
Nel 2022 è uscito Living di Oliver Hermanus. È la storia di un impiegato che riscopre il senso della vita all’annuncio della malattia. Anche lo scenario collettivo nel quale si muove è malato, la guerra. Il film è un remake del capolavoro di Akira Kurosawa (1952), Vivere. A sua volta, l’idea centrale sembrerebbe derivare dal racconto La morte di Ivan Ilic di Lev Tolstoj. Mr. Williams e San Watanabe ci ricordano anche il sig. Umberto Domenico Ferrari di Vittorio De Sica. Ad interpretata l’umile impiegato Umberto D. (1952), dedicato alla memoria di suo padre, il regista chiama un attore non protagonista. Si chiama Carlo Battisti, insegna glottologia all’Università di Firenze. Chissà, allora i docenti universitari non erano ancora saliti al rango di baroni. Anche Totò ha vestito i panni del travet in una esilarante versione del racconto Morte di un impiegato di Anton Cechov. Il titolo del film Totò e i re di Roma (1951) cita la domanda che viene fatta al povero archivista durante l’esame tardivo per la licenza elementare. Con la regia di Steno e Mario Monicelli, è l’unico film in cui Alberto Sordi, che rischia il famoso “palliatone”, recita con Totò.
Anche Ermanno Olmi ha dedicato un film a questo mondo, ma osserva lo stato nascente di una condizione di lavoro che è divenuta esistenziale. Il posto (1961), tuttavia, si concentra più sugli ambienti e inquadra con uno sguardo oggettivo, nella tradizione del migliore cinema neo-realista, la vita dei due protagonisti. Ventiquattro anni dopo, Pupi Avati con Impiegati (1985) ci permette di fare un bilancio di come è mutata questa figura e intorno ad essa la società intera. Dal Dopo-Guerra siamo finiti negli anni ’80. A ridosso della rivoluzione tecnologica del computer, nessuno immagina ancora che di lì a poco il mondo cambierà per sempre; appaiono gli yuppies ma c’è chi intuisce il rumore della foresta che ha iniziato a muoversi. Non sappiamo quanto consapevolmente, ad intuire il punto di rottura è un film tratto dal romanzo di Vincenzo Cerami, Un borghese piccolo piccolo (1977) di Mario Monicelli. Segna la fine della commedia all’italiana e ci propone un Alberto Sordi che ha tolto la maschera dell’italiano medio, per incarnarne il vero dramma.
Nel cinema americano lo sguardo è più sociale che psicologico. Memorabile è l’inquadratura sull’organizzazione fordista anche del terziario nel film L’appartamento (1960) di Billy Wilder, interpretato da due strepitosi Jack Lemmon e Shirley MacLaine. Ancora Lemmon, questa volta in coppia con Al Pacino, è protagonista in un altro film che ci mostra il volto autentico e crudele del lavoro americano con Americani (Glengarry Glen Ross) del 1992 diretto da James Foley, tratto da testo teatrale di David Mamet. Due anni dopo esce Clerks – Commessi (1994) di Kevin Smith, film indipendente a basso costo (27.575 dollari). Commedia politicamente scorretta forse oggi farebbe storcere il naso a qualcuno, ma anticipa la precarizzazione della condizione lavorativa ed esistenziale che abbiamo successivamente subito. Anticipa il successo di Full Monty – Squattrinati organizzati (1997), film britannico di diretto da Peter Cattaneo, capace di farci ridere del fatto che una crisi economica interminabile, che ha smantellato il welfare state come lo avevamo studiato, conosciuto e vissuto, ci ha lasciato (ma non tutti) in mutande.
