, in simili tentativi a volte burlescamente patafisici, pur perdendo di vista il proprio oggetto, rimangono almeno mere forme, semplici tensioni dall’incerta fisionomia, necessitanti una particolare cura stetoscopica per essere avvertite. I varchi per la salvezza passano forse anche da qui. Il fatto è che, quand’anche si possa parlare di un utopico reincantamento del mondo – come accade secondo Tiziano Scarpa in un romanzo di Romolo Bugaro, Labirinto delle passioni perdute, a proposito di certe descrizioni di paesaggio – l’incanto non è mai davvero alieno dal grottesco, dalla falsificazione, dall’impressione distorta, che impongono, come contrappeso, l’utilizzo del pensiero critico, o della cifra ironica, quali mezzi d’una consapevolezza mai cristallina, inevitabilmente stranita e stralunata.
Tutto questo ci riporta, di nuovo, dalle parti di Adorno, e alla sua utopia di «aprire l’a-concettuale con i concetti, senza omologarlo ad essi» (Dialettica negativa), cioè di accedere al «contenuto» partendo dal suo opposto, da quella coazione identitaria ed omologante che egli ravvisava nella struttura del pensiero, e che è ancora spalmata sull’inelencabile sequenza di mediazioni – concettuali, visive, espressive, emotive, sensibili – in cui si trova spezzettata la semplice, e “naturale”, pulsione mimetica dell’amore, il contenuto elementare.
Come i luoghi che accolgono l’aura dell’opera d’arte si spossessano dei proprio beni migliori (il che è accaduto in modo quasi paradigmatico alla cittadina di Piacenza) – secondo un movimento che de-territorializza i beni stessi, rivelandone conseguentemente tutto il potenziale (geo)politico, accanto a quello estetico (si veda Eugenio Gazzola, Fuori luogo. Deterritorialità dell’opera d’arte, in La società degli individui, 26, n. 2, 2006) – così gli individui si espropriano del proprio sentire empatico e sensibile, per ritrovare se stessi in nuclei nevrotici di superfetazione affettiva sempre più incrostata, in proiezioni dalla sempre più complicata tracciabilità. Complicazioni e difficoltà, queste, che tuttavia non debbono far desistere dalla critica, dall’interpretazione, dal reiterato domandare, e che anzi rendono la formulazione interrogativa un’urgenza, un’invariante, quand’anche dimessa ed inappariscente, della specie. Connessa a questa urgenza, v’è la possibilità che essa, da appena mormorata e presentita che a prima vista possa apparire, diventi un vettore di consapevolezza, una feritoia da allargare progressivamente, nel cui slargo lasciar penetrare ciò che la cultura di massa ha metodicamente espulso da sé: «il senso del tragico» (Antonio Scurati, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, Bompiani, Milano 2006).
Una catastrofe pervasiva, infatti, ha fatto sì che i dispositivi della comunicazione e della cultura abbiano preso a parlare d’oggetti, d’azioni, di sentimenti, di contenuti e di pulsioni, i cui referenti determinati rischiano d’essere non più rintracciabili nei vissuti psichici degli individui. Quanto risulta impermeabile all’ipertrofia del significare – il dato muto e vincolante dell’amore, il dolore sordo, il senso stesso della mortalità – è stato bandito da un universo in cui il linguaggio ha fagocitato il mondo, decretandone la sparizione. La condizione dell’odierno analfabeta emotivo, che impara a sentire, a provare sentimenti e a soffrire, guardando i programmi televisivi, è così simile a quella d’un paziente psichiatrico grave, la cui esistenza preverbale è stata interamente risucchiata nel delirio: «È il modo d’essere psicotico come catastrofe della significazione, il momento nevralgico in cui, con la psicosi, il linguaggio diventa autonomo rispetto a colui che parla, ma anche rispetto a ciò di cui parla» (Scurati). Questa sorta di pandemia psichiatrica, che nella letteratura italiana ha mietuto le proprie vittime minando innanzitutto il terreno del neorealismo, ha finito per dileguare «l’elementare universalità dei contenuti» (ancora Scurati), la quale tuttavia è, prima che cifra dello scrivere e del suo stile, universalità antropologica, comune denominatore della specie, condivisa capacità senziente.
Si può giungere ad una diagnosi analoga, seguendo le sorti dell’equivalente generale al quale anche l’umano viene equiparato: il denaro. Quest’ultimo, pur essendo apparentemente il nocciolo duro, inoppugnabilmente reale, delle relazioni d’opportunità e di mercato che plasmano le persone, ha conosciuto tali e innumerevoli «salti di quiddità», da aver smarrito anch’esso la certezza della propria consistenza ontologica. Nel passaggio dalla moneta ai titoli di credito, dai titoli di credito ai derivati, da questi ultimi ai futures, anche il cinico realismo del denaro ha smarrito se stesso, la propria identificabilità, e le transizioni che avvengono in suo nome hanno finito per essere non meno anonime, irresponsabili e non imputabili, degli individui concreti, analfabeti di ritorno in senso filogenetico, de-formati dalla pialla livellatrice delle relazioni di scambio.
Come riappropriarsi, allora, del tragico che è stato rimosso, se non riattivando una basilare facoltà sentimentale che lo percepisca come tale? E come è possibile questo, se non imparando davvero a soffrire per la propria condizione psicotica, decriptandone la complessa sintomatologia?
Si tratta, come si può intuire, di portare la percezione soggettiva del dolore all’altezza della tragedia oggettiva che si vive, e che ostinatamente viene rimossa, prima ancora che da noi individui, dal sistema della cultura in cui siamo immersi. E che pure dovrebbe rendercela trasparente.
Il tipo di resistenza che si può opporre a ciò, è innanzitutto una resistenza psicologica, non di ceto, di classe, o puramente estetica: una resistenza innescata da un soggetto che, avvalendosi della psicologia della propria specie d’appartenenza, impari a saltabeccare nel mondo dell’emergenza permanente, e a farne dolorosamente esperienza, scovandone i punti d’attrito ovunque essi si manifestino.

Grazie al cielo c’è chi ancora, i centri propulsori della creatività, li trova dentro l’anima…e li propaga…
Ciao Carla, grazie del tuo commento, con il quale concordo in pieno, nonostante la tentazione della sfiducia e dell’abbattimento a volte sia pesante come un macigno.
Un caro saluto,
Andrea.