Frammenti di Cinema # 62

Al cinema si può mostrare l’orrore perché lo rende commestibile. L’aggettivo è calzante se ad essere mostrato è l’orrore del cannibalismo. Come si fa ad accettarlo? Intanto, è necessario un vero e proprio apprendistato. Personalmente, la prima esperienza è stata fatta di fronte all’urgente necessità della sopravvivenza. Il primo film che mi ha messo di fronte a questa realtà è stato I sopravvissuti delle Ande, film messicano di Renè Cardona del 1976 sul disastro aereo che coinvolse nel 1972 la squadra universitaria di rugby dell’Uruguay. Grazie a Ron Howard scopriamo nel 2015 con Hearth of the Sea che anche il naufragio della baleniera Essex, da cui Herman Melville trasse ispirazione per il suo monumentale Moby Dick, costrinse i superstiti a praticare il cannibalismo.

Dalla necessità alla libera scelta, dall’orrore alla perversione il passo è breve. In Hannibal Lecter – Le origini del male (2007) diretto da Peter Webber, ricostruiamo la vicenda del famoso serial killer, reso famoso dal Silenzio degli innocenti. Da dove proviene la sua fame omicida? Dall’uccisione della sorellina durante la seconda guerra mondiale in Lituania per opera di un gruppo di orridi e affamati nazisti, cui il piccolo Hannibal assiste di nascosto terrorizzato. Ne L’insaziabile (1999) di Antonia Bird, vengono raccontati episodi di cannibalismo occorsi durante la colonizzazione della California (la spedizione “Donner”) e legati a figure storiche come Alfred Packer, uno dei primi serial killer. Qui l’abiezione si contamina con la cultura dei nativi americani, in particolare con il Weendigo, una figura mitica che si nutre di esseri umani per assorbirne la forza.

Dalla etnografia horror della Bird, risaliamo indietro al cannibalismo come metafora della crisi della società occidentale paternalista in Porcile (1969) di Pier Paolo Pasolini. All’opposto, con Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991) di Jon Avnet, quest’aberrazione torna ad essere accidente necessario ed effetto non voluto e inconsapevole, addirittura trattato con ironia e tenerezza. Di questa non ne troviamo traccia, malgrado le dichiarate buone intenzioni, nel film di Bones and all (2022) di Luca Guadagnino, in cui non si capisce quale tema sia pretesto per l’altro e l’unico residuo attivo che ci lascia è la tollerabilità, almeno logica, del trans-umanesimo, purché “si sia sé stessi”. “Me lo mangerei fino all’osso”, grida una fan in visibilio per le anche di Elvis Presley, in Elvis (2022) di Baz Luhrmann: ecco basta questa frase per rompere il giocattolo di Guadagnino. A questo punto, molto meglio tornare al cannibalismo come genere, vedi Fresh (2022) dell’esordiente Mimi Cave.

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